L’immigrazione e l’emigrazione in classe. Incontro della seconda media dell’Istituto Salesiano di Soverato con il poeta Filippo Alampi

Si sente tanto parlare di fenomeno migratorio e, ormai, chi più chi meno, tutti gli adulti ne posseggono un’idea. Basta accendere la tv per scovare un servizio che descriva l’ultimo sbarco avvenuto sulle rive della nostra Italia. C’è chi grida all’invasione, chi all’accoglienza, chi al furto di lavoro, chi alla terribile indifferenza. Nella maggior parte dei casi sono idee non sorrette da una corretta informazione su cosa realmente stia accadendo nel mondo, ma che trovano fondamento nel pregiudizio.

Se, invece, si rivolge l’attenzione a ragazzi di 12 anni per spiegare loro, attraverso le pagine del libro di geografia, le motivazioni storiche, politiche ed economiche che stanno dietro i flussi migratori, questi saranno in grado di comprendere in maniera approfondita il fenomeno e sarà la stessa visione degli adulti di domani a cambiare. E se, ancora, oltre alle pagine di geografia, si portano in classe libri di autori che la migrazione l’hanno vissuta sulla loro pelle e ne hanno raccontato, pagina dopo pagina, quel sentimento di eterna nostalgia ed eterna speranza che attanaglia il loro animo, allora i ragazzi avranno gli strumenti per andare oltre lo schieramento del “si” o del “no”, ma vedranno solamente uomini con i loro racconti. Tanti autori.

Chi è partito molto tempo fa dall’Italia verso la lontana America, come Pietro di Donato tra i suoi muratori e i nonni di Fred Gardaphè diversi tra loro come olio e aceto. C’è chi da poco in Italia è arrivata dalla vicina Africa, come Igiaba Scego e la sua casa portatile e Amara Lakhous impegnato a sedare lo scontro di civiltà. Tutti hanno bussato alla porta della classe seconda A grazie ai loro romanzi sull’esperienza della migrazione. C’è persino chi, in classe, ci arriva proprio sui suoi passi. È Filippo Alampi, poeta calabrese che, durante le ultime due ore di lezione di sabato 20, ha deciso di offrire agli studenti un diretto racconto della sua esperienza di vita già descritta tra le pagine delle sue rime in vernacolo “Meggjju l’erba mia”.

Decide di farlo con il tono affettuoso di chi si confronta con i propri figli, che nulla hanno vissuto di quegli anni di drammatiche privazioni e che, ora, dovrebbero trarre insegnamento dall’esperienza dei propri padri per comprendere tutti quei giovani che, oggi, si trovano ad approdare sulle coste calabresi. Alampi prima ascolta ogni studente che in maniera breve, ma entusiasta, descrive un pezzetto di quel percorso di studio fatto durante le ore di lezione e poi descrive la sua famiglia e i suoi nonni che, molti anni fa, sono partiti poverissimi per l’America e ricchissimi sono tornati in Italia. Dal racconto scaturiscono aneddoti, risate e momenti di profonda condivisione, con l’augurio del poeta, in conclusione, che questi giovani possano essere parte integrante della classe dirigente del futuro. Per un paio d’ore i muri della classe sono crollati e i ragazzi, insieme al poeta, hanno preso in mano la valigia che era di Geremia, Nunziatina, Paolino, zio Luigi e che adesso è di Adua, Rhoda, Zoppe, Amin, Kamal, per iniziare un viaggio verso le spiagge della condivisione e dell’integrazione.

Floriana Ciccaglioni

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