La compagnia teatrale “Attori per caso – Nicola Valentino” di Soverato arriva nella Capitale

Che gran questione l’eredità. Piccola o grande che sia. Se poi è quella di uno zio, peggio ancora! E se lo zio è un canonico? Son guai! Perché un nipote Don Antonio Favazza insieme a sua moglie Nunzia e a sua figlia Agatina e ai suoi cugini Mario e Maddalena e Santo, finiscono tutti in balia di questa eredità. Tutti a sperare di essere gli unici e soli destinatari di quelle parole impresse sulla carta, lasciate dallo zio come unica testimonianza delle sue ultime volontà. Le parentele smettono di essere parentele. Non c’è più madre, né padre, né Santo che tenga. Santo il cugino. Di scomodare i veri Santi non se ne parla. Meglio corna e trecce d’aglio contro la terribile malasorte che terribile si è abbattuta sulle vicende di questa umile e cattolicissima famiglia. Dove la povertà vorrebbe fare da padrona e l’onore vorrebbe dettar legge, finisce per prendere il soprassalto l’avidità. Occhi bassi e pieni di lacrime. Visi profondamente segnati dal dolore sotto velette nere di pizzo. Bocche che si riempiono di ricordi sull’amato e compianto zio canonico prematuramente scomparso. Piedi che battono il pavimento nervosi. E intanto mani che, ben nascoste dietro la schiena, già contano le banconote.

Che disperazione! In tutto questo marasma c’è spazio anche per l’amore. Ah l’amore… Quello tra la giovane Agatina, già vestita dalla fantasia della madre con ampie gonne di stoffe pregiate e già sposata dalla speranza del padre con un fantomatico uomo ricco e prestante. Se non fosse che la realtà le ha preso il cuore e l’ha messo tra le mani del cugino Mario, uomo dotato di braccio amputato causa guerra mondiale e pensione di indennità, in attesa di impiego statale e possibile destinatario della tanto sospirata eredità. Tra sogni e attese, litigi e scongiuri, debiti e prestiti, vive una lingua incontrollabilmente esplosiva e disperatamente ironica. Quell’italiano appreso sui libri di scuola. Per nulla perfetto. Decisamente esitante. Spesso ostacolato da quel dialetto siciliano che spezza l’odine legale delle cose per descrivere quel sentimento tutto meridionale di combattere ferocemente contro un’esistenza dura, cui troppo spesso si soccombe senza sforzi, seguendo inermi il corso degli eventi. Il caso domina il caos. L’equivoco regna sovrano. Tutti possibili eredi. Tutti possibili esclusi. Rappresentazione di un dramma. “L’eredità dello zio canonico”, opera in tre atti di Antonio Russo Giusti. Rappresentazione della vita. Quella vera. Portata già molte volte in scena dalla compagnia teatrale “Attori per caso – Nicola Valentino”, i cui incassi sono stati devoluti in beneficenza. Guidati dalla raffinata quanto spumeggiante regia di Lino Caridi che, sistemando sul palco uno studiato equilibrio tra l’impulsività dei sentimenti e la moderazione del profitto, riesce a rappresentare il fracasso della quotidianità che affolla la vita cittadina.

Chi è che, guardando la commedia, non ripenserà al proprio di zio canonico o alla propria nonna o nipote o cugina o padre o madre. Perché se adesso la modernità corre veloce senza che nessuno se ne accorga, una volta il tempo scorreva lento, lasciando spazio al sogno e alla speranza e alla sfortuna, seppur lasciando le pance vuote. Frizzante Generoso Scicchitano nei panni del protagonista, capace di rappresentare quel sentimento tutto meridionale di sentirsi perennemente perseguitati dalla sfortuna. Spalleggiato dalla moglie affarista interpretata da Rosanna Talarico. Dolci Emanuela Magri e Menotti Ranieri nel rappresentare l’amore che lotta contro le convenzioni sociali. Sofisticata l’interpretazione dello stesso Caridi nel ruolo del cugino Santo, spregiudicato nella comica ricerca di accaparrarsi l’eredità ad ogni costo. E poi Maddalena. Una Rosetta Gesini interprete, corposa nell’interpretazione quanto il nome Maddalena è corposo nella pronuncia. Quella sicilianità che scorre nelle sue vene la lascia alle orecchie del pubblico. Genuina. Tonta. Ammaliatrice. Ignorante. Caparbia. Bugiarda. Attrice nei panni di attrice. Vera protagonista in questo gioco delle parti. Ironici e speciali tutti gli altri attori in ruoli minori. Mimmo la Torre nel ruolo di Cavaliere Amore, Cesare Ranieri nel ruolo di Vicario Chiarenza, Gerarda Sestito nel ruolo del notaio, Mena Cutruzzulà nel ruolo di Michelina, segretario del notaio. Francesco Tropea nel ruolo del garzone. Pino Vitale nel ruolo di Cameriere del Bar. Ma, alla fine, chi sarà il fortunato cui spetterà la tanto ambita eredità? La compagnia andrà fin nella Capitale per svelare il mistero. Sabato 2 Dicembre, alle ore 17:30, al Teatro Aurelio di Roma, si esibirà in questa esilarante commedia. Una Soverato fatta di arte che fa si fa strada nell’immenso mondo della commedia. Non resta che dire una cosa: merd… In bocca al lupo!

Floriana Ciccaglioni