Disorganizzazione culturale in Calabria

La cultura, come tutte le cose comunitarie, è un fatto comunitario: se il poeta scrive alati versi e non li legge nessuno, è identico a uno che non ha mai scritto una cartolina illustrata; e così per quadri e filosofie eccetera. Non è che una mattina si svegliò Eschilo con la luna storta e rappresentò l’Orestea con dramma satiresco finale; ma la città celebrava le Grandi Dionisiache, aveva indetto un concorso teatrale, Eschilo e altri presentarono delle proposte all’arconte incaricato, e questi, praticata una preselezione con l’ausilio, immagino, di una commissione, ammise vari drammi al teatro; e assegnò a un cittadino facoltoso la spesa come tassa (liturgia). Del resto, non avevano costruito un teatro né gratis né per gettare soldi al vento; e il pubblico era stato educato a partecipare, e nei tempi belli Atene pagava il biglietto ai poveri. Ecco un bell’esempio di organizzazione della cultura.
Non meno rilevante, il mecenatismo di sovrani e privati. “Date un sussidio anche a me come l’ebbero Virgilio e Orazio, e vedrete che scriverò qualcosa di grande”, ironizza Marziale. Ma senza le corti rinascimentali non avremmo Ariosto e Tasso; e senza Giulio II, Michelangelo avrebbe dipinto il Giudizio sopra un album comprato in cartolibreria. Eccetera.

La cultura non è dunque un’operazione solitaria come troppo spesso si spaccia a scuola. Nel Meridione, ahimè, questa organizzazione è mancata nei secoli e manca tuttora: né gli Stati né la nobiltà né il pubblico hanno mai sostenuto le operazioni culturali; e si può dire perciò che esse non abbiano mai superato la fase diciamo così dopolavoristica, da seconda occupazione, da domenica in cui non si ha niente da fare.
Ci aveva provato Federico II, re di Sicilia dal 1198 al 1250, creando una scuola letteraria di corte in volgare illustre “siciliano”; ma dopo la sconfitta e morte di Manfredi, 1266, la scuola finì senza eredi. I letterati meridionali si rifugiarono dietro un comodo latino scolastico; lo Stato se ne disinteressò; la Chiesa diede qualche distratta occhiata che non ci scrivessero proprio delle grosse eresie, poi faceva passare di tutto; il pubblico, quasi inesistente.

Anche oggi il pubblico, con qualche rara eccezione, è quell’amico che, se pubblichi un libro, ti guarda sorridendo e te lo chiede in regalo; senza minimamente sospettare che tu magari gli potresti anche cedere i diritti d’autore – il 10% lordo – ma l’editore ha speso soldi, la carta e l’inchiostro e il lavoro e i viaggi… Niente, per lui il libro non vale niente, è stato uno svago. Egli che non batterebbe ciglio a comprare una pelliccia alla moglie, a lui pare una violenza se gli proponi di spendere per un libro 14,00 €.

Ecco dunque cos’è che manca, manca l’idea, per altro banale, che la cultura, essendo un fatto comunitario e sociale, è anche un grande fatto economico nel senso più nobile del termine. Ripenso non tanto ai libri, che io ho solo scritti e affidati a editori, e se poco ho guadagnato, niente ho speso; penso a tutti gli spettacoli teatrali di cui ho scritto il testo, e poi li ho visti organizzare; e come spesso ho dichiarato, il testo è sì e no il 30%, e tutto il resto sono microfoni, luci, costumi…

Divertente, ve l’assicuro, giocare alla Commedia dell’arte, improvvisare… Ma una volta, in un certo paese importante che non nomino per pietà, ci presentammo con lo spettacolo pronto… e si trovò un certo cavo elettrico, ed era domenica sera! Tanti saluti, e di nuovo a casa senza recita. Già, servono cavi, servono chiodi… E parlo di teatro; provate a immaginare quante cose, e quanti soldi servano per mettere assieme una pellicola cinematografica decente.

Vero, servono soldi; però ne entrano: e alcuni film fatti bene hanno incassato in pochi giorni molto più delle spese. E comunque, luci cavi costumi attori comparse microfoni eccetera hanno un costo, e qualcuno li deve azionare: ed è lavoro. Già, la cultura, se la si fa funzionare come si deve, è lavoro per tanti, non solo per i poeti.

E pensate ad architettura, scultura, pittura e arti diciamo così materiali. La costruzione di una cattedrale gotica durava un paio di secoli (otto, Milano!), con politica, architetti, mastri, operai… scandali… insomma, un mare di soldi.
Qui voglio ricordare quello che forse unico nella storia recente organizzò qualcosa: Alfonso Frangipane (1881-1970), catanzarese che operò a Reggio nell’Accademia, e caso unico, mandava negli anni 1930 gli artisti calabresi alle grandi manifestazioni di Monza, Venezia… Eh, un 15 anni fa l’Accademia lo commemorò con un convegno, ed io tenni la relazione sulla sua rivista Bruttium. Ci lasciammo con promesse di faremo e diremo, e sto ancora aspettando. Vi basta, come esempio di disorganizzazione calabra?

Ecco cosa manca nel Meridione, e peggio in Calabria. Non manca la cultura pura, anzi ce n’è troppa; manca ogni dinamica che renda pubblica, popolare la cultura; che la organizzi e le dia un poco di certezze, di stabilità. Oggi Eschilo in Calabria, se non è amico dell’arconte e soci, non rappresenterebbe nemmeno un ballo del ciuccio.
Perciò il pubblico è diseducato. E sarebbe ora di finirla con la favola paesana “tu non sai che grande uomo di cultura è Y o X”, che magari non ha mai scritto niente e tanto meno detto! A pubblico mediocre e peggio, corrisponde per forza una produzione mediocre. E invece, ecco cosa insegna Orazio: “Né gli dei né gli uomini né le librerie permettono ai poeti di essere mediocri!”
Facciamo finta che la Regione decida di nominare un assessore alla Cultura, adottando il metodo dell’estrazione a sorte, e vinca io: è l’unica speranza seria che io, io! Sono stato estratto, non c’è niente da fare, e governo. Ecco i provvedimenti di U. N. assessore alla Cultura:

– Non caccia un centesimo per legalità e antimafia: chi ha qualche proposta in proposito, l’affacci ai Ministeri dell’Interno e della Giustizia; antimafia e legalità sono belle cose, ma non c’entrano niente con l’assessorato alla Cultura, quindi evitate anche di proporne perché saranno subito cestinate;
– Fa idem per Ulisse, Templari e altre fantasie campate in aria;
– Istituisce una commissione di critici (forestieri e senza parenti in loco), che stabilisca una seria graduatoria tra professionisti e dilettanti; i dilettanti sono simpatici, però non possono parlare di archeologia storia poesia teatro, come se fossero professionisti. Nessun medico, spero, permetterebbe di curare un paziente con Corriere Salute; perché invece la Calabria è zeppa di storici, e, recentemente, anche di grecisti omerici?
– Impone regole precise per la concessione di contributi e interventi vari, secondo la qualità e senza nessun altro criterio. Per capirci: una poesia, un dramma li compongono poeti ispirati; tutto il resto lo devono fare solo quelli del mestiere; lo stesso per l’archeologia e la storia;
– Valorizza luoghi e persone degne di valorizzazione, imponendo alle scuole il rispetto del 15% di programmi locali, che c’è da un quarto di secolo e non gliele frega niente a nessuno; anche perché nessuno ne sa niente.

Ovviamente, il mio assessorato durerà fin quando non mi levano di torno, cioè dopo mezzora.

Ulderico Nisticò