Populisti e reazionari nell’Atene del V secolo: le Rane di Aristofane

Oggi, 1.9.18, due bravi comici Ficarra e Picone daranno, in tv, le “Rane” di Aristofane. E qui è d’uopo, a beneficio del lettore intelligente, dire cosa ne penso. La commedia venne rappresentata nel 405 a.C.
La storia e le cronache del V secolo della città di Atene sono quanto di più vicino al mondo contemporaneo si posso trovare nell’intera antichità classica. In estrema sintesi:

– Nel 490, Atene ancora piccola città dalle strutture sociali arcaiche, ottiene una inattesa e luminosa vittoria a Maratona contro un numeroso esercito persiano. Dieci anni dopo, era la flotta ateniese a sgominare quella persiana a Salamina.
– Le due guerre esercitano un’energica funzione di accelerazione della storia. A Maratone avevano vinto gli opliti aristocratici, ma a Salamina la flotta era composta di marinai di estrazione popolare (teti), che rivendicarono subito il loro spazio nel potere politico. Entro pochi decenni, la città si trovò governata dall’agorà, l’assemblea di tutti i cittadini maschi adulti, che, grazie alla “parrhesia”, libertà di parola [“parrasia”, si dice in dialetto la loquacità!] e alla “isonomia”, uguaglianza giuridica e politica, determinano le scelte della città. Di fatto, a governare è il grande demagogo Pericle.
– È ancora la guerra la molla dell’evoluzione sociale. Mentre gli Spartani, respinta l’invasione, tornano precipitosamente in patria, Atene scatena una politica di liberazione della isole e città greche dell’Egeo dai Persiani, e di esportazione della democrazia, per amore o per forza! Vara centinaia di navi commerciali e da guerra; imbarca rematori e combattenti; stabilisce dovunque delle “cleruchie”, colonie militari e commerciali.
– Alla forza politica e alla ricchezza di traffici, si accompagna una vivacità culturale rara nella storia: il teatro tragico e comico attira le masse; Pericle crea l’Acropoli, affidandola a Ictino e Callicrate, e all’arte scultorea di Fidia; l’istruzione diviene popolare; la lingua di Atene, separandosi dallo ionico dell’Asia, si avvia a divenire, con la sua “litòtes”, regolarità e chiarezza, la “koinè”, lingua comune dei Greci e del Mediterraneo.
– Gli Ateniesi così colti e democratici, sono tuttavia anche molto conservatori: non concedono alcun diritto politico alle donne e agli stranieri; e sono molto gelosi delle tradizioni. Molto tardi, rispetto all’Asia e all’Italia, tollerano la filosofia; ma vedremo presto con quali limiti.
– L’imperialismo ateniese provoca un movimento di timore e sospetto della città greche e degli stessi “symmachoi”, alleati di fatto sudditi, della Lega Delio-attica; e si viene al conflitto con Sparta, nel 431. Le due coalizioni sono al massimo della potenza, come scrive Tucidide; e perciò la Guerra del Peloponneso si trascina senza vincitori per dieci anni, fino a una fragile pace. Pericle intanto è morto di peste.
– Nel 415, Alcibiade, un contraddittorio superuomo, convince facilmente l’assemblea all’idea di conquistare la Sicilia, che si concluderà con il disastro dell’Assinaro, sotto le frecce dei Siracusani.
– Ripresa la guerra, la mancanza di una guida politica e militare, e l’assemblearismo politico e giudiziario, condussero Atene alla sconfitta finale e alla resa, nel 402, nelle mani dello spartano Lisandro.

Sono necessarie queste premesse, per comprendere il clima di reazione antidemocratica e di tasche piene della sofistica e del razionalismo utopistico, che, nel 411, condurrà a una riforma costituzionale in senso oligarchico; e che è accompagnata da un moto ideale e ideologico.
Con buona pace dei luoghi comuni di allora e di oggi, tale movimento antidemocratico non fu rappresentato da analfabeti e sbandati e sottoproletari e ubriaconi; ma da Platone, Senofonte, e dall’Anonimo della Costituzione, e molti altri; e tra questi, più blandamente, il nostro Aristofane.

Nato verso il 450, morto verso il 385, Aristofane è il massimo poeta della Commedia Antica, e si ispira in gran parte, per criticarle allegramente, alle contraddizioni della politica della sua città. Se non è propriamente un reazionario puro, certo è nostalgico dell’Atene di un tempo; e, come tutti quelli che sono nostalgici di un tempo qualsiasi, un poco o molto se lo reinventa: il nostro esempio è il sommo Alighieri del XV del Paradiso, e altrove.
Di lui, come di Eupoli e Cratino, Orazio dice che “multa cum libertate notabant”, cioè colpivano satiricamente senza alcuna prudenza, facendo nomi, anzi mettendo in scena i personaggi più in vista: così fa con l’agitatore Cleone, mettendolo alla berlina in sua stessa presenza.

Ma il bersaglio di Aristofane è più in alto delle contingenze della politica: è l’ideologia, è l’intellettualismo dilagante. Il suo nemico dichiarato è Socrate. Nelle “Nuvole”, ce lo mostra appeso a un cesto, a indicare che dice cose né in cielo né in terra; che è fuori dal mondo! Lo accusava di diffondere dubbi, senza però dare in cambio alcuna certezza. O di credere davvero che la ragione e l’istruzione possano migliorare l’umanità: i fatti provano il contrario, sotto l’aspetto morale. Non avendo scritto nulla, poi, Socrate lascerà che le sue parole venissero interpretate in tutti i modi: ne deriva, a modo suo, Platone; ma anche gli scettici e i cinici sono socratici. Nietzsche lo accuserà di essere origine del moralismo razionalistico e borghese.

È anche per questo clima antifilosofico che, nel 399, Socrate sarà messo a morte per reato di empietà. Curiosa democrazia, quella ateniese, in cui era lecito dire in piazza tutto e il contrario, e proporre guerre rovinose, eccetera; ma su alcuni pregiudizi era feroce. Come in America, dove se uno pecca peggio di Sodoma, però ha 18 anni e un minuto, va tutto bene; se ha 17 anni, 11 mesi e 29 giorni, tutta la Nazione grida alla pedofilia!!!

E veniamo alle “Rane”. L’invenzione della commedia è crudele: Euripide, nato nel 480, è morto nel 406, e il dio del teatro, Diòniso, rimasto senza autori tragici, scende nel Regno dei morti, l’Ade, per riportarlo in vita. Dopo diversi incontri ed equivoci con i batraci della palude infernale, il dio trova Euripide, che però viene affrontato da Eschilo (525-456), il quale rivendica la propria superiorità. Vengono posti sui due piatti della bilancia un verso di Eschilo e uno di Euripide. Il primo scende fino a terra, l’altro sale in alto: a significare che Eschilo dice solide e forti cose, ed Euripide solo fiacche parole. C’è posto anche per le lodi di Sofocle.

Eschilo era stato uno dei più decisi esponenti di quel moto antillettualistico e reazionario, di cui abbiamo detto. Nelle Eumenidi esalta l’antico tribunale sacro dell’Areopago, contro il caotico tribunale assembleare dell’Eliea. Pur glorioso e vincitore nei concorsi tragici, lasciò Atene per non vivere in democrazia; e morirà a Gela in Sicilia, volendo che la sua tomba recasse questo epitaffio: “Questa tomba di Gela ricca di messi copre l’ateniese Eschilo, figlio di Euforione. Il bosco di Maratona e il chiomato persiano, che la conobbero, potrebbero dire la sua gloriosa forza”. Niente di più reazionario, di più populista di un grandissimo poeta che però consideri niente altro che uno svago la sua arte letteraria, ed esalti solo il proprio valore guerriero. Aristofane è con lui, e contro il pensoso e meditativo e sofistico Euripide; e spesso noioso.

Ecco le prove ed evidenze di come Atene, delusa nelle sue ambizioni, vide nascere un vero populismo: Platone, mentre vieta l’ingresso nella sua Repubblica ai poeti, condanna l’invenzione della scrittura: con essa, infatti, non si ha memoria ma solo reminiscenza; e chiunque può imparare una nozione, ma senza le regole morali e senza maestro. Senofonte andò a vivere a Sparta.
Aristofane usa l’arma più antintellettualistica che ci sia: la satira, l’irrisione. Per sferzare i guerrafondai interessati, inventa che le donne ateniesi e spartane costringano i loro uomini alla pace, e lo facciano attraverso lo sciopero più sciopero che una donna possa attuare! E gli uomini, colti sul vivo, si arrendono!

E veniamo ai giudici. Il divertimento degli Ateniesi erano i processi, ed ecco la divertente satira delle Vespe, che deride sia giudici sia imputati sia il pubblico. I giudici che prevaricavano sulla politica, come avvenne quando gli strateghi vincitori delle Arginuse furono condannati a morte per non essersi fermati a raccogliere in mare i caduti; e al loro posto assunsero il comando dei tanto imbecilli la lasciare indifese le navi ad Egospotami; e fu la fine di Atene. Però la legge era stata rispettata. E ad Atene, come in ogni democrazia che si rispetti, pullulavano decine e centinaia di leggi, quasi sempre dimenticate, poi rimesse in vigore a capriccio. Nel 411 istituirono i nomoteti proprio per impedire che il primo sfaccendato proponesse una legge e l’assemblea l’approvasse.

Più saggi e concreti, i Romani insegnarono che “salus reipublicae est suprema lex”.
C’è poi da dire dell’assistenzialismo ateniese: ma ne parliamo un’altra volta.

Ulderico Nisticò

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