11 febbraio, i Patti Lateranensi

L’11 febbraio 1929 Benito Mussolini e il cardinal Gasparri, segretario di Stato, firmavano i Patti Lateranensi, con Trattato e Concordato, e ponevano fine alla questione romana. Ho sentito e letto un mucchio di insensatezze e fandonie, perciò, a beneficio dei lettori, qui spiego, a cominciare dalla storia.

Lo Stato pontificio, nella forma moderna, nasce con Alessandro VI e Cesare Borgia che domano i tiranni della Romagna; e con Giulio II; estendendosi con Sisto V fino a Bologna e Ferrara. Il papa è universalmente riconosciuto sovrano temporale, e difende l’indipendenza (libertas Ecclesiae) contro Spagna, Francia e chiunque altro.
Nel 1797, i giacobini francesi occupano Roma, e chiedono al Pio VI di rinunciare formalmente allo Stato. Egli risponde il celebre “Non possumus, non volumus, non debemus”; ma, con Napoleone, Roma diviene una città dell’Impero. Nel 1814, Pio IV recupera il dominio nei termini del 1797, tranne Avignone ceduta alla Francia. Ricordo che della Chiesa facevano parte anche le enclaves meridionali di Benevento e Pontecorvo.

Nel 1849, dopo il breve e volenteroso esperimento costituzionale, i mazziniani creano una Repubblica Romana; Pio IX va in esilio a Gaeta, e invoca l’aiuto delle Potenze cattoliche. Interviene fattivamente solo Luigi Bonaparte, presidente della Repubblica Francese, dal 1852 imperatore Napoleone III.
Con i fatti del 1859, l’Emilia viene annessa al Regno di Sardegna; nel 1860, stessa sorte per Marche e Umbria e Benevento e Pontecorvo. Napoleone III impone però all’Italia di rinunciare di fatto, se non di diritto, a Roma. Questa verrà conquistata, e dichiarata capitale, nel 1870.
Pio IX non riconoscerà la perdita; si dichiarerà “prigioniero dello Stato italiano”, e lancerà una sorta di scomunica, non proprio canonica ma certamente politica; vietando ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica: non expedit. Si trovò un compromesso non scritto con le Guarentigie del 1871, unilaterali da parte dell’Italia, ma parzialmente accettate, anche se non ufficialmente, dalla Chiesa.
Un piccolo passo avanti si fece con il patto detto Gentiloni (della famiglia dell’attuale), che consentiva la candidatura di cattolici nelle liste giolittiane del 1913. Ma la nascita del Partito Popolare di don Sturzo venne fortemente osteggiata dalla Curia. Scoppiata la Prima guerra mondiale, Roma nominò un Vescovo Castrense, oggi l’Ordinario Militare per l’Italia, con cappellani per le truppe.

Erano tutti espedienti, come si vede. La soluzione alla luce del sole, ma dopo copertissime trattative, furono i P.L. Il Trattato, di valenza internazionale, riconosceva il Regno d’Italia da parte della Chiesa, e da parte dell’Italia lo Stato della Città del Vaticano, con il papa sovrano. Il Concordato riconosceva il primato della religione cattolica, come del resto previsto dall’art. 1 dello Statuto Albertino.
Fu uno dei massimi successi del fascismo, che chiudeva la Questione Romana e stabiliva solidi e franchi rapporti con la Curia e la Chiesa. Non mancarono piccoli contrasti circa l’educazione dei giovani, subito risolti; e opposizioni di vecchi risorgimentalisti: Gentile e Croce, una volta tanto d’accordo, votarono contro in Senato; Mussolini ci dormì sopra sogni sereni. Tale fu la situazione tra Stato italiano e Chiesa fino alla fine del regime fascista, 1943.

La vigente costituzione repubblicana, con un atto di pura follia giuridica, ha recepito i P.L. tra i “principi fondamentali”, art. 7; non solo facendo “principio” un trattato internazionale, ma scordandosi che così recepiva anche la firma del firmatario, il duce! Il Concordato però è stato in parte modificato sotto il governo Craxi.

Ulderico Nisticò

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