New York Times, Calabria e turismo

 Non accusatemi di fare il guastafeste, però, in una Calabria dove tutti hanno un nonno barone, e dove la prosopopea provinciale supplisce alle frustrazioni oggettive vellicando la superbia dei poveri, una precisazione non guasta mai.

 Il foglio statunitense New York Times non ha detto che “la Calabria” in generale sia una meta da visitare, ma che la cucina della Calabria merita di essere assaggiata; più esattamente, che sono ottimi tre ristoranti calabresi, indicati per nome. Non ha parlato di mare, montagna, città d’arte eccetera; ma di arte culinaria di tre ristoratori.

 Intanto, meglio che niente, e grazie al NYT. So bene che il cibo è componente essenziale dell’offerta turistica; so benissimo – e non per averlo letto sui libri!!! – che come si mangia in Calabria, e quanto si mangia in Calabria, al confronto Lucullo ed Eliogabalo stavano continuamente a dieta. So bene che solo in Italia, e in Calabria meglio si mangia, e nel resto del mondo, se tutto va bene, ci si nutre. So tutte queste cose, e so che se un forestiero arriva in Calabria e assaggia, non se ne va più! Se assaggia: ‘ndujia; arancini; carne di maiale, capretto, pecora, cacciagione; cicinella fritta; fagioli, ceci etc; frutta di stagione; insalata di pomodoro; nacatuli, sammartini, pittanchiusa; olio leggermente acido; pasta piena; peperoncini demoniaci; pesce spada; salsicce, guanciale, soppressate, capicollo; sardella; tonno; vino pastoso; zeppole; eccetera per altre cento righe; se assaggia e magari lo scemo del villaggio intellettuale emigrato gli ha detto, vergognoso, “la nostra è una cucina povera”, vi lascio immaginare le parolacce e il commento “ma quanto è imbecille, quel professore”. E come sappiamo cucinare, altro che Archestrato e Apicio e Artusi!

 Chiaro? Però, non raccontiamo bufale tipo sbarco di Ulisse e cavalieri bruciacchiati. La Calabria, che non ha manco uno straccio di assessore al turismo (sarebbe Oliverio: figuratevi!), non ha mai saputo presentare se stessa:

  • Né la natura, con la sua rarissima singolarità di una montagna a mezzora dal mare;
  • Né la storia, che quasi tutti ignorano, tranne i bizantini tutti monaci e la fucilazione di Murat chi era costui;
  • Né le infinite aree archeologiche classiche: mica ci sono solo i Bronzi;
  • Né le memorie, non meno interessanti, dei nostri due medioevi e quant’altro;
  • Né le tradizioni, tanto più fascinose quanto più barbariche;
  • Né la letteratura e la cultura in genere;

 Ora sarebbe il caso di approfittare dell’occasione cuciniera, per cambiare nettamente la linea fallimentare finora seguita, e mostrare un’immagine accattivante della Calabria:

  1. Tappare la bocca agli antimafia di mestiere: gli Americani sono abituati a dei birbaccioni al cui confronto il peggiore dei nostri ‘ndrangatisti è un agnellino lattante;
  2. Vietare la parola ai piagnoni e iettatori tipo “arretratezza secolare” e altri lacrimatoi;
  3. Affidare l’immagine non ai parenti di qualcuno e altri raccomandati, ma a qualcuno serio;
  4. Utilizzare veri operatori turistici professionali.

 Far dunque sapere al NYT e a chiunque altro che in Calabria si potrebbe fare turismo balneare, montano, agriturismo, culturale, religioso, congressuale, di studio; anzi tutte queste cose assieme; e, volendo, a prezzi non “bassi” (gravissimo errore!) ma giusti.

 Si potrebbe, se appena funzionasse un poco di organizzazione tra imprenditori privati e oculato sostegno pubblico: ovvero, aiutare quelle strutture che lavorino, documentato, almeno tre mesi; e manco un carlino bucato agli avventurieri.

Ulderico Nisticò