Fondi di investimento comune, il primato tristissimo del Sud

Meglio un uovo oggi o una gallina domani? Questo quesito accompagna il momento delle decisioni difficili da ormai svariate generazioni. Accontentarsi o spingersi fino in fondo, con il rischio di rimanere con un pugno di mosche in mano? Tema filosofico, antropologico e psicologico a cui non è possibile sottrarsi. Ciò vale tanto più in un settore in cui il rischio è elemento essenziale, quello del mercato finanziario.

Qui l’esperienza, il coraggio, la tempestività, la lungimiranza, si mescolano creando dei mix esplosivi, alternativamente letali o assai redditizi. Con i fondi di investimento, la scelta del tipo di gestione risulta determinante per programmare le proprie aspettative di ritorno e il proprio futuro. Attiva vs Passiva, il grande scontro è aperto.

Innanzitutto, due parole sul fondo di investimento. Il fondo di investimento, come si legge sul blog di Moneyfarm, ha come obiettivo quello di investire capitali in titoli azionari o obbligazionari e portare nelle mani dei risparmiatori un certo incremento. Sono gestiti dalla SGR (Società di gestione del risparmio), e si articolano intorno alla nozione di Benchmark. Il Benchmark è tipicamente un indice di riferimento, un parametro oggettivo per valutare le performance del mercato e agire di conseguenza. I Benchmark devono essere trasparenti, ossia calcolabili dagli investitori, e replicabili da attività acquistabili sui mercati finanziari. Di norma, un Benchmark è rappresentato dal valore dell’oro, ma in Italia viene utilizzato anche l’indice Ftse Mib. In America, invece, il Benchmark principale è lo S&P500.

Arriviamo quindi al tipo di gestione. Il fondo di investimento comune è caratterizzato da una gestione attiva, che in parole povere significa tentare di battere il mercato. Il gestore del fondo espone il portafoglio ad un rischio superiore a quello del Benchmark, ossia mira a raggiungere dei rendimenti superiori. Una strategia rischiosissima, che tuttavia tiene conto di una serie di elementi. Innanzitutto, si vanno a cercare le attività sottostimate dal mercato, quindi con un potenziale di crescita maggiore; inoltre, si tende a spostare le risorse con grande frequenza, puntando ad abbandonare mercati saturi per veleggiare verso mete ancora meno battute. Il rendimento può essere molto alto, ma la caduta rischia di essere rovinosa.

Nel caso degli ETF (Exchange Trade Fund), una variante dei Fondi, la gestione è invece passiva. Partendo dal presupposto dell’efficienza dei mercati, il gestore di un ETF si “limita” a replicare l’andamento del Benchmark. Con questa strategia, il guadagno non è elevatissimo, ma si abbattono i rischi di un possibile tracollo nonché i costi di commissione, particolarmente alti nei fondi comuni, in virtù di una netta riduzione delle compravendite.

Il Fondo di investimento, nelle sue varianti, è senz’altro uno degli strumenti finanziari più in voga negli ultimi anni. L’Italia non è rimasta a guardare. Nel 2016, secondo le cifre fornite da Assogestioni, le SGR erano 350, e 21.000 i promotori distribuiti sul territorio. Di queste 350 società, poco più del 40% sono italiane (circa 150). Forte disomogeneità, tuttavia, si registra sul fronte della distribuzione geografica. Milano naturalmente gioca il ruolo del leone, essendo la sede delle principali SGR di diritto italiano, ma in generale il Nord traina decisamente il settore: l’83% delle SGR risiede nel Settentrione. Al Centro le SGR sono il 15% del totale, mentre fanalino di coda, un primato ancora una volta tristissimo, è rappresentato dal Sud, che ospita solo il 2% delle società di gestione. Un dato che deve far riflettere, per l’ennesima volta, sugli squilibri presenti nella nostra nazione.

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