I Vespri Soveritani e il 22 marzo 2017

  Nel 1798 il Regno di Napoli venne invaso da un esercito francese, che sgominò facilmente le truppe di Ferdinando IV. Giunto alle porte della capitale, il generale Championnet si trovò si fronte a un evento per lui prodigioso: il popolo della città, i Lazzari o Lazzaroni, uscirono armati, e affrontarono con furia il nemico. Leale combattente, il generale disse: “I Lazzari sono degli eroi”.

 Mutevole come sempre, anche quella volta la plebe di Napoli dopo un poco cambiò sentimenti, e si mise d’accordo con i Francesi; persino san Gennaro non rifiutò a Championnet il suo miracolo!

 Non così la Calabria, che, sotto la guida del cardinale laico Fabrizio Ruffo, dell’antichissima famiglia, formò le Masse della Santa Fede, e riconquistò il Regno, cacciandone giacobini e francesi.

 Tutto parve finire con la Pace di Firenze del 1801, che costava al Regno la perdita dei Presidi toscani, ma a Ferdinando assicurava il trono. Nel 1806 però – intanto la Repubblica in Francia era diventata l’Impero di Napoleone – Ferdinando entrò nella terza coalizione; un esercito francese sconfisse le truppe borboniche a Campotenese, e Napoleone creò il fratello re di Napoli. Come sono monarchici, questi rivoluzionari!

 Era stata concepita un’altra formazione di eserciti popolari in Calabria, ma non se ne fece nulla per l’improvvisa sconfitta dei regi; e Ferdinando riparò in Sicilia.

 A riprendere la guerra, intervenne un episodio che è squisitamente calabrese. Il 22 marzo, a Soveria di Mannelli, un ufficiale francese insolentì una donna; e subito venne ucciso dal marito: alcuni dicono un Marasco, altri un Caligiuri. Si sollevò il paese con tutto il Reventino, e la lotta assunse sapore di Vespri Siciliani, come quando, nel 1282 “la mala segnoria… mosse Palermo a gridar Mora, mora!”, contro gli Angioini, al grido di “Morano li Franzesi”. E i fatti del 1806 si chiamarono i Vespri Soveritani.

 L’insurrezione fu sulle prime repressa; ma divampò dopo la vittoria anglonapoletana di Maida o Sant’Eufemia. Si formarono molte e agguerrite bande: Falsetti detto Centanni; Genialitz di Bagnara; Gualtieri detto Panedigrano; il preside della provincia di Calabria Citra, De Michelis; Michele Ala, frate cappuccino; padre Rosa; prete Papasodaro di Centrache; Santoro detto Re Coremme; Vizzarro… Molti i fatti: il più glorioso, il lungo assedio di Amantea sotto la guida del colonnello don Rodolfo Mirabelli. Seguirono anni di sangue e scontri epici.

 Altri calabresi si schierarono con Giuseppe, e, dopo il 1808, Gioacchino Murat: qui ricordiamo i nostri Carlo Filangieri, Florestano e Guglielmo Pepe. E quei fatti, come diremo un’altra volta, assumono sapore di guerra civile, e, Dio mi perdoni quello che sto per dire, lotta di classe del popolo contro i borghesi e nobili infranciosati: “Chi tiene pane e vino ha da essere giacubbino”, cantavano i briganti.

 La Calabria, detto in generale, ha dimenticato questi foschi e gloriosi avvenimenti. Il 2006 è passato senza una partecipazione ufficiale di Regione o Università. Ma abbiamo celebrato a Maida e a Mileto le battaglie. Soveria Mannelli, su ispirazione di Mario Caligiuri, ha già fatto molto; e il 22 marzo continua il lodevole lavoro.

 Storia, ragazzi, non sbarchi di Ulisse o cavalieri bruciacchiati o piagnistei di genocidi alla Pino Aprile e bufalari del genere o invenzioni di ricchezze che mai furono e mai saranno. Storia!

 Però storia non vuol dire per forza che il pubblico debba venire annoiato a morte leggendo 40 pagine tutte con lo stesso tono: e, infatti,  chi sarà o verrà a Soveria, troverà qualche sorpresa.

Ulderico Nisticò