Invalsi e lingua italiana

I “test” Invalsi hanno dimostrato che nel Meridione, e in Calabria peggio, c’è una grave carenza di lingua italiana. Ora qualche dotto professore mi spiegherà che i “test” Invalsi… Scusate, se mai, quesiti Invalsi. Andiamo male, se per esaminare in italiano si usano parole inglesi! Una volta venne un tale che voleva io adottassi come libro di letteratura uno con il titolo “Best sellers italiani”: lo mandai al diavolo.

Ma il problema emerso con l’Invalsi non è l’invasione straniera, è che gli studenti meridionali rivelano scarsa dimestichezza con la lingua italiana. Oh, se chiedete loro il Teorema di Pitagora, vi rispondono si sicuro che l’ipotenusa eccetera… E anche che Dante nacque a Firenze…

E anche il professore saprà spiegare che i cateti… e che Dante scrisse la Commedia… Ma, in caso di spiacevole temperatura dell’aula, non tutti (e sono buono) informeranno gli studenti dell’opportunità di chiudere le finestre, e qualcuno (e sono buono) commenterà la situazione climatica con tali parole: “On u serrati su finestrala, ca s’impersul’e friddu?” Mi sbaglio, in verità: difficilmente verrà usato un dialetto così filologico, ma un misto di italiano e vernacolo: anche peggio, dunque.

Io non ho nulla contro il dialetto calabrese, di cui faccio uso; e contro i dialetti in genere, che sono in buona parte la nostra storia culturale. Ma se io tentassi di spiegare la suddetta Commedia in puro dialetto, senza italianismi, il mio conato sarebbe fallimentare per mancanza di parole. E già, i dialetti hanno un ambito, le lingue un altro.

Solo che, gentili lettori, mentre i dialetti non hanno l’ambito dell’italiano, l’italiano ha tutti gli ambiti dei dialetti, ivi compreso il turpiloquio:

ed egli avea del cul fatto trombetta,

canta il sullodato Alighieri; Alighieri, mica Pierino.
E qui sta il problema. In dialetto non posso spiegare “cantica, terzina, allegoria…. ”; ma in italiano posso, secondo Dante, dire “cul”, e anche “unghie merdose”, e “puttana”, e “rogna”; e di un tizio dai gusti strani, che aveva “mal protesi nervi”.

Riassumendo: il problema emerso dall’Invalsi non è se i ragazzi sappiano o meno ripetere più o meno a memoria che “la Grande guerra scoppiò… ”; e se, usciti da scuola, iscritti all’università fuori sede, siano in grado di corteggiare una fanciulla in italiano senza necessariamente scadere in “nu calamu nu cahè?”

Se no, abbiamo ottimi laureati calabresi a Milano, tutti con 100 e lode, ma quasi tutti senza aver mai potuto stringere un qualsiasi rapporto con normali italofoni.
Se no, sapete che succede? Che un giorno venne un tizio a Soverato, e quando il discorso scivolò sulla rappresentazione di “Resurrexit” del 2009, il supponente personaggio mi guardò e chiese, come fosse la cosa più normale del mondo, se il testo fosse stato in dialetto. Gli dissi di no, ma non aveva la faccia convinta.

Insomma, qui serve una duplice operazione: la conservazione del dialetto come memoria del passato; e l’uso normale della lingua italiana.
E invece in Calabria non stiamo facendo né l’una né l’altra cosa: il dialetto è imbastardito; e l’italiano è libresco, politichese, pedante, insopportabile.
Ora, miei ex colleghi, rispondetemi pure che l’Invalsi è un bieco espediente per opprimere il Meridione: avrete letto Pino Aprile e altri bufalari! Ma sì, ne sono sicuro.

Ulderico Nisticò

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