Minniti e Marx

Se io fossi del PD (quod deus avertat!), starei con Minniti, e riterrei Minniti l’unica speranza per frenare in qualche modo i due guai del suddetto partito: 1.il crollo elettorale; 2.la confusione babelica di correnti e opinioni.

Siccome non sono del PD (un dio me ne liberi!), l’articolo può finire. Ma mi diverto a fare il politologo, e guardo anche in casa altrui: ammesso e non concesso io abbia una casa mia, politicamente parlando; e non l’ho dal 31 dicembre 1994.

Minniti, ad aver letto qualcosa di Carlo Marx dev’essere l’unico della sinistra. E cosa dice, Minniti? Dice che la gente reale è preoccupata, giustamente, dalla crisi economica, che ovviamente colpisce i deboli, e da un’immigrazione che è stata lasciata follemente a se stessa e a degli affaristi, e, peggio, a dei fantasiosi. Minniti non dice così, ma è sottinteso.

Chi sono i deboli, secondo Marx? Non sono i poveri, perché i poveri non esistono come categoria sociale, non entrano negli schemi hegeliani del pensiero di Marx. Marx prende in esame quelli che, a suo dire, sono le due classi sociali moderne: borghesi e proletari. Non considera gli aristocratici, ormai rottami di un pittoresco Medioevo (che a Marx piaceva molto, ma qui non c’entra); e, come tutti i borghesi dell’Ottocento (vedi Manzoni) disprezza e teme la plebe, detta dai giacobini “populace”, o “canaille”, e, più scientificamente, da Marx “Lumpenproletariat”, sottoproletariato.

Il sottoproletariato non è una classe sociale, non è un ceto, è, come scrisse il de Sivo, “la mischianza del peggio di ogni ordine sociale”, e vi si trova lo sbandato figlio di sbandati come il barone scemo rovinato dalle donne e dalle carte.
Marx li chiama anche “esercito di riserva del capitalismo”, cioè quella manovalanza disperata, sottopagata, usata e licenziata a piacere, tenuta a pane e circensi; e, se vota, disponibile a votare secondo gli umori genuini o pilotati.

Attenzione: il sottoproletariato può essere ignorante nel senso di non scolarizzato; ma può essere anche iperscolarizzato, imbottito di libri, di idee, di belle parole: quelli che Marx chiamava “i socialisti utopisti”. Ai suoi tempi erano i vari Proudhon, oggi sono le Boldrini e le Bonino e i Grasso e i Saviano e certi cattocomunisti… tutta gente che il razionale Marx avrebbe guardato con sorridente compatimento, come si fa con chi campa di sogni adolescenziali in ritardo.

Questo è il peccato originale della sinistra, l’ideologia, e un’ideologia poco filosofica, e che si regge con gli spilli; e, quando è debole per logica, se la cava con gli insulti generici e con autodichiarazioni di superiorità morale. È la fine di Blum in Francia, nel 1938, buttato giù da scioperi operai; è la sorte dei vari Villa, Zapata, Allende, Chavez, Maduro dell’America Latina.
La radice è che la sinistra, fin dal XVIII secolo, è seriamente convinta che il problema del mondo sia distribuire la ricchezza, una ricchezza evidentemente ritenuta esistente e nascosta, e rubata dai cattivi ricchi ai poveri che invece sono buoni; e invece la ricchezza non esiste, se non viene prodotta; e non c’è produzione senza due tipi di lavoro: le braccia e le menti. Quando la ricchezza si produce, si distribuisce da sola; e compito della politica è regolare la distribuzione e fare che sia equa. Equa, non uguale. Il pauperismo, spesso in perfetta buona fede, vuole dividere in parti uguali il nulla, ed è convinto che così il popolo sarà felice.
Minniti, in quel mondo di scolastici poeti, è l’unico che ha i piedi per terra. Auguri.

Ulderico Nisticò

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