Il caso Svezia

Mentre scrivo, mancano poche schede; ma non perdo tempo con le cifre, ben sapendo che nessuna opinione fu mai così opinione come la matematica delle elezioni, in cui tutti poi diranno di aver vinto. Anche i socialdemocratici svedesi, che buscano una legnata epocale, affermeranno di essere avanti rispetto ai tempi di re Gustavo Adolfo e della Guerra dei trent’anni.

Erano al governo della Svezia dal 1917, con una solidissima dose di consenso popolare; e ora annaspano con un 28% rispetto a circa il 40.
Il modello socialdemocratico svedese era divenuto un mito mondiale, e nemmeno solo a sinistra: si esaltava che il cittadino venisse protetto “dalla culla alla tomba”, e tutti perciò al sicuro; un modello sicuramente di triste felicità obbligatoria, con molta noia e picchi altissimi di sucidi per depressione (3.600 l’anno!), ma da un punto di vista meramente materiale, di successo.

Un modello facile, del resto: la Svezia non partecipa a una guerra dal 1814, e, a differenza di Norvegia, Danimarca e Finlandia, la sua neutralità fu rispettata e anche temuta. Con un territorio vasto una volta e mezzo l’Italia e una popolazione che solo ora è arrivata a dieci milioni di anime, ed enormi risorsi di legname e ferro e altro, la Svezia si poteva permettere la sua comoda politica assistenzialistica.

Un bel giorno, applicando l’ideologia, la Svezia si aprì a ogni sorta di immigrazione. E via tutti i buonisti a lodare il modello Ibrahimovic, famoso calciatore bosniaco con avi slavi (vic) convertiti all’Islam (Ibrahim), cittadino svedese e atleta europeo. Sì, sembrava proprio la prova che l’immigrazione è una cosa meravigliosa.

Intanto, pur nella reticenza della stampa e tv politicamente corretta, filtravano notizie di tutt’altra natura: masse di africani occupano intere periferie e città, e, senza lavoro e senza cercarselo, danno luogo a rapine, violenze alle donne, e guerra tra bande per le aree di competenza e il bottino. Il cittadino svedese si sente molto più vicino alla tomba che alla culla!
Attenti, questo è solo il momento superficiale, emergente; e sarebbe facile, con serie operazioni di polizia ed espulsioni, riportare l’ordine. C’è qualcosa di molto più profondo, e che riguarda la penetrazione culturale e religiosa. Sì, perché la Svezia, dai tempi del suddetto Gustavo Adolfo, era un Paese profondamente religioso in senso luterano, e ora si sente diventare musulmano. Mi pare ovvio che uno svedese genuino, nato cristiano, non voglia ritrovarsi islamista o qualsiasi altra cosa.
E l’Europa? E la cultura ufficiale? A parte sfogarsi con supponenza intellettualistica o ingiurie generiche, non paiono capaci di analisi serie, e non solo sulla questione dell’immigrazione. E invece è proprio il modello politicamente corretto, quello socialdemocratico, che va in crisi, intrinsecamente e sostanzialmente, non in questa o quella sua attuazione contingente.

Un modello, del resto, che fa acqua anche verso sinistra: mentre i socialdemocratici crollano, la sinistra radicale si rafforza.

Insomma, in Svezia come in un’Europa quella che va in crisi è la culturetta piccolo borghese indistinta e senza identità, il tirare a campare spacciato per progresso sociale, l’ignoranza scolarizzata, e la perdita del senso della vita a vantaggio del mangiare e dormire e della felicità garantita e obbligatoria.

Ulderico Nisticò

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