L’emigrazione italiana in America Latina, occasione mancata

Non spreco tempo e spazio per dimostrare che l’emigrazione di Italiani nelle Americhe e gli sbarchi più o meno casuali di clandestini non hanno tra loro la benché minima somiglianza, nonostante retorici tentativi a tale proposito. Ma siccome è stato detto e la gente è, di solito, scarsamente informata, vediamo come andarono le cose.

Dal XVI secolo, l’America Centromeridionale era possedimento in massima parte spagnolo, il Brasile portoghese, e c’erano tratti francesi, inglesi, olandesi… I “Criollos”, bianchi iberici costituenti il ceto medio, si ribellarono per l’indipendenza da Madrid e Lisbona; dopo confuse vicende di guerra, non senza molte guerre civili, si venne alla formazione degli attuali Stati sudamericani. Questi erano potenzialmente ricchi, ma in gran parte spopolati, e favorirono l’immigrazione europea, con particolare sguardo alle popolazioni di lingua neolatina e religione cattolica.

Nei primi decenni dell’Ottocento, iniziò un movimento migratorio da Veneto, Piemonte, Liguria, Romagna, e anche Lombardia e Toscana: erano contadini, ma soprattutto artigiani e operai specializzati. I Meridionali si aggiunsero piuttosto tardi, e in numero molto minore, preferendo, quando fu la loro volta, gli Stati Uniti. In ogni caso, nessuno partì per fare naufragio più o meno genuino, ma tutti con il passaporto e su regolari per quanto, in terza classe, non certo comodissimi transatlantici.
Il numero degli Italiani in Argentina e Uruguay divenne quasi pari a quello degli Spagnoli indigeni o immigrati; tant’è che l’italiano è lingua molto diffusa. L’italiano, o non piuttosto i dialetti italiani? Credo che i Bergoglio, contadini piemontesi, usassero in casa solo il loro dialetto; e anche i due fratelli di mio nonno, emigrati verso il 1920 uno a San Paolo del Brasile e l’altro a Buenos Aires, entrambi farmacisti, credo che, da bravi cardinalesi, parlassero calabrese, e poi spagnolo e “brasiliano”. Se ne sono perse le tracce. Si posero il problema pochi coraggiosi dotti ottocenteschi, e tra i primissimi il Carducci, fondando la Società Dante Alighieri per la difesa della lingua; nessun intervento, invece, da parte dello Stato postrisorgimentale, il quale vide nell’emigrazione una valvola di sfogo delle tensioni sociali, e basta. L’assistenza spirituale agli emigranti fu assicurata solo da santi e attivi missionari cattolici.

Scarsi furono i rapporti politici tra l’Italia e gli Stati latini. L’imperatore del Brasile Pedro II sposò, nel 1843, Teresa Cristina di Borbone Due Sicilie, figlia di Francesco I, la quale lasciò una tale buona memoria da essere chiamata “la madre dei Brasiliani”: ma fu tutto qui. Argentina, Uruguay e Brasile balzarono all’attenzione come teatro di alcune non molto chiare gesta del giovane Giuseppe Garibaldi. Il Nievo immagina che uno dei suoi protagonisti veneziani, dopo il 1848, raggiunga il Brasile e lì venga creato duca.
L’Argentina degli anni 1930 mostrò simpatia per l’Italia fascista, e, nel 1941, fu, con il Cile, il solo Stato delle Americhe a non dichiarare guerra all’Asse, anzi a continuare normali relazioni diplomatiche con Italia, Germania e Giappone. Ma anche questo, finì lì.
L’emigrazione italiana di massa era cessata da molto tempo. Ogni tanto, come in questi giorni, l’Italia tenta di riprendere un dialogo effettuale, tanto più che l’attuale presidente argentino è Macrì, alla spagnola Macri, originario di S. Giorgio Morgeto e Polistena.
Si potrebbe fare molto di più, cominciando con l’evitare di andare all’altro capo del mondo per esportare i pettegolezzi dei politicanti italiani e le liti tra partiti, e ideologie che all’Argentina e all’Uruguay non interessano minimamente, e sanno benissimo non rispondere al vero storico.

Ulderico Nisticò