La Befana a Soverato e in Calabria

 L’espressione popolare “Befana” deriva senza dubbio da Epifania, la “manifestazione” di Gesù al mondo; la manifestazione ufficiale, cioè presentazione al Tempio, per cui un bambino veniva ascritto al popolo, ricevendo come stigma di ebraismo la circoncisione.

 In Calabria si chiama perciò “Vattisimi”, come se Gesù, detto con anacronismo, fosse stato cristianamente battezzato.

 La Befana viene anche ritenuta la data dell’arrivo dei Magi, che portano oro al Re, incenso al Dio, mirra all’Uomo che deve morire. Da questo l’usanza dei regali, secondo i luoghi, e con recenti contaminazioni consumistiche.

 La “Befana”, poiché è un nome femminile, genera la figura di una vecchietta benevola, o, in alternativa, punitrice. Quasi a giustificare la propria generosità, la Befana è povera, perciò rappresentata stracciona. Si dice “Befana” una donna arcigna e bruttina. Che voli sopra una scopa, sa di posticcio, e in qualche modo di identificazione con la strega.

 Per gli ortodossi, il 6 gennaio è Natale; seguono, infatti, il calendario giuliano e non quello gregoriano, in vigore nelle terre cattoliche dal 1582, e nei secoli seguenti anche in quelli protestanti; infine negli Stati ortodossi, ma, dicevamo, non per le Chiese.

 Veniamo a due leggende, una di Falerna, segnalatami da Anna Rotundo, l’altra nostrana. Nel paese tirrenico si narra che gli animali domestici, il giorno dell’Epifania, possono parlare e lamentarsi dei loro padroni, anzi maledirli (“chiatare”); perciò bisogna nutrirli e trattarli bene.

 A Soverato la tradizione ci porta alla Notte di Natale… Nel 1594 i Turchi del rinnegato Cicala devastarono Reggio e molti centri ionici, tra cui Soverato (“Vecchiu”, ovviamente) e il convento della Pietà. Mentre portavano via il bottino, la campana d’oro della chiesa cadde nel Beltrame, e nessuno la trovò più. Manda un rintocco a Natale, e in quel momento gli animali parlano. Come sappiamo da sopra, il Natale coincide con l’Epifania, nei paesi di tradizione greca, e chissà, quando si formò la leggenda, quale giorno era il Natale di Soverato.

 Le leggende sugli animali derivano dalla narrazione evangelica e dalle pie tradizioni: vengono i pastori di pecore ad adorare il Bambino; i Magi arrivano con cavalli o cammelli; e la Grotta è riscaldata da un bue e da un asino.

 Quanto al parlare, era questa la differenza tra uomini e animali, questi detti dai Greci antichi “àlogoi”, senza parola formata. Ma le bestie si esprimono per “mythos”, con versi sintetici che noi rendiamo onomatopeicamente con abbaiare, barrire, miagolare, nitrire… e con il linguaggio del corpo: coda, peli, e, sublime sintesi poetica, con lo sguardo d’amore o di furia.

 Non mancano però animali parlanti: sono i cavalli a profetizzare ad Achille la morte; Pinocchio viene ammonito da un insetto che non nomino per evitare equivoci; e Tarzan e Mowgli parlano con le belve. Salomone possedeva un anello che gli permetteva di dialogare con le bestie: il grande Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, scrisse un bel libro intitolato proprio così, “L’anello di re Salomone”, sulle forme di comunicazione degli animali. Ma chi di noi non ha mai parlato con il proprio cane, capendosi benissimo con l’immediatezza? E già, la verità è semplice; quando le parole sono molte e troppe, c’ingannano e ci fanno ingannare gli altri.

 Ecco dunque l’Epifania degli animali.

Ulderico Nisticò