La spesa pubblica

Lo Stato esiste per sostenere gli impegni pubblici in quanto trascendenti quelli privati, e che i privati non sono in condizione di affrontare: i singoli contadini non potevano arginare un pezzo di Nilo ognuno per conto suo, e si adattarono a uno Stato centralistico sotto un solo faraone, che accumulava la tasse durante “i sette anni di vacche grasse”, e le rimetteva in circolo nei tempi delle “magre”. Le spese pubbliche sono dunque la finalità stessa dello Stato.

Ma lo Stato, a sua volta, per spendere deve avere; se no, s’indebita, o fallisce. Gli Stati occidentali postbellici, e peggio l’Italia, hanno sostenuto una spesa generalmente superiore alle reali disponiblità. E dico disponibilità reale, non monetaria: le monete nazionali, e peggio la lira, erano palesemente più nominali che reali; e i Governi ci giocavano, con il consenso della pubblica opinione, che in vari modi ne beneficiava.
L’Italia è stata di fatto governata dal PUSP, Partito Unico Spesa Pubblica, diviso in innumerevoli partiti, in disaccordo su qualsiasi cosa, tranne che su quella importante: aumentare la spesa pubblica, e distribuirla più o meno giustamente.

Negli anni 1970, il PUSP venne teorizzato come “società di servizi”, secondo un presunto modello scandinavo socialdemocratico: pochi produttori, e tutti gli altri a fare (con molta calma!) qualcos’altro. Il Meridione si dive svutare di produttori e riempire di passacarte e posti fissi utili e molto più spesso inutili e dannosi. La spesa pubblica, soprattutto nel Meridione, è stata dunque non solo e non tanto alta, quanto malamente gestita, allegramente prima ancora che disonestamente.

Oggi che le assunzioni sono bloccate da due decenni, il Meridione non ha né produttori né passacarte! Infatti, l’Europa è passata da un tabù socialdemocratico (tutto pubblico) a un tabù liberale (niente pubblico), che è la convizione che l’economia si autoregoli; il che è smentito dalla storia e dalle cronache. Il liberismo è infatti funzionante solo durante le vacche grasse, mentre è del tutto incapace di gestire quelle magre. Ed ecco i milioni di Italiani in “povertà assoluta”.

Eppure, la soluzione di ogni crisi è pubblica, e non individuale; e consiste proprio nella spesa pubblica. Spesa corretta, spesa utile; e spesa che generi economia, quindi lavoro. Il Meridione ha gli stessi livelli retributivi pubblici del Settentrione, ma servizi e strutture pubblici del tutto inferiori, e che comportano spese individuali superiori: se un ammalato meridionale percepisce lo stesso stipendio di uno di Milano, ma quello di Milano si cura a Milano, e quello del Meridione si cura a Milano, è banale che la debolezza di strutture pubbliche pesi sulla condizione privata. In Calabria si contavano 42 ospedali (ora saranno qualcuno in meno), e la gente si cura a Milano!

La spesa pubblica è dunque intervenire su quello che manca: sanità, strade, ferrovie, bonifiche di centri urbani in degrado.
Ecco un compito per il Governo gialloverde: convincere l’Europa che la spesa pubblica può essere produttiva, e non, come ai tempi del PUSP, assistenzialistica. Dimostrare che lavori sulle ferrovie e le strade sono necessarie utili, e a loro volta divengono volano di economia reale. Come si fa? Assumendo cento operai e un amministrativo; e non, come prima, un operaio e cento amministrativi!

Ulderico Nisticò

ALTRI ARTICOLI

Articoli correlati