I cinghiali, e una lezioncina di etologia

I danni del cinghiale

Ora che i cinghiali sono arrivati nelle Marine, a Catanzaro, a Copanello, (a Soverato Marina, ma i corrispondenti compiacenti lo chiamano turista straniero!), eccetera, e devastano le coltivazioni, comprese le mie poverette; attraversano la strada con pericolo degli automobilisti; ancora non hanno ferito nessuno, e mi auguro mai, però…
Non mi dilungo, e spero sia chiaro a tutti. Buona l’iniziativa del sindaco di Chiaravalle, Donato, che ha riunito gli omologhi e aperto la discussione. Quella che, come sempre, non capisce e resta impastoiata nella burocrazia, è la Regione, che tratta il problema dei cinghiali come quello delle volpi: e invece c’è una differenza sostanziale, che qui anticipo, che le volpi sono indigene, e i cinghiali no.

Passiamo, per capire, alla lezioncina di etologia, cominciando da una spiegazione preliminare sulla scorta di Konrad Lorenz. L’etologia, dal greco ἔθος (ethos), è la scienza che studia il comportamento delle specie animali in un determinato territorio e in rapporto con altre specie. Esempio banalissimo, lupi e pecore: se ci sono dieci lupi e mille pecore, il rapporto funziona; se i lupi diventano mille e le pecore dieci, muoiono prima le dieci pecore e poi tutti i lupi. Il rapporto, infatti, dev’essere adeguato alle esigenze di entrambe le specie: i lupi, mangiare alcune pecore; le pecore, essere in numero tale da sopportare alcune perdite senza danno del gregge. Da ciò le abitudini (ethos) delle specie relativamente a un certo ambiente e alle altre specie. Ci sono poi interessanti lezioni etologiche sui rapporti intraspecifici, ma qui non interessano.
Una specie animale che abiti un certo territorio, ne utilizza le risorse, che sono o erbe o altre specie animali. Si crea un rapporto naturale (ethos) e numerico, come dicevamo, e di reciproche abitudini di evitarsi o cercarsi. Ciò si verifica sia con i comportamenti naturali innati di ciascuna specie, sia con la trasmissione di informazioni tra generazioni, che avviene: ma occorre, per gli animali, un corso di moltissime generazioni, e tempi lunghissimi.

Cosa c’entra tutto ciò con i nostri cinghiali? Che i cinghiali attualmente presenti in Calabria, e qui da noi, non hanno avuto né lunghissimo né lungo né breve tempo biologico ed etologico per crearsi un ambiente, e, cosa più importante, perché il territorio ne limiti e controlli il numero e ne determini l’ethos. Essi in Calabria sono stati, infatti, importati, verso gli anni 1970; poi sono scappati dagli approssimativi recinti; si sono a volte ibridati con maiali, comunque moltiplicati, e cercano cibo dovunque; non hanno nemici naturali, perciò crescono senza limiti. Sotto l’aspetto etologico, il problema è tutto qui. Perciò qualcuno faccia sapere alla Regione che non si può trattare il cinghiale come fosse un tasso o una faina o un merlo locali, e locali da migliaia di generazioni, e perciò con un ethos.

Poiché la presenza dei cinghiali non è un fatto naturale, non può essere lasciata alla natura, ma serve un piano artificiale ragionevole di selezione, abbattimenti, controllo numerico. L’etologia insegna che i gruppi di animali intuiscono benissimo le circostanze e le loro modificazioni: la presenza di cacciatori e altri nemici induce i branchi a scegliere aree ritenute più sicure, e a evitare, detto in generale, quella specie vivente che tutti gli animali sanno essere la più pericolosa, perché dotata di mente e di volontà di uccidere: l’uomo; e perciò i suoi insediamenti.
Ciò sia detto anche per evitare esplosioni di ideologia: non si può “proteggere” il cinghiale come fosse una gazza o un rarissimo gatto selvatico; specie invasiva, è un guaio creato da errore umano e non dalla natura. Fu un errore importarlo, non commettiamo l’errore di mantenerlo.
I cacciatori sanno cosa e come fare: è con loro che si devono rapportare le autorità.

Ulderico Nisticò