Piccole storie della fiera degli animali

 Nel 1886, c’informa Fiorita nel suo capitolo di “Soverato” della Rubbettino, viene istitutito il mercatino settimanale in Marina, e una fiera di settembre a Soverato Superiore; nel 1899, una fiera estiva detta, allora, di Santa Maria di Poliporto. È in queste circostanze che Soverato si dota della fiera primaverile, quella che chiamiamo dell’Angelo, o di Galilea. Essa era anche mercato di merci; ma la sua caratteristica, di cui qui voglio parlare, fu per decenni “A fera de nimali”, che portava Soverato al centro dell’economia agricola e pastorale del tempo.

 Soverato, ricca ma piccola località in quei decenni del XIX secolo, si popolava; si aprivano strutture di ristorazione; funzionavano locande. E già, l’economia produce economia.

 Arrivavano da tutta la Calabria, a comprare e vendere il bestiame di quell’economia diciamo ancora tradizionale: buoi da lavoro; mucche da riproduzione e da latte; pecore; capre; asini e qualche cavallo; galline e altri volatili da cortile; conigli; maiali già un po’ cresciuti: i lattonzoli si erano comprati alla fiera di San Biagio a Chiaravalle.

 Questo pittoresco caravanserraglio trovava sede nei “Campi”, dove oggi ci sono la 167, le Scuole, e la Caserma, e allora alberi ed erba. Ogni tanto capitava che un bue, un equino, imbizzarriti, si liberassero, con fuggi fuggi generale. Si diceva che “sferrau, strambau”: le strambe erano le pastoie di legno, non sempre però all’altezza del compito; e neanche i ferri. Notate i sensi metaforici, anche in italiano: un tipo strambo, bizzarro…

 Bisognava dunque tenere a bada gli animali, ma con le dovute regole: la Protezione animali, che risaliva al 1871, funzionava sul serio, anche senza predicozzi ideologici e buonisti, e propaganda tv di caprette e agnellini. Tutti ricordiamo un omone serio e spiccio, che controllava il trattamento civile dei capi di bestiame; ed era visibilmente munito di pistola, e autorizzato a farne accorto uso.

 La fiera del bestiame prosperò ancora fino agli anni 1960, 70; per poi soggiacere ai mutamenti dell’economia locale, e alla fine delle attività tradizionali agricole e di allevamento. Nel 1984 si fece, in via Trento e Trieste, un tentativo di fiera campionaria, soprattutto bovina, con capi di gran razza; ma senza altrettanta fortuna.

 A proposito di bestie, non posso dimenticare S. L. e i suoi sproloqui. Che animale è? Sarà un coniglio, costui, pauroso di scrivere il nome. Certamente, un asino. Si risparmi la querela: secondo me, si chiama Sardanapalo Lillipuzianelli, oppure Scemo Limbò. Il limbò è un animale, ma non si vendeva alla fiera. Neanche S. L. tenti di vendersi: tanto non se lo compra nessuno. Orsù, vigliacchetti: firmatevi!

 Gli rispondo solo perché è un perfetto esempio del pessimo rapporto che ha il borghesotto calabrese con la cultura: è andato a scuola, ha preso un diploma o una laurea, ma sempre e solo come “pezzo di carta” per il “posto”; mai uno stimolo, mai una curiosità, mai il piacere. In un museo non ha mai messo piede, e comunque con l’orologio in mano per l’ora di pranzo.

 Egli, il vilissimo S. L. coniglio e sciacallo, ha un’idea del turismo da Mi sono innamorato di Marina; e un’idea da sbaraballe di Soverato, tanto da chiamare “paesello” una località con 18.000 letti (diciottomila), e grande città turistica un posto con meno, molto meno di 400 (quattrocento). La tragedia è che questa mentalità da Vitelloni guida le scelte, anche politiche, di Soverato.

Ulderico Nisticò