L’11, Momo a San Sostene

Dopo “Il pane di Giuda” e “L’incanto della stella”, la comunità di San Sostene si mette alla prova con un dramma storico dal tono di tragedia greca, che contamina la storia reale del brigantaggio (notare le sottolienature) con due leggende popolari.
L’antefatto si svolge nel 1799. Gerolamo, detto Momo, ha combattuto con il cardinale Ruffo contro Francesi e giacobini, partecipando alla riconquista del Regno. Il re Ferdinando non gli pare molto grato, e Momo vuole restare brigante. Stringe perciò un patto con le misteriose e fascinose Malombre: fornirà loro carne umana; e giura che non amerà mai, perché le Malombre odiano l’amore. Il patto ha validità sette anni, sette mesi e sette giorni.

Nel 1806 sono tornati i Francesi, ora non più repubblicani ma imperiali; Momo forma una banda e partecipa all’insurrezione.
Attraverso dialoghi tra briganti si narrano dei fatti storici: battaglia di Maida, rivolta di Soveria Mannelli, strage di francesi a Parenti, assedio di Amantea, saccheggi francesi di Chiaravalle, Gasperina… Dall’incendio di Sant’Andrea del 4 agosto si salvano una donna con la figlia, che trovano accoglienza nel campo dei briganti, in assenza di Momo.
Compaiono molti personaggi che per un momento assumono il loro protagonismo: Maddalena e Sofia, madre e figlia; i briganti Teodoro, Marziale, Cicco; la sfacciata Santina invano innamorata di Momo; Carmela lieta e disperata; il monaco padre Modesto; due zingari gitani; il singolare Nicodemo, sagrestano (diacono selvatico) di una chiesetta, e votato a morire e uccidere per difenderla.
Queste diverse vicende s’intrecceranno a segnare il destino di amore e morte di Momo.
Per far comprendere lo spirito del lavoro teatrale, desidero qui pubblicare il monologo iniziale.

“Fratelli a un tempo stesso Amore e Morte ingenerò la sorte”. Così cantò la sua angoscia un divino poeta.
Ahahah, davvero una bella famiglia, Morte e Amore,
fratelli discordi.
Amare e morire… amare è morire?
Sì, forse sì. Chi ama d’amore non più è se stesso, e diventa l’altro e altra cosa: e non respira e non palpita e non dorme e non vive e non desidera più nulla per sé ma per l’altro.
Non vi pare un’immagine del morire?
Non è finire da come si è, e varcare l’ignoto?
Così è dopo la porta della morte, l’amore.
Morire è dunque l’amore, e trasfigurarsi nell’altro.
Morì per amore dello sposo, l’antica regina.
Così narrano gli antichi miti, false ombre del vero,
quando né fratelli né padre né madre né fedeli sudditi e cani, e neppure i figli, per lui accettarono di morire, volentieri lei si offrì, Alcesti.
Lei sola lo amava, e quelli al re volevano solo bene.
Volere bene è una cosa facile, banale: l’amore travolge le fibre dell’anima,
l’amore è sublime furia della mente e del petto.
Lei, per la vita del proprio amore, volle morire.
E come avrebbe potuto, priva di lui, godere della luce del sole?
Più soave morte d’amore, si narra, Eco, la ninfa.
La colse desiderio di Narciso,
bello come l’aurora, senza amore
che di se stesso; e non sorrise a lei,
sebbene fosse una formosa ninfa
più d’ogni altra. E vagava la misera
tra boschi ombrosi, tra spiagge di fiumi,
tra spelonche di muschio. “Oscura forza
della mobile dea di Cipro, brama
insaziata di femmina, mie lacrime,
mia vana gioia!” E si sciolse di pianto
le delicate membra, il bianco seno,
i curvi fianchi, la morbida pelle,
le corone di fiori tra i capelli,
i bei luminosi occhi, le labbra
voglia di baci. Restò solo voce
la triste Eco; e ripete Narciso
Narciso un poco, quanto può, d’amore.
Morì per l’unico bacio di Melisenda, l’antico cavaliere poeta,
per sola fama amandola non veduta.
Perciò l’amore, che è vita, può lietamente diventare anche morte.
Vi pare stoltezza o follia, o spettatori partecipi? Lo è, giacché solo chi è folle sa amare, e solamente follia è l’amore.
Ah, non prestate fede a quelli che dicono “Io amo per aver scelto”, e vanti arti e virtù e bellezze e la stirpe della sua scelta.
No, non si compra l’amore come al mercato una stoffa, dopo averne valutato l’ordito e il colore e la solidità, infine, il prezzo.
Ragione e tempo sono i nemici d’amore; e frequenti sono coloro che amando commettono colpe ed errori, e bruciano ogni bene prezioso per la loro inconsapevole rabbia,
come la falena s’infiamma per desiderio di luce.
Ah, non prestate fede a quelli che dicono “Io amo”, e vedete che lo fanno a tempo, passo passo, con quiete; e intanto lavorano, e dormono e stanno a tavola, e frequentano le corti e gli amici. Piccolo è il loro amore come un fondo di bicchiere di vino annacquato, come le briciole delle formiche, come certe fugaci lacrime per lavarsi gli occhi; e chi ama nel cuore e nel sangue, non potrebbe altrimenti vivere se non nelle braccia d’amore; e ogni istante senza gli appare perduto e inutile.
È sempre presente l’amore, nei sogni di notte e da svegli; e prova continua del desiderio è l’assenza; e nessun istante è sereno.
Ah, non prestate fede a quelli che dicono “Io amo e sono felice”. L’amore è spina di rosa, e un pungolo amaro dell’anima, assai simile a provarsi dell’odio.
Chi ama, per la sua eterna povertà e brama d’amore,
chi ama per la sua furia tenace,,
chi ama, per l’ardore che brucia le membra
attraversa i fiumi rapaci,
e varca i deserti senz’orma,
e versa sulle rocce le vene;
e affronta ogni fiero nemico,
e ogni belva e ogni arcano di selve,
e ogni tempesta del fervido Oceano,
e gioca e piange e canta e ride, e poi muore.
Sì, Amore e Morte sono veramente fratelli.
Come vento sulle querce dei monti, come onda furente di mare, come fulmine acuto dal cielo, come forza di rosso incendio e vomito della terra sui campi,
come piena coppa di troppo vino puro, è l’amore.
È vino e incendio e scuotimento e fulmine e onda e vento, l’amore,
e scuotimento e fulmine e onda e vento e incendio la morte,
l’immobile lunghissima quiete,
come dopo una notte di letto furioso il sonno coglie ristoratore,
e placa i sensi devastati e la pena.
Così veramente, per l’amore, è nobile e dolce morire.

Ulderico Nisticò