Meridione e ignoranti con laurea

Nel 1860, il Regno delle Due Sicilie si fece cogliere di sorprese da avvenimenti per prevedere i quali non servivano né profeti né servizi segreti, ma solo leggere un giornale europeo qualsiasi. Garibaldi mise in fuga generali vecchi e rimbecilliti, e in meno di tre mesi entrò a Napoli in treno, tiepidamente accolto da una città che gli fornì 80 (ottanta di numero) volontari. Alcuni militari borbonici e molti popolani insorsero nel cosiddetto brigantaggio, ma era tardi.
Nel febbraio del 1861 si tennero le prime elezioni per la Camera (il Senato era di nomina regia), e la maggioranza numerica dei deputati risultò meridionale. Uno immagina che questi signori abbiano detto qualcosa, abbiano proposto qualcosa, si siano opposti a qualcosa… ma no: tranne l’unico vagamente borbonico, il duca Proto, tutti gli altri, muti come giraffe quando fanno salotto con le tartarughe. Glielo impedirono i biechi Piemontesi? Ma no, erano proprio afoni di loro, non avevano nulla da dire, e, se mai non avrebbero saputo dirlo in corrente italiano, dialettofoni com’erano.

Passarono i decenni, e la cosa non migliorò affatto, con le rare eccezioni di Crispi e dei grandi fascisti meridionali: Michele Bianchi, Luigi Razza, Araldo di Crollalanza, Alfredo Rocco… e, sporadicamente e con scarso effetto, di alcuni recenti come Moro e De Mita. Tutti gli altri sono stati quelli che già verso il 1880 chiamavano ascari, cioè truppe coloniali. Nota: era un’infame calunnia nei confronti dei nostri valorosi, fedelissimi e soprattutto dignitosi soldati eritrei, somali, libici e anche etiopici.

Tuttora, i due rami della rappresentanza parlamentare annoverano deputati e senatori meridionali nel giusto numero; e possono prendere la parola come quelli di Aosta e di Ancona; e possono votare pro e contro… Solo che non lo fanno.
È convenienza, è viltà? Anche, ma è soprattutto una radice profonda della cultura meridionale, di quelli che il popolo, con disprezzo, chiama “omini e pinna”, cioè diplomati e laureati, magari persino discreti professionisti, però buoni solo ad esercitare la loro professione, e incapaci di qualsiasi altra umana attività; e isolati in paese, e non pochi di loro sconfinati presto in problemi psichici quando non psichiatrici.

La loro cultura è astratta e ideologica, fatta su libri generalmente datati, mai messa alla prova dei fatti. Se chiedete loro un parere sulla Calabria, vi citano “viaggiatori stranieri” di due secoli fa o tre. Di storia meridionale, sanno la fucilazione di Murat, ma di Murat vivo ben poco; di Campanella, che è stato in galera, ma del suo pensiero metafisico, zero; sono orgogliosi che Dante abbia citato Cosenza, ma dell’ispirazione gioachimita del Poema Sacro, questa notizia non gli è mai arrivata, a scuola. Già, a scuola: perché, dopo il diploma e la laurea, hanno letto scarse cose o nessuna. Dalla scuola, uscirono “preparati”, senza riflettere che “preparato” è participio passato passivo, molto, molto passivo!
Perciò credono seriamente che Ulisse sia sbarcato; non Ulisse mito, proprio un tizio di Itaca di nome Ulisse, che di professione faceva il re, perciò “sai stipendione”…

Sanno che il modo più sicuro per ottenere successo, nel Meridione e soprattutto in Calabria, è il piagnisteo; e piangono come fiumi, quanto meno in pubblico!
Ecco dunque la radice del problema, è la cultura meridionale, che appare del tutto priva di problematicità, di dubbi, di realismo, di dialogo, di confronto con altre opinioni: possibilmente, in fluente italiano estemporaneo, non la conferenza portata scritta da casa e che non ascolta seriamente nessuno, seguono applausi.
Serve dunque una rivoluzione culturale, da cui può nascere anche una rivoluzione politica, con una rappresentanza parlamentare che rappresenti seriamente il Meridione vero, non quello delle utopie; non quello di un passato generalmente fantasioso, e di un futuro sognato.

Ulderico Nisticò

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