Economia e finanza

Uno presuntuosetto di cui non scrivo il nome perché non se lo merita, costui ha commentato il mio pezzo sulla finanza dicendo fosse “ridicolo”; quando l’ho invitato a spiegare come mai, è caduto nella catalessi di cui la sua scatola cranica è zeppa, forse unico contenuto. A suo beneficio, e di lettori di lui più intelligenti e meno in lite con il Galateo e con il Castiglione, ribadisco.

La parola economia si trova per la prima volta in letteratura nel titolo dell’Economico di Senofonte e nello sviluppo dell’opera: οἰκονομία, da οἶκος e νέμω, amministrazione della casa, che, secondo Senofonte stesso, funziona così: il marito procura le risorse e le porta a casa, e la moglie le gestisce con oculatezza; e già in Omero è bella la parola che indica la schiava amministratrice: ταμίη, la tagliatrice, quella che fa le parti, così nessuno soffre la fame: unicuique suum tribuere, a ciascuno quello che gli compete.

La finanza è il denaro, che non è un bene in sé, ma la misura dei beni; non lo è, ovviamente, la carta moneta; ma non lo sarebbe neanche l’oro, che è bello a vedersi, ma non si mangia; anzi pare che i piatti d’oro raffreddino malamente i cibi.

La finanza è però necessaria, giacché il baratto è scomodo per evidenti ragioni. Così gli antichi invece del pecus, bestiame, usarono pecunia, un pezzo di metallo che rappresentava x buoi o pecore. È però ovvio che, per rappresentare il bestiame, bisogna che il bestiame ci sia, esista negli stazzi e nelle stalle, sia adoperabile per cibo o lavoro.

Insomma, perché i beni possano essere distribuiti, devono prima esistere. La debolezza filosofica storica degli utopisti e degli idealisti (e di liberali e sinistre) è illudersi che il problema sia distribuire la ricchezza; e invece la ricchezza non esiste, salvo a non voler vivere di banane e cocco come in Polinesia; la ricchezza esiste se viene prodotta con agricoltura e industria, e resa disponibile con il commercio.

Il problema dell’Italia è che non viene prodotta tutta la ricchezza che sarebbe necessaria, e che si potrebbe produrre. C’è tutto un Meridione che produce poco, molto meno delle sue potenzialità; e la Calabria non produce quasi niente rispetto a quello che potrebbe. Esempio, turismo di mezzo agosto, e niente tutto il resto dell’anno.

Eppure ne arrivano di soldi, in Calabria: ma non vanno alla produzione.
Insomma, qui si scontrano due tesi: quella dell’Europa, che crede seriamente al valore in sé dei soldi, e l’esigenza di produrre, quindi di stimolare l’economia nel senso di Senofonte: produrre e bene usare i bene reali.
Il modo più ovvio sono i lavori pubblici (seri, onesti, utili), che mettono in circolazione denaro, e chi ha denaro compra e stimola produzione e commercio.
Per raccogliere, bisogna prima seminare; per l’economia, occorre stimolare il lavoro.
Si attendono risposte educate e con argomenti.

Ulderico Nisticò

ALTRI ARTICOLI

Articoli correlati