Sant’Andrea Jonio – Paese prototipo della dissoluzione appenninica “anima e pietra” raccontato da Enrico Armogida

Caro Tito, il prof. Enrico Armogida (cui l’Università delle Generazioni ha assegnato recentemente il “Premio Gigante della Calabria” già noto principalmente come docente al Liceo Scientifico di Soverato e come autore del monumentale “Dizionario andreolese-italiano”) mi ha permesso di divulgare tramite questo sito www.costajonicaweb.it il saggio che segue, intitolato “L’anima e la pietra” – Il paese, la vita e le tradizioni religiose a S. Andrea Jonio nella seconda metà del sec. XX – e dedicato al popolo, alla vita e alla tradizioni religiose e agricole di Sant’Andrea Apostolo dello Jonio, suo paese di nascita e di residenza. Ne raccomando la lettura, anche perché scrivendo di tale comunità non fa altro che raccontare di gran parte delle comunità similari disseminate in tutto l’arco appenninico e nelle isole maggiori e minori italiane.

UN EMBLEMATICO DOCUMENTO

Tale racconto é una foto degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, cioè di un periodo non molto lontano da noi. Infatti, è un periodo che io ricordo benissimo, tanto che potrei raccontare le medesime cose (persino i medesimi personaggi e figure sociali) non soltanto del mio paese natìo (Badolato e dintorni) ma anche dell’intero Molise o del vicino Abruzzo, che ormai conosco altrettanto bene dopo quasi 40 anni di varia permanenza.

Questo scritto rappresenta non solo un vero e proprio “documento” della nostra memoria, ma anche una testimonianza antropologica e sociologica, oltre che storica. Le nuove generazioni possono trovare ritratta in queste pagine la vita dei propri padri e dei propri nonni e bisnonni, ma anche il passaggio e le trasformazioni dal “mondo chiuso all’universo infinito” (come amo spesso dire) nell’arco di meno di mezzo secolo … cioè il passaggio dalla monotonia pacata, rassicurante, ciclica e tradizionale della nostra comunità di appartenenza all’attuale globalizzazione, sempre più incalzante e seduttrice, disgregante e dispersiva, insicura e depressiva (e spesso persino corruttrice e “repressiva”).

GENERAZIONI DI PASSAGGIO

La generazione di Enrico Armogida e quella mia sono le ultime che hanno vissuto il periodo della società agricolo-artigianale qui narrato così bene (fin nei minimi particolari), mentre entrambe le nostre generazioni stanno vivendo ormai la trasformazione sempre più evidente verso valori e comportamenti tipicamente “americani” (o globalizzati), come più volte rammenta l’Autore con un malcelato senso di malinconia e quasi nostalgia per l’autenticità popolare, non certo per il progresso tecnologico.

Nella “Lettera a Tito n. 177 – In memoria di Pasquale Piroso (Badolato 1946 – 2017)” del 31 marzo 2017 – scrivo diffusamente sulla disgregazione antropologico-territoriale che provocano l’emigrazione e l’acritica adozione della cultura americana dal 1944 in poi in Italia e in particolar modo in Calabria. Sono assai lieto che pure il prof. Armogida l’abbia evidenziato più volte in questo saggio del 2004 rivisto nel 2014.

LA DISSOLUZIONE DELLE AREE INTERNE

Caro Tito, sai molto bene (pure per avertene scritto tanto) come e quanto abbia lottato contro la disgregazione fisica-antropologica del borgo antico di Badolato (specialmente attraverso la provocazione del “paese in vendita” fra il 1986 e l988). Lotta che ho proseguito intensamente anche qui in Molise dal 1987 al 2014. Alla fine mi sono convinto che la dissoluzione delle aree interne italiane (appenniniche e alpine) ed euro mediterranee ai politici interessa soltanto a fini elettorali, in quanto non fanno niente per ostacolare e risanare concretamente tale devastante fenomeno. Mi sono altresì convinto che la desertificazione di buona parte del territorio italiano (in particolare il Sud) rientra in un progetto forse internazionale, che, però, prima o poi intaccherà negativamente il resto della nazione e forse della stessa Europa centrale e nordica, oggi inimmaginabile.

Ho la sensazione che c’é gente la quale nel nostro Sud venga lautamente pagata perché i borghi si sgretolino e che le popolazioni e le comunità di disperdano o restino insignificanti e debolissime … tanto da essere aggredite facilmente da ogni sorta di nefandezze e misfatti. Comunità-serbatoio di nuovi “schiavi” più o meno come le attuali migrazioni africane, sud-americane, medio ed estremo orientali. Popoli-serbatoi per il benessere esagerato dei popoli egemoni.

Pure per questo, già dalla primavera del 1990, sto sollecitando ad un impegno per tentare di realizzare il “riequilibrio” sociale e territoriale, senza cui lo stesso pianeta potrebbe “rigettare” l’intero genere umano, come intruso e come predatore di risorse e distruttore dell’Armonia. Quell’Armonia che, bene o male, la civiltà contadina (ora semidistrutta o stravolta) era depositaria. Ne sono attendibile testimone diretto, pure attraverso tutte le mie pubblicazioni a stampa.

Ci sono così tantissimi territori (forse nella proverbiale “macchia di leopardo”) che vengono disgregati sia nell’anima che nelle pietre. E il prof. Enrico Armogida lo dimostra molto bene nel saggio che segue che ognuno di noi potrebbe sottoscrivere!

CITTADINI DEL MONDO?

Caro Tito, secondo le classificazioni sociologiche, io e te apparteniamo alla cosiddetta “Generazione dei baby boomers” nati tra il 1946 e il 1964 … quelli che hanno prodotto la “rivoluzione culturale” dal 1968 al 1977 (noi ci sentivamo già “cittadini del mondo” ma soltanto con il pensiero e gli ideali). Poi vengono quelli della “Generazione X” (1965-1980) e, quindi, i “Millennials” (1980-2000) detti anche “nativi digitali” o “Generazione Y” cui sono subentrati quelli della “generazione Z” (nati dopo il 2000)… i sempre connessi!

A tali ultime generazioni X-Y-Z appartengono coloro che vedi sempre attaccati ai telefonini e agli “smart-phone” e ad ogni altra diavoleria tecnologica. E, probabilmente, sono costoro i primi veri cittadini del mondo, sempre interconnessi, tramite internet. Forse sono costoro che, in pratica, si stanno sempre più staccando dall’ambiente d’origine e dalle tradizioni per proiettarsi su dimensioni del tutto nuove e affascinanti, ma con il rischio dell’estraniarsi e della solitudine, perdendo le salde radici di identità e appartenenza. Un mondo nuovo, comunque cui non tutti siamo abilitati ad entrare.

La lettura del presente saggio del prof. Enrico Armogida riuscirebbe di maggiore utilità proprio a questo tipo di “Millennials” che ignorano quasi del tutto la cultura dei loro padri e nonni, magari disprezzando i valori di riferimento che li ha generati. Prego i più adulti che leggono questa “Lettera a Tito n. 217” di farne dono ai loro figli e figlie, ai loro nipoti e alle loro nipoti che vivono, giorno e notte, attaccati al web e ai social. Pure per non rischiare ciò che è accaduto a questo mio carissimo compagno di scuola. Infatti …

Un mio coetaneo, grande amico di tanti decenni e da tempo prestigioso manager di successo, mi ha mandato la seguente mail alle ore 11,02 locali di Caracas (Venezuela) del Venerdì Santo 30 marzo 2018: “Mimmone mio, che emozione!!!! … ritrovare le foto e il racconto dei sepolcri del giovedì santo dei nostri paesi calabri! … e che tristezza la nostra vita da emigranti! … io ormai sono un “apolide” … vivo tra Milano, dove ho casa, Monaco di Baviera dove c’è mia madre e mia sorella, Los Angeles dove c’è mia figlia C., Londra dove c’è mio figlio T., Tokyo dove c’è il terzo figlio V., il Centro Africa dove ho il figlio sacerdote missionario e la Calabria dove ci sono i miei suoceri, gli amici, i parenti e i miei amati luoghi del cuore. Il tutto appeso al filo della memoria e tu, con questi bellissimi regali, riempi la mia vita e i grandi vuoti della mia esistenza!… Tornassi indietro farei l’operaio o il contadino al mio paese sul Tirreno calabrese, e per tutta la vita. Buona Pasqua!””

Caro Tito, gli ho risposto che condividevo quanto scritto da lui e che anche io, a buon vedere e tutto sommato, avrei preferito non aver studiato e non essermi allontanato dal mio paese natìo, a costo di mangiare pane e cipolla, preferendo fare il pastore (come tanti miei avi o il contadino come i miei genitori) piuttosto che sentirmi ormai con radici e identità rinsecchite. Sì, è bello sentirsi apolidi o cittadini del mondo. Tutto ciò ha il suo fascino, però non cambierei la mia “Armonia di Kardàra” (il mio mare Jonio, i miei borghi e le mie montagne serresi) con nessun’altra ricchezza del mondo (materiale o spirituale quale sia). Anche se, la felicità individuale e più profonda, non è toccata affatto, poiché questa risponde ad altri parametri che non sono contingenti o ambientali!

NOTE EDITORIALI

Tale saggio é stato pubblicato per la prima volta nel novembre 2004 con il titolo “L’anima & la pietra” dalle edizioni “Istante” di Catanzaro ed il testo era corredato dalle foto di Carlo Maria Elia e di Sergio Ferraro.

La presente edizione si avvale di una sorta di “premessa” firmata dal parroco don Francesco Palaja e dalla “relazione” di Francesca Viscone, da lei fatta il giorno della presentazione del volume nella Sede Comunale di Sant’Andrea Jonio. Non ci sono foto (quella qui evidenziata in apertura é dell’Autore, Enrico Armogida). Ecco, quindi, il testo integrale per come affidatomi dallo stesso Autore con il permesso di diffonderlo tramite www.costajonicaweb.it, sito di Messina, che spero venga poi ripreso almeno da www.soveratoweb.com, come spesso accade quando si tratta di temi, personaggi e situazioni del nostro Comprensorio.

Ho notato che si è verificato qualche “errore” di trascrizione nella trasmissione (specialmente di parole dialettali) dal computer del prof. Armogida al mio e viceversa. Potrebbe accadere che altrettanto si possa verificare nella trasmissione tra il mio computer e quello di www.costajonicaweb.it e quindi nella pubblicazione finale. Tuttavia, tali “errori” tecnologici (dovuti ai diversi programmi dei computer) non stravolge in alcun modo il testo e, principalmente, il senso del discorso. Comunque, è doveroso chiedere scusa all’Autore e ai Lettori.

Buona lettura e buona diffusione a più persone possibile. Grazie e cordialità!

Domenico Lanciano

Azzurro Infinito, sabato 12 maggio 2018 ore 09,06

L’ANIMA E LA PIETRA

Il paese, la vita e le tradizioni religiose a Sant’Andrea dello Jonio

del prof. Enrico ARMOGIDA

Al lettore

Sono sinceramente grato – ai curatori – della richiesta fattami di accompagnare con una nota personale la ricerca che vi accingete a leggere (o a consultare), avente per tema “Le tradizioni religiose nel nostro Paese, S. Andrea Jonio”.

E’ accertato che sulla pietà popolare nel Sud Italia molto si é detto e molto si é scritto. Esiste un’abbondante bibliografia, come esistono ancora settori e spazi inesplorati, capaci di gratificare chiunque voglia inoltrarsi per quei boschi incan-tati.

Tutto questo, oggi, ci sembra richiesto da una società multiculturale, affasci-nata dall’interesse per le cose, ma povera di riferimenti e di memorie, tanto che è diventato perfino difficile vivere e pensare da cristiani.

Da qui l’urgenza di un rinnovato dinamismo missionario per questa società post-cristiana, il quale favorisca il discernimento e la riscoperta dei valori del Regno; un salutare ritorno alle radici, respingendo le logiche del mondo, per rifondare la sua storia secondo il Vangelo, e per ridire la propria fede con più forza, attingendo stimoli e strategie dalle nostre tradizioni religiose; e un viaggio nel tempo tra i luoghi della nostra storia, da dove si affacciano uomini e donne, relazioni, devozioni, chiese, testimonianze e riti, attraverso i quali, prima di noi, i nostri padri hanno testimoniato la loro fede.

Tra queste memorie, preziosa eredità e prolungamento di quella fede, si è inoltrato con umiltà, fiuto d’intenditore e “sensus fidei” del credente il prof. Enrico Armogida, a cui vanno il merito e la nostra gratitudine per aver colto e descritto con rara efficacia gli aspetti antropologici di quel glorioso passato, offrendoci un appassionato affresco di “Teologia del Vissuto” e un significativo luogo d’incontro con i nostri antenati, alla ricerca di quel volto comune che é la nostra identità cristiana e alla riscoperta dell’Umanesimo andreolese.

Sant’Andrea Jonio (CZ) Italy Il Parroco

13 luglio 2014 sac. Francesco Palaja

L’ANIMA E LA PIETRA

Il paese, la vita e le tradizioni religiose a S. Andrea Jonio

nella seconda metà del sec. XX

di Enrico ARMOGIDA

(saggio pubblicato nel volume “L’anima & la pietra” – Edizioni Istante – Catanzaro, nov. 2004 –

con foto di Carlo Maria Elia e Sergio Ferraro,)

A mo’ di prolusione.

Quando si parla di tradizioni popolari, di solito se ne parla con un senso di sostenuta degnazione o di commiserante disprezzo: le si vede, infatti, come qualcosa di vecchio, stantìo e polveroso; qualcosa d’inutile, che – come minimo – si considera passato di moda.

Eppure, ancora nel secolo scorso il grande architetto Le Corbusier diceva che “la modernità è tradizione che sfida il tempo”. Ed a ragione, ché il moderno non è nient’altro se non un parto fecondo, anche se lento e faticoso, della tradizione, che riesce a sopravvivere al passato coi suoi tratti nuovi e distintivi.

D’altra parte, la nostra società locale, fino a ieri di natura agricolo-artigianale, – dati i suoi pressanti oneri quotidiani e l’abituale incuria dell’autorità politico-amministrativa di cui è sempre stata rassegnata subalterna – è rimasta per lunghi secoli una società priva di ogni forma di cultura scritta, e – per non morire! – ha dovuto affidare il modo di essere, di dire e di fare (proprio di se stessa e dei suoi padri) unicamente alla tradizione orale , cioè a quanto del suo immenso patrimonio materiale e spirituale i nostri antenati son riusciti a tramandare a voce – mediante la memoria singola e collettiva – del tempo edace e fugace, e – con esso – delle persone animali cose linguaggio e idee ormai estinte, che pure l’hanno a lungo animata.

Si sa che nella società contadina il passato era affidato esclusivamente alla “memoria”, che ne era un’ “esigenza ineliminabile”, oltre che la “naturale custode”. “Dove, [infatti], l’alfabeto è poco conosciuto e l’analfabetismo è sovrano, ricordare è l’unica opzione che resta a chi vuol dire qualcosa che abbia una certa dimensione storica. [Sicché], ricordare – una volta – rappresentava il modo più normale di collegare il presente al passato. [Ed] i proverbi, le filastrocche e le poesie rimaste impresse nella memoria – come le litanie o la stessa liturgia religiosa – erano le [uniche] forme culturali attraverso cui le generazioni restavano unite. Tutti sapevano le stesse verità, espresse con le stesse parole, e ciò dava il senso di una cultura forte, solidale, univoca e duratura”, consapevole della proprie “radici” e della propria “identità” .

Perciò tanti piccoli riti sopravvissuti alle alterne vicende della storia “aiutano a scoprire comuni legami con il passato, a sentirci eredi della storia di un luogo, anche se quel luogo in buona parte non esiste più”, a superare il progressivo sfilacciamento del senso di appartenenza a una comunità, a vincere una mentalità che si rivela ogni giorno sempre più individualistica e perciò egoistica, e inoltre a risvegliare “sentimenti che scaldano il cuore e fan guardare al presente e al futuro con più forza e più speranza”.

Naturalmente, quella di cui ci occupiamo non è tutta la tradizione, ma solo quella che si esprime nella religiosità popolare; e questa è – come ben dice mons. Antonio Cantisani – “la veste esteriore di una preziosa pietà interiore, che, se liberata da certe incrostazioni, costituisce un grande patrimonio spirituale”. Infatti, “i riti collettivi e le feste di massa interpretano i motivi della passione religiosa e dell’indigenza materiale, della difesa sociale e del riscatto morale della nostra popolazione”, “solidificano il nucleo della memoria storica” e creano un elastico tessuto connettivo ch’è alla base della coesione culturale di ogni comunità.

Le immagini fotografiche, di cui il volume si avvale, (e che riguardano in parte – la maggior parte! – il bacio del Bambinello, portato ancora – a Capodanno – nelle singole case dai Confratelli della nostra Congregazione del Rosario, e in parte Chiese, edifici, luoghi e oggetti significativi del nostro territorio) – si sa – sono uno strumento immediato, anzi istantaneo, ma tuttavia capace di suscitare nel cuore dell’uomo calde emozioni e di offrire oggettivi frammenti di microstoria socio-religiosa che – nell’ambito del tema prescelto – trovano unità e senso e si rivelan talora vere “opere artistiche”.

Sono immagini che privilegiano la partecipazione comunitaria paesana alla celebrazione dei riti sacri, e sono immagini di momenti in cui riecheggia ancora “il suono melodico dei canti, il trambusto delle fanfare, il cantilenare delle preghiere, la drammaticità timorata delle invocazioni segrete”.

Lo sguardo (gioioso o dolente, fiducioso o trepidante) della nostra gente – qualunque sia lo strato di appartenenza sociale – mostra in esse un intenso sentimento devozionale, che “soddisfa un bisogno primario di trascendenza” e aiuta a “scoprire il nascosto o a riscoprire il rimosso e dimenticato” .

Sarebbe, perciò, ingeneroso se si riducesse questo fatto sociale a mero evento folkloristico o si considerasse espressione di vile mercificazione consumistica, inserendolo nell’ottica di quello spirito del “mercante” per il quale “il tempo è occasione prima di guadagno” ; ma sarebbe, addirittura, pericoloso se i nostri paesi, sotto la pressione incalzante di una omologazione culturale dilagante, attualmente collegata al fenomeno della globalizzazione economico-tecnologica, diventassero – come disse Giovanni Paolo II – un “deserto senza storia, … senza linguaggio e senza identità” .

Cap. I°) S. Andrea Jonio negli anni ’50 del Novecento

il-golfo-di-squillace-da-santandrea-jonioSant’Andrea è un paese del litorale ionico-calabrese, che in linea d’aria dista un paio di chilometri dalla SS 106 e una decina dalla città di Soverato e si erge – a 320 mt. sul livello del mare – sulle tre colline di Matalde’na, Lipontàna e Cerasìa, da cui si affaccia a terrazzo – “cùamu cuvèrta ch’ampràta mera”- sull’ampio golfo di Squillace.

Il suo territorio (della superficie complessiva di poco più di 20 kmq) si espande dal mare verso le colline e le montagne, giungendo – oltre Piano Pecorari – fino a un’altitudine di mt. 1070, ed ha una fascia costiera di 4 chilometri circa, che, dal torrente Salùro a sud al torrente Àlaca a nord, è sorrisa da un incantevole mare, sempre di un azzurro carico, e da una meravigliosa spiaggia, dritta larga e tersa, meta nel periodo estivo di turisti di ogni luogo.

1) LE ORIGINI E I PIU’ ANTICHI REPERTI ARCHEOLOGICI

Il paese conserva ancora le sue caratteristiche di borgo medievale, strettamente raccolto – nel suo Centro storico – in un intrico di casette addossate l’un l’altra e di strette viuzze (“vinìaddi”) e stradine suggestive, alcune delle quali pavimentate ancora di lastroni di granito (“pìatri ‘e hjumàra”).

Esso sorse, infatti, come “casale del territorio di Badolato”, nei pressi di una grangia basiliana, fondata con molta probabilità – attorno all’ XI-XII sec. d. Cr. – da alcuni monaci bizantini che eran riusciti a sfuggire alla furia iconoclasta dell’VIII e IX sec. e alle incursioni ripetute degli Arabi musulmani, rifugiandosi prima in Sicilia e spostandosi poi in Calabria, sulle cui ridenti colline eressero numerosi cenòbi o eremi. La più antica testimonianza archeologica è costituita, infatti, dai ruderi di una piccola grangia, costruita in località “Giraggiùati” attorno al X secolo.

Di poco posteriori ad essa sono vari ruderi campestri: come quelli della Chiesetta di S. Nicola di Cammaròta, costruita qualche centinaio di metri più a nord (sul poggio di Condò, ai piedi di una fresca vena di acqua, ‘a funtanèḍḍa ‘e santu Nicola). L’usura del tempo l’aveva mal ridotta e i rovi ne avevano occupato una certa parte; tuttavia, della sua vetustà e sacralità nessuno aveva dubbi. Mio nonno Peppinu ‘e Giacumu, infatti, che aveva lì vicino un appezzamento di terra con piante di fico e di ulivo, vedendo a terra delle pietre, una volta ne aveva prelevate alcune per metterle in un muro a secco (armacèra); ma, siccome esso gli era crollato diverse volte, pensò bene di riportar le pietre sacre al loro posto; e da allora il muro non mosse più. Nel 1967 la chiesetta era ancora in piedi, in un appezzamento di terreno privato, ed una finestra sormontata da un un’arcata in pietra lavorata era addirittura intera (come mostrano alcune foto fornitemi da mio cugino Peppino Carioti); dagli anni ’70, invece, è stata barbaramente diroccata e depredata e il suolo in cui sorgeva è divenuto proprietà dei Lucifero. Ci sono poi i ruderi della Torre di Tralò (o Torre di “Cammaròta”), situata nei pressi dell’attuale Cimitero comunale e un tempo appartenuta – pare – a tale chiesa. E, infine, la Chiesetta di S. Maria di Campo (denominata un tempo Chiesa di S.Martino perché limitrofa alla località omonima, ch’è situata – al di là del Salùro – in territorio d’Isca), una chiesetta rurale del X-XII sec., posta lungo l’antica “Varànda” o “Vìa Grande”, cioè sull’unica strada carrabile che venendo da sud proseguiva verso nord e s’inoltrava fino a Napoli, un tempo capitale dell’Italia meridionale. Tale chiesa fu creata anch’essa dai Basiliani per dare ai contadini un conforto spirituale, ma nel tempo divenne anche fonte di vita economica: infatti, era luogo d’incontro di un’importante fiera locale. Essa nei primi dell’800 venne in possesso dei baroni Scoppa di Badolato, ma questi successivamente la donarono ai Padri Redentoristi insieme ai fondi terrieri di S.Martino, Olivarella, Parrà, Porcherìa e Campo Murato in territorio d’Isca; e ai fondi Minichella e Spinisanti in territorio di S.Andrea: tutti appezzamenti olivetati, con parte irrigua coltivata in agrumeto e frutteto, ceduti dagli Scoppa con l’obbligo esplicito di fare ogni anno gratuitamente le missioni in 7 paesi della Diocesi e di dare una volta al giorno una razione di cibo ai numerosi bisognosi – di S. Andrea e dei paesi vicini – che si presentavano con le scodelle davanti al loro portone . Tale chiesa da un periodo immemorabile è divenuta a Ferragosto meta devozionale di un pellegrinaggio a piedi in onore della Madonna Assunta e nel 1985 è stata sottoposta a lavori di restauro diretti dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali, durante i quali sono stati rinvenuti vari strati di cui i più antichi risalgono – pare – all’età ellenistica; tuttavia tali lavori non sono stati più ultimati e ogni anno la Messa di Ferragosto viene ancora celebrata all’aperto, davanti all’ingresso. Testimonianza di lontana antichità sono, inoltre, la Chiesa del patrono S. Andrea Apostolo, eretta nell’XI sec. sulle pendici scogliose del paese, ma poi trasformata nei secoli successivi e restaurata nel 1757; e la Grangia di tutti i Santi (ora Convento delle Suore Riparatrici), sorta nel 1131 nei pressi di una Chiesetta (distrutta nel tempo dai terremoti) attorno alla quale si sviluppò gradualmente il nascente Casale di S. Andrea: essa nel 1500 fu ricostruita dai Certosini di Serra S. Bruno con l’ampio chiostro e il maestoso portale d’ingresso attuali, e nel 1800 fu arricchita dal barone Scoppa del suo panoramico loggiato, che con un imponente colonnato in pietra granitica domina tutto il Golfo di Squillace. Poco al di sopra sorgevano la Chiesetta di S. Caterina, di cui rimane come ricordo solo la parete orientale, e quella di San Nicola, nel tempo alienata, restaurata ed attualmente adibita a garage: eppure ai suoi piedi riposano ancora le ossa di tanti nostri antenati, come quelle del farmacista Enrico Armogida, fratello del mio trisavolo Giacomo.

sant-andrea-jonio-visto-dal-mareNel XVI sec. la necessità di difendere il paese dalle frequenti incursioni dei Saraceni portò alla costruzione del quadrangolare Castello del “Belvedere”, con la sue 4 Torri imponenti, di cui rimane intatta a Sud-Est solo quella dell’Orologio. Tale Castello nel Settecento fu trasformato nella vecchia Chiesa Matrice, l’unica chiesa parrocchiale del paese, contraddistinta nella parte anteriore da una lunga scalinata a due rampe e da una maestosa torre campanaria a 3 campane, la quale fu abbattuta all’inizio del 1966 e ricostruita negli anni successivi.

Nel 1727- a maggior sicurezza della popolazione – furon costruite, in granito locale, 3 porte d’accesso al paese: quella del Castello (adiacente alla Torre dell’orologio e alla macelleria ‘e Cìanzu Varanu); quella di Malajìra (adiacente alla chiesetta di Santa Barbara e alla Casa comunale) con i cui lastroni granitici fu costruito poi il portale del vecchio Municipio, che porta la data 727-AD; e quella di S.Andrea (adiacente alla Chiesa del Patrono e a quella vicina di S. Rocco), che porta incisa la stessa data e mostra ben visibili i segni dell’invasione francese del 1806, quando un reggimento, guidato da Guglielmo Pepe, entrò nel paese e lo mise a soqquadro, uccidendo ben 46 persone e bruciando tutti gli archivi parrocchiali e comunali preesistenti.

Vanno ricordati, ancora, i ruderi del Fòndaco, vicino al lido, che serviva in Marina come postazione di guardia costiera, oltre che come rifugio per i marinai; e più in alto, la Chiesetta barocca (ormai dirupata) dedicata alla Madonna “Buona Pastora”, oggi di proprietà dei marchesi Lucifero, che si ergeva il secolo scorso (sotto l’attuale Pizzeria “Mediterranée”) in mezzo a un esteso e rigoglioso agrumeto, ove ogni domenica per i “villeggiànti” officiava la messa mattutina don Tito Voci e al cui pozzo granitico attingevano acqua con una carrucola e un catino zincato le persone che scendevano al mare o i contadini che prendevano in fitto – in località Addinu – le vaste terre marine; la Chiesa e il Collegio dei Padri Redentoristi, di mirabile fattura neoclassica, fatti costruire sul finire dell’800 dalla baronessa Enrichetta Scoppa e dati in beneficio ai Padri Liguorini il 1902; e, infine, tanti bei palazzi nobiliari, eretti per lo più nel Settecento con imponenti portali in granito e diverse raffigurazioni o stemmi familiari, e dislocati in varie parti del paese (come quello dei Calabretta, dei Damiani, dei Jannoni, dei Migali, degli Stella, dei Carioti, degli Speziali, e dei Barbieri, il cui portale ora si trova a Condò…) .

2) IL PAESE NEL DOPOGUERRA

a) Ruga e ccasa, marìtu e ffìmmana ’e casa.

Nell’immediato dopoguerra, il paese era formato unicamente dal Centro storico originario, (espanso naturalmente nel tempo sia a sud-est che a nord-ovest), con i suoi numerosi e caratteristici filàri di case, – che formavano le “rughe” o riòni (Ciùciaru, Rimèssa, Neru, Cummìantu o Malajirìaḍḍu, Matalèna, Malajìra, Casiscioḍḍàti, Belvedère poi Castìaḍḍu, Capitanèḍḍa, Ferràru, Spinìattu, Mungiùa – Forgia, Santa Ndrìa, Mònaci, Santu Nicòla, Carbinìari, Schjòcca, Gàfiu d’a farmacìa, Rughicèḍḍa, Vàgghju – Falimùra, Funtanèḍḍa, Gustìnu o Pignàri, Colàndru o Cola Lisu, Carcè o Oratòriu, Donn’Armòdiu, Quartùcci), che comunicavano fra loro mediante strette vinìaḍḍi, cioè vicoletti serpeggianti e bui – e con le sue abituali “casette a schiera”, abbracciate l’un l’altra e formate o da un semplice piano seminterrato, privo di finestre e illuminato da una portèḍḍa (una bassa avamporta di tavola, tenuta chiusa di giorno, che serviva a dare alla casa aria e luce, ma anche ad impedire che vi entrassero persone estranee o animali e ad intrecciar conversazione con vicini e passanti) o – al massimo – da due pianerottoli, cui si accedeva mediante una scala esterna con “mugnànu”. Le case eran, perciò, caratterizzate da una cantìna o catùaju, un piccolo sottoscàla (per tenere legna o galline), una càmmara o stanza per mangiare e dormire, e un sottotetto molto basso (àriu) con pavimentazione e trabeazione in legno, una franestùḍḍa ‘e lignu, e il tetto spiovente ricoperto di ciaramìdi di argilla e dotato di un fanò, una specie di abbaìno costituito da una tegola scorrevole (forata a un’estremità) che con le dita o con un ferro ricurvo si apriva di giorno per avere illuminazione e aerazione e si chiudeva la sera per evitare l’ingresso di animali o l’infiltrazione di pioggia notturna.

E’ inutile dire che il possesso di una casa – come di un podere o proprietà (‘a terra, come si dicèva; perché cu’ ava terra\, ‘e fami ‘on mora) – era per i nostri avi un mito, un sogno, espressione della loro agognata indipendenza psico-fisica e autonomia economica, che non sempre nella loro vita riuscivano a realizzare.

La casa, infatti, – oltre che un luogo fisico, (in cui si ritrovava il focolare, l’orcio, la cassapanca e gli animali, come il gatto e le galline, e in cui “i beni restavano sempre necessari e non erano mai superflui, e tutto veniva religiosamente protetto, custodito, consumato”) – era ancor più il luogo dell’anima, il centro degli affetti, in cui si cresceva insieme e si condivideva una vita di stenti e sacrifici. Era per i nostri genitori – si potrebbe dire – il centro dell’universo: “proiezione dell’io, ritrovo della famiglia, luogo della memoria, parte del mondo in cui il viaggio terreno comincia e quasi sempre finisce, e – insieme ar’a casèḍḍa [d’o Mungiùa, ‘e Capàcciu o ‘e Niforìu] – ricettacolo dell’ospitalità e dell’accoglienza”. Quando uno diceva “mi ricùagghju”, voleva dire che si ritirava a casa, anzi “ar’a casa” come sede di quiete e di benessere, di sicurezza e fiducia, in cui una persona si appartava e stava tranquilla con se stessa e con i propri familiari; e l’orto o la campagna erano – in un certo senso – un’estensione della casa. Perder la casa era perder tutto; come la casa vuota, ricoperta di erba, era la fine di tutto: la maledizione peggiore che si potesse lanciare a una persona era che “davanti alla sua casa crescesse l’erba”.

Eppure la casa era spesso un posto appena vivibile. Si resta sgomenti ad osservare la bassezza e l’angustia delle case di un tempo: “casa quantu pùa stara”; perciò, poveri tuguri, ch’erano il regno della sporcizia e della malattia, della fame e del freddo, e in cui fumo, vento, acqua piovana, mosche, cimici e pulci, erano abituali .

In casa, patra – e spesso patrùni insieme – era u marìtu, che vestiva di solito pesanti pantaloni neri “‘e fustàjinu”, indossava na cammisa ‘e pilusèlla e giacca scura pesante e portava in testa ‘a cùappula o u cappìaḍḍu, e cui spettava l’obbligo del sostentamento economico della famiglia: o con la sua attività artigianale, recandosi ogni giorno ar’a potìca, o col suo pesante manuale lavoro agricolo, jìandu ncampagna a volte anche nei giorni festivi. “Non c’era lembo di terra che il contadino non accarezzasse col suo occhio affettuoso e intelligente. Sapeva quand’era il momento giusto dell’aratura, della semina, della sarchiatura; quando la terra aveva sete, quand’era stanca o pronta, sazia o affamata” . Perciò, provvedeva in tempo ad “affossàra o scarzàra, putàra, zzappàra e rifundira ‘a vigna; preparàra i simentìni; abbivaràra l’ùartu, ‘a posèḍḍa, i panìculi o i partagallàri; rampàra sentìari e ffara stagghjàti all’olivàri; cotulàra l’olivi, l’agghjànda p’o pùarcu, l’ammìanduli o i castàgni; cogghjìra i fica ‘e supa l’àrvuri, o i ficandiàni de’ pitteḍḍàri; ammazzàra u pùrcu; fara ‘a vindìgna ar’u parmìantu, e l’olivi ar’u troppìtu…”. E c’erano agricoltori moralmente austeri e fisicamente ben piantati e duri come grossi massi granitici, che la piena del torrente può investire ma non riesce in nessun modo a smuovere: “Tùastu cùamu nu cutru de hjumàra\: de supa passa l’acqua e non ti leva” dicono di un tale – con particolare densità ed efficacia epigrafica – due scarni versi popolari …

Regina e martire silenziosa rimaneva, invece, ‘a fimmana ‘e casa”, la donna casalìnga, che indossava abitualmente la camicia, una lunga gonna scura a ccampàna, sul davanti portava legato u faddàla (un grembiule di stoffa che in campagna poteva facilmente adoperare come curùna o cercina), sulla testa ‘a tuvàgghja e sulle spalle u vancàla.

Ella, in quanto priva di mestiere specifico (“arta”), era anche priva di voce e diritto alcuno (“parta”); e, se – eventualmente – era priva di marito (“ùamu”) perché “cattìva” (= vedova) o perché “mònaca” (= nubile), era anche priva di ogni prestìgio (“nùamu”).

A lei era riservata l’incombenza della maggior parte dei compiti, come “aḍḍattàra e guardàra i guagliùni, scupàra ‘a casa, preparàra u mangiàra ar’a cucìna, macinàra u ranu ar’u mulìnu, fara u pana, penzàra ar’i gaḍḍìni, jìra ad acqua a lligna e ar’u pùarcu, portàra ncampàgna u morzìaḍḍu p’o servìzziu, filàra ‘a lana o l’àsali e fara cozzettuḍḍi pE’ guagliùni, arripezzàra ncuna cosa, assammaràra i panni e fara ‘a vucàta ar’a hjumàra o ar’a casa, portàra supa ‘a testa nu mazzu ‘e ligna p’o foculàru o p’o cocipàna, fara i fiscottìni i cuḍḍurìaḍḍi o i cuzzùpi, frijìra i zzìppuli i carracaḍḍàti o i crispìaḍḍi, mpurnàra i fica i castàgni i favi ar’u cocipàna, portàra supa ‘a testa i varìḍḍi ‘e mustu ar’a caseḍḍa, portàra coḍḍàti d’olìvi d’a campàgna o calàra ‘na coḍḍàta ‘e castàgni d’a muntàgna…”.

E tante volte la donna diligente doveva protrarre al tenue lume della lucerna (“’a lumèra”) gl’infiniti lavori domestici (‘a fìmmana ngalipàta\ si canùscia ar’a lumèra), doveva essere parca nell’uso delle cose (gugghjàta longa,\ fìmmana ngonga) e aveva la possibilità di pensare alla sua persona solo nel profondo silenzio notturno (ar’a siràta\ si pèttina ‘a maritàta): il giorno, infatti, tra casa e campagna era sempre impegnata e indaffarata.

b) Popolazione e luoghi d’incontro.

Il paese allora era densamente popolato ed animato in ogni ora (dalla mattina presto fino al tardo tramonto) di voci, grida e rumori di ogni specie: raggiungeva, infatti, i 5000 abitanti (ognuno dei quali era indicato mediante suprannùamu, di solito un tratto caricaturale, che serviva per l’individuazione immediata di una persona o famiglia ed era legato o ad un tratto morale o ad una caratteristica fisica, o ad abitudine comportamentale o ad ascendenza familiare, o all’esercizio professionale o al paese di origine) e pullulava di gente, ch’era dedita soprattutto alle attività artigianali o agricolo-pastorali.

Essi s’incontravano per lo più o alle poche fontane pubbliche (i Triffuntàni d’o’ Castìaḍḍu, o ‘a funtana d’o Mungiùa, ‘e donn’Armòdiu, ‘e Santu Nicòla,‘e Malajìra, ‘e Neru, ‘e sant’Andrìa) oppure alle sorgive naturali (d’o Ferràru, d’a Vanti, ‘e l’Arrìadi) o ar’a potìca (i vari negozi digeneri alimentari:‘e Palèḍḍa, ‘e Peppìnu ‘e Colabàti, d’a Coperatìva, ‘e Rivìtu, ‘e Vicenzìnu d’o Tùrchju, ‘e Sanna, ‘e Savìnu Stillu – di frutta: ‘e Maravittùaria d’Ande’llu e Vvirginia Addìnu, d’a Lìscia, ‘e Cìcciu Tambùrru, ‘e Brunu ‘e Pistùalu – di ferramenta: ‘e Filibertu Samà e deʼ F.lli Colabàti – di mercerie: ‘e Nicola Grecu, ‘e Pascala Cariùati, ‘e Brunìnu Lijòi, ‘e Francìscu D’Amica, ‘e Mazzotta, ‘e Cuncettùzza d’Ángiulu ‘e Vitu (o Ndruzzu d’a Carbinèra) – le botteghe di artigianato: barvarìa, fòrgia, falignamerìa, ‘a potìca d’o scarpàru o’ e l’argagnàru – bar: dE’ Prìncipi, ‘e Sarvu ‘e Cola Grìacu, ‘e Ntùani Lijòi, ‘e Cìcciu ‘e Pràcitu – tabacchini: ‘e Brunu u Poticinàru, ‘e Vicenzìnu Mongiàrdu e Peppi Samà u Fumùsu – cartolerie: ‘e Nicola Cosentìnu, ‘e Peppi Frustàci e de Brunìnu Lijòi – bettole: ‘e Rivìtu, ‘e Bettùḍḍu, ‘e Maggisànu, ‘e Zangàri – e la pescherìa, a Mmalajìra) o andando ar’a campagna (nello scendere e salire a piedi il calvario quotidiano della ripida Mpetràta, lastricata dal Vallone di Bruno all’imbocco del paese da scivolose pietre consunte dal perenne formicolare delle persone e degli animali), o nelle varie Chiese, sempre gremite di gente, mattina e sera, nei giorni feriali come in quelli festivi, e nelle numerose processioni religiose che ripetutamente riempivano di gente e di canti le tortuose strade del paese o, infine, nel passeggio serale lungo u Chjan’u Castìaḍḍu, tra la vecchia Chiesa Matrice e l’Urmu, uno dei 3 “alberi della libertà” piantati a S. Andrea dopo la Rivoluzione napoletana del 1799 e sopravvissuto al ritorno dei Borboni, insieme a quello che si trova nel Largo Mattei (e ad un altro che si trovava davanti al Palazzo Migali, ma che fu divelto per necessità nei primi decenni del ‘900 quando – su suggerimento di Cìanzu d’o Mastru (Lijoi) – fu aperta nella circunvallazione del paese il tratto di strada provinciale che dal Ciùciuru e dalla Fòrgia di Vicenzìnu ‘e Gàrgia porta alla curva dei Pini, alle Treffontane e da lì a S. Sostene).

E per i ragazzi, ‘a piazzètta di fronti all’Urmu, non ancora pavimentata, ove i maschietti (i guagliùni), – quando non jìanu a ffolè o u m’àrmanu ‘a chjàncula ar’i porcìli – quasi sempre scalzi e vestiti di pantoloncini corti, dal cui fondo emergeva spesso u culu sciancàtu o appezzàtu – giocavano spensieratamente ar’a cchjapparèdda, a ccaròzza, ar’u strumbu, ar’u castiḍḍùni con castagne verdi sovrapposte a filari, o ar’a luna con soldi metallici ormai fuori corso (residui della vecchia monarchia sabauda e del recente ventennio fascista), mentre le ragazze, (i fìmmanìaḍḍi), più strettamente sorvegliate, si divertivano davanti casa giocando ar’i vici, ar’a corda o ar’i papi.

c) Il mare e i “villeggianti”

E- nel periodo estivo – c’era poi u mara. Infatti, verso l’ultima decade di Luglio (dopo la festa delle reliquie del Santo Patrono, che si faceva la III° domenica del mese) parecchi concittadini – i più fortunati spesso – scendevano per qualche mesetto a mare, costruendo sull’ampio litorale marino (da Cupìtu a Suttaferruvìa, d’o Vaḍḍùni ‘e Brunu all’Olivìari) lunghe file di pogghjàri, addossati per lo più l’uno all’altro, e fatti con un’armatura più o meno cubica di grossi palùni ‘e lignu e rivestimento di verdi canne e rami di pioppo. E vi andavano a volte per motivi di salute (cercando nel sole, nei bagni e nelle insabbiature marine [stufi] un efficace rimedio – per i figli e per sé – contro le frequenti bronchiti invernali e le più gravi forme di artrosi o reumatismi) a volte per un po’ di riposo e svago, in modo da allentare gli estenuanti lavori agricoli e lenire insieme la cocente calura estiva.

A ridosso della battigia si costruiva u pagghjarìaḍḍu ‘e l’unda (per indossare fuori da ogni sguardo indiscreto il costume da bagno, che poi per i maschi erano delle ampie mutande di cotone a forma di pantoloncini e per le donne delle lunghe camicie bianche da notte, spesso leggere e trasparenti); davanti al pagliaio, ch’era dotato talora di una larga e comoda tettoia, ‘a cucinèḍḍa c’u focularu ‘e pìatri, per preparare per mezzogiorno e sera delle fritture o delle pietanze calde; e dietro, u pagghjarìaḍḍu pE’ nimàla (i puḍḍàstrìaḍḍi ed – eventualmente – u porceḍḍùzzu, che non potevano restare abbandonati in paese!); e a volte u puzzu, scavato nella sabbia per poter disporre di un po’ d’acqua per lavarsi. Per gli urgenti bisogni personali si ricorreva, invece, alla fitta e sterminata boscaglia dE’ Virdi, cioè la zona verdeggiante, costituita da piante e arbusti, che si trovano lungo il litorale, a ridosso della spiaggia, costeggiandola.

Importanti erano, in questo periodo, le amicizie nuove che si stringevano tra vicini di pagliaio, anche tra ragazzi e ragazze ai loro primi amori; i giochii canti e i falò che concludevano spesso la giornata all’unda ‘e mara; e l’usanza di ospitare nel pagliaio parenti o amici che passavano talora davanti, per offrire loro qualche bibita (“orzàta”), e di acquistare – dai marinai che attraccavano la paranza o la barca sul litorale – del buon pesce fresco da brodo (come sàvuri mperiàli, lumìari, còccia, tràcini o trìgghji) da mandare ai parenti rimasti in paese quando erano impossibilitati a scendere.

Non mancavano, comunque, coloro (soprattutto giovani e ragazzi) che per fare il bagno scendevano in comitiva lungo la Mpetràta e rincasavano talora a sera tarda, rinfrancandosi solo di more di gelso nero o di fichi bianchi che in abbondanza si potevano rinvenire in proprietà Lucifero, da entrambi le parti che costeggiavano il viottolo che da Cupìto portava alla Stazione.

d) Professioni e attività

Quanto mai variegata era la stratificazione economico-sociale della popolazione andreolese di un tempo. Essa, però – per quanto vi si potessero ritrovare tante professioni e attività – sostanzialmente era tripartita nelle grandi categorie di “galantòmini, mastri e zzappatùri”. C’erano, infatti, anche se in numero molto ristretto,

anzitutto, abbucàti, farmacìsti e mìadici, mèstri e professùri, giòmatri ngegnìari e architètti, mònachi e prèviti, ‘sattòri segretàri e sìndaci;

poi, argagnàri, barrìsti, barvìari, carvunàri, cummerciànti, cumpusantàri, custurìari e ssartìni, dazzìari, falignàmi, fattùri, ferruvìari, forgiàri, funtanìari, guccìari, lettricìsti, mulinàri, muratùri, panattìari, postìari, poticàri, propietàri, purvaràri, sciaffèrri, stimatùri e tessitùri;

e, infine, bandìsti, coddaràri, crastatùri, currìari, fimmini a gghjornàta, garzùni, discìpuli, mbàlidi e mmutilàti ‘e guerra, organìsti, parmentàri, pecuràri e vovàri, ciarameḍḍràri pipitulàri e tamburrinàri, porcàri, putatùri, sagrastàni, sdocchjatùri, seggiàri, spazzìni, sportàri, stagnìni, troppitàri, zzappatùri….

Ma la categoria più numerosa era quella dei piccoli contadini (òmini ‘e campàgna) e, al di sotto, quella dei braccianti agricoli giornalieri (zappatùri [o òmini a gghjornàta] e ffìmmini), gente priva di mezzi e di cultura, che per la giornata di lavoro veniva contattata sera di sabato o domenica, sutta l’Urmu, o avvisata a casa, e che viveva alla mercde’ della variabilità tempo e delle necessità dei proprietari terrieri.

e) La terra e i poderi (“tìarri o fundi”)

Infatti, la principale fonte di alimentazione era costituita da ranu ùagghju e vvinu, castàgni e ffica (cui si aggiungeva – per l’apporto proteico – qualche ùavu ‘e gaḍḍìna e – chi poteva averla – ’a carna d’o pùarcu); e, quindi, indispensabile fonte di vita era la terra, detenuta nelle pianure accessibili, irrigue e fertili della Marina soprattutto dalla famiglia dei marchesi Lucifero e dai discendenti della vecchia nobiltà agricola, (che spesso si era appropriata dei beni della Chiesa, incamerati – dopo il terribile terremoto del 1783 – dalla Cassa Sacra e finiti per lo più in mano ai pochi benestanti del tempo a prezzo irrisorio); e nelle scoscese e aride terrazze collinari (rette quasi sempre da solide “armacìari”), ottenute spesso in censu dalla Chiesa, o assegnate in piccole quote [= cùati] dal Comune o affittate – direttamente dal Marchese – dai piccoli proprietari terrieri, che vi logoravano la vita per sostentare la numerosa famiglia.

In base alle indicazioni fornitemi da Giuseppe Mannello (Peppìnu ‘e Nina), i nomi dei principali poderi (o fundi) andreolesi (talora ubicati in territorio di Isca o di San Sostene) sono i seguenti: a) in marina, Lippu, Tavèrna, Unùsa, Lantùrri; Fùndacu, Addìnu, Mussùtu, Cannàla, Finànza, Pirarèḍḍa, Olivìari; Àlaca, Santa Tirde’sa, Jardinèḍḍa, Jardìnu Nùavu, Sant’Àcata, Du’ Hjumàri; Lagò, Sentinèḍḍa, Miràrchi, Vaḍḍùni ‘e Brunu; Giraggiùati, Petrìci, Spini Santi, Vignàla, Quatru, Mangiagaḍḍìni, Galìaḍḍu,Tavàscu, Trùanu, Malàrra, Rinarùssa, Petrùsa; b) in collina, Fìagu, Giàffu, Asmùndu, Stravì, Portarìaḍḍu (vicino Stravì), Campu, Cìari, Santu Martìnu, Salùru, Petrisàri, Vicu, Vrìga; Silipà, Cammaratò,Timpi, Lìanzi; Ciòsani, Gilipìartu, Vombacàti, Speżżiàla, Cundò, Santu Nicola, Barisùni o Varisùni, Saḍḍàda, Bassariàci; Ncenzàti, Martà, Trovatùra, Sundrì, Xaccètta; Lipontàna, Sarùattu, Nerca, Avanti, Arrìadi; Limbì, Minichèḍḍa, Grutticèḍḍa, Porta; Falimùra, Gustìnu o Pignàri, Minà o Colàndru, Ciarasìa; Carcè Quartùcci, Mungiùa, Puntifàga, Capàcciu, Tralò, Sambràsi, Punticàri; Juncarà, Crapazzùni, Livùsaru, Turùni; Riggìna, Timpùni ‘e Rosa, Abbruschjàta o Bruschjàta, Pezzùḍḍu, Magùli, Conticìaḍḍu, Matalèna, Malajirìaḍḍu, Malajìra; Carcinàri, Ferràru, Spinìattu, Macca, Lipogghjàra, Pastaticò, Pahjò; Furnu (sopra la Villa della Fraternità), Ntùani Grìacu; Niforìu, Fabbaḍḍìnu, Sbìarni; Carèsta, Rosìaḍḍi, e nella valle, a sud, dove ora c’è il laghetto, Ùalissi, Lùzziu, Giambarìaḍḍu, Spartà e Cota, e a nord, Mùarfi e Adàfri; c) in montagna, Farìna, Cerasàra, Zimbìaḍḍi, Chjàni ‘e Santa Marìa, Tìtimi, Matàssi, Judìu, Hjilùangu, Muntagnèḍḍa, Chjàni ‘e Pecuràri, Coppàri.

f) Le culture agricole e i vari prodotti.

Le culture in marina erano soprattutto il frumento (ranu e ùargiu) e i legumi (posèḍḍa, favi, posìḍḍu, cìciaru e fasùalu); l’ortaggio (pumadòra, pipi e mulingiàni; lattùca, scariòla, cicòra e sùacuru; e giurgiulèna p’o cumpìattu); gli agrumi (portagàlli, mandarìni e limùni), che spesso si vendevano sulla pianta per esportarli in città; il gelso, la cui fronda doveva esser fittata perché indispensabile per la produzione della seta; pochi alberi da frutta, spesso bacata dal verme (nìaspula, pruna sandominicàni, pìarzica jànchi o giàlli; mìalissa o grasùamula; puma adùci, nani o russi vernìtichi; pira ‘e giùgnu, gentìli, russìaḍḍi o vernìtichi e qualche pianta ‘e nzinzìfuḍḍu e in montagna ‘e survu); e soprattutto il fico, per il frutto dolcissimo, mielato, di cui, per vincere il rigore invernale, si faceva largo uso (dopo averlo essiccato al sole nell’ària e infornato scacocciulàtu o abilmente lavorato a crucètta, hjètta, cora o cuḍḍùra): era, infatti, comune il detto che “cu ssìa fica e mmìanzu pana\ pùa campàra na simàna”; e infine ‘a vigna (di uva da mosto grecànica – nera o bionda -, oltre che di uva da tavola, di qualità zizìbbu, nzùalia, marvasìa, olivèḍḍa o mimìḍḍu ‘e vacca), il cui prodotto (vinurussu), abbondante e spesso ottimo, si consumava generosamente sia in famiglia che in campagna per l’usanza antica (iùssu) di fornirlo anche agli operai in servizio (nu litru ‘e vinu + morzìaḍḍu al giorno). Si produceva – talora – anche qualche botticina di vinujàncu, ma solo per uso familiare: veramente speciale era quello che produceva mio nonno Pietro Romeo, di cui ogni tanto – quando gli portavo qualche poco di frutta fresca di campagna – ci regalava qualche bottiglia, spillandola direttamente dalla botte.

In collina, ove si accedeva attraverso stretti e impervii viottoli interpoderali, predominava, invece, una coltre uniformemente lussureggiante di grossi ulivi, spesso secolari, [che si abbacchiavano ogni due anni con lunghe pertiche di agghjàstru (oleastro) o di miḍḍìu (frassino) e il cui frutto si raccoglieva per terra o nelle “salàrde”], inframezzata da numerosi vigneti ‘e ricìna nigreḍḍùna e da una grande varietà locale di piante di melo, di pero, di mandorlo e ficodindia, e da larghe macchie di stincu e mortìḍḍa, ma soprattutto di abbruvèra, amùndici e gghjanèstra, (che le adornavano profumandole coi loro fiori vivaci ed odorosi), oltre che da gigantesche piante di ferrùbba, le cui bacche si davano in pasto agli asini o cavalli, e di cerza, di cui in agosto si fittava e si raccoglieva premurosamente la ghianda per i maiali. Ma nelle convalli, ove – come già detto – numerose eran le sorgive naturali di acqua e, perciò, le vasche d’irrigazione (i gìabbji), perpetuamente animate dal risonante gracidar dei ranocchi, non mancavano gli ortaggi e gli agrumi. E nelle zone cretòse o argillose (Crapazzùni, Lagò, Giraggiùati e Mmalàrra), come elemento foraggero per gli animali, si coltivava spesso ‘a suḍḍa, una qualità di pianta erbacea con foglie verdi pelose e fiore rosso fosforescente, che cresceva indisturbata in mezzo agli sgargianti papaveri (paparìni).

E in montagna, oltre agli alberi di faggio e leccio (“fagu e ìlici”), regnavano indiscussi – costellati da ampie macchie di saporiti acùmmari (= corbezzoli) – i verdi boschi di castagno, il cui abbondante frutto, anche se ben custodito spesso da spinosi ricci, era religiosamente raccolto dall’intera famiglia e in paese trasportato dalle persone sulla testa o sulle spalle e dagli asini sul dorso, e poi esposto nei balconi ad asciugare alcuni giorni al sole ed infornato, e largamente consumato nella stagione invernale, oltre che per l’alimentazione familiare (castagni virdi, gugghjùti, fatti ar’u pastiḍḍàru, cunzervàti ar’u salatùri o mpurnàti e poi scarfàti ar’u vrasċìari), anche per la nutrizione e l’ingrassamento del maiale.

g) Altre attività

Ma fonti complementari di vita erano anche l’allevamèntu d’o sìricu (o baco da seta), molto diffuso un tempo, per nutrire il quale era indispensabile (tra marzo e giugno) abbondante fronda di gelso, che doveva esser sempre tenera e fresca (secondo i dettami del proverbio “pana pe nn’annu\ e frunda pe nnu jùarnu”) e, perciò, doveva esser fittata, raccolta e trasportata quotidianamente dalle donne e dagli asini nelle prime ore del mattino; u vombacàru, cioè lo scardassatore di cotone, che con una spazzola di ferro depurava la bambagia dai semi [vambacùaspura] e l’ammannava; la tessitùra ar’u tilàru di àsali ‘e janèstra, vambàci, lana ‘e crapa o pìacura, linu e ssita, per fare vancàla, sciàlli, carpatùni, lanzòla e ccuvìarti; la lavorazione d’o linu c’u mànganu, una leva di legno di II tipo, usata per sfilacciare e lavorare tale materiale; u seggiàru, che cu vvuda imbastiva le sedie consunte; u càmbiu ‘e l’argàgni, cioè del vasellame e delle stoviglie, comprate in paese dai nostri valenti figulinai e portato spesso nei vari paesi circostanti, fin nel lontano Marchesato, da carri o da donne nt’o ritùni per barattarlo con generi di prima necessità, come grano, legumi e olio…; l’estrazione col piccone dE’ mugnulìaḍḍi d’abbruvèra, digrossate dai falegnami per la successiva lavorazione e la produzione finale di pipe e soprammobili; i vari mulìni ad acqua (che sorgevano lungo i torrenti Salùro ed Álaca e accanto alla vallata di Macca e di cui rimangono ancora numerosi ruderi) e più tardi i mulìni a llèttrica, distribuiti in varie parti del paese per la molitura di frumento e cereali (grano, orzo, granturco e ceci…); i numerosi parmìanti e ttroppìti (in paese e dintorni), aperti in autunno (di giorno e di notte) per la lavorazione dell’uva, dell’olio e della sanza; e ancora il commercio di sugheri, estratto in montagna dalle piante demaniali, e quello degli agrumi (soprattutto del biondo calabrese) che si spedivano nelle grandi città (come Roma, Bologna, Torino, Milano, Napoli…) a grossisti locali; e infine la trebbiatura dei cereali (grano e orzo), fatta – nelle colline d’o Fìagu, Asmùndu, Crapazzùni, Lagò, Giraggùati e Malàrra – mediante trebbiatrici meccaniche, dotate di ruote metalliche e trainate da camion o buoi, e azionate da un assordante motore a scoppio a parte, che dava loro la propulsione necessaria mediante una lunga cinghia raccordata a un volano circolare: esse lavorarono fino a tutti gli anni Cinquanta, finché nelle nostre colline argillose furon seminati e coltivati cereali; ed era un divertimento per noi ragazzi giocare ar’a mmucciarèḍḍa dietro gli enormi covoni di grano che aspettavano la vicenda per la trebbiatura o attaccarci ar’u stràscinu tirato da un bue, il quale in continuazione allontanava dalla bocca della trebbiatrice il cumulo della paglia fuoruscita, destinata poi ad esser ridotta in balle parallelepipede dalle mballatrìci.

h) Gli animali … da cortile.

Pochi eran gli animali da cortile allevati dalle famiglie. Per la carne domestica e per il genuino uovo familiare (familiarmente chiamato “l’ovicìaḍḍu” e, per il suo prezioso apporto proteico, riservato soprattutto ai bambini e agli ammalati e consumato in mille modi: gugghjùtu; arrustùtu o cardijàtu ar’i vrasċi, salarijàtu e ammogghjàtu cu strìsci ‘e pana; frijùtu cull’ùagghju; sbattùtu cu zzùccaru e vvinu; suffrijùtu nte nu pùacu d’ùagghju, cuda ‘e cipùḍḍa frisca e ppumadùaru; squagghjàtu ntE’ frasolìmiti o vivùtu cardu cardu) provvedevano pochi capi di gaḍḍìni e pàpari, tenuti in un piccolo sottoscala o gaḍḍinàru e di giorno fatte scorazzare liberamente per le vie della ruga e talora poste a hjoccàra nel pollaio e scovare una nidiata di teneri pulcini; i picciùni ‘e palùmba, riservati di solito agli infermi e alle partorienti; e soprattutto u pùarcu, tenuto nel porcile, sotto casa e – dagli anni ’60 – alla periferia del paese, e ucciso a Carnevale per fare un po’ di tutto: ragù, polpettine, pruppi e ottimo dolce (u sanguinàzzu), ma soprattutto salùmi (salsicce, soppressate, boccolaro, pancetta, lardo [o salàtu], capicollo, strutto e cotechine [frìttuli] conservate in vasi di vetro) e i preziosi tarzalùari di carnasalàta mpipàta, la quale – in mancanza di altro – ti accompagnava in ogni periodo dell’anno. A questa – chi possedeva il fucile e aveva la passione della caccia (come mio padre) – poteva aggiungere saltuariamente carna ‘e servaggìna, come qualche gurpi o lìabburu (che talora erano “appostàti” la sera davanti alla tana e la cui uccisione si festeggiava spesso tra parenti e amici ar’a casèḍḍa, ove l’animale si cucinava con patate in un tegame di terracotta e si accompagnava allegramente con ottimo vino d’annata), più spesso, invece, carna ‘e pìnna, come quàgghja, tùrtura, pernìci, fassa, mìaruḍḍu, cucugghjàta, beccafìcu, pipitùni, pica o barbagiànni, in ossequio al detto popolare “Màngia carna de pinna, e mm’è cornàcchja”; e talora, a primavera o autunno, una nidiata di agghjìri, così saporiti se arrostiti alle braci, o qualche rizzu spinoso, animale grasso ma saporito, che si ritrovava ogni tanto in marina, e che, prima di cucinare, bisognava depilare, riempiendolo d’aria con una cannuccia (“cannèḍḍa”) infilata in una gamba, e bruciacchiarne poi gli aculei alla fiamma del fuoco.

Per la carne da macello c’erano, invece, le varie guccerìe, dislocate in gran parte in Pian Castello, ove in occasione della festività domenicale o infrasettimanale si comprava un mezzochilo o – al massimo – un chilo di ragù caprino o di bollìto vaccino cull’ùassu, e per gli ottimi prodotti caseari locali (ricòtta, sìaru, tuma e furmàggiu pecurìnu) c’erano i numerosi greggi di crapi e ppìacuri (de’ Varani, – Ndrìa e Ntùani [provenienti da Isca], e dei figli di quest’ultimo Francìscu e Giràrdu -; ‘e Pascàla d’Isulìna; ‘e Francìscu u Ndivìnu e dei figli Cìanzu e Peppìnu; ‘e Squèḍḍa e dde Candàla, i quali tutti spesso liberavano gli animali a pascolare abusivamente nelle proprietà private, rovinando la piantagione più delicata, chè “crapi, fìmmini e fùacu\ su’ ‘a ruvìna d’o lùacu”).

e… da soma

Per trasportare la roba dalla campagna c’erano, anzitutto, i diretti proprietari, genitori e figli, che di solito camminavano a piedi e spesso si facevano aiutare anche da fìmmani ‘e servìzziu. Gli uomini, comunque, anche i ragazzi, ricorrevano al paniere di vimini o – spesso – alla bisaccia (“ ’a vìartula”). Essa era costituita da un sacco piuttosto lungo e stretto, il quale veniva riempito per tre quarti di roba non deteriorabile (come castagne, olive, ghianda, patate, cipolle, cereali…) e ben legato all’estremità con un fil di spago; poi era ripartita in due parti quasi eguali, e, dopo essere stato attorcigliata nella parte mediana, era sollevata e messa sulla spalla, ove rimaneva in giusto equilibrio, ed era assicurata a volte con un braccio poggiato sulla sfera prominente della parte anteriore. Invece, le donne ricorrevano alla sporta (un contenitore di vimini o di canna di forma tronco-conica), con cui la mattina, scendendo per l’impietrata o per gli stretti e malagevoli viottoli interpoderali recavano in campagna sulla testa “u morzìaḍḍu p’o servìzziu” e la sera portavano a casa tanta preziosa roba di campagna (come ortaggi o frutta); oppure “ar’a coḍḍàta”, cioè ad un capiente sacco, saldamente legato al limite del contenuto e avvolto su se stesso nella parte rimasta vuota, che veniva posto sulla testa, sopra il grembiule (“u faddàla”) che portavano sempre sul davanti e che raccoglievano a forma “’e curùna” o cercine per attutire la pressione del peso e conferire maggior equilibrio al sacco.

Ma, quando la roba da trasportare era molta, c’erano i carri dE’ vovàri [u Ndrièllu, Peda ‘e Chjùmbu, u Levrìari, Tipiàciu, Tornàu, u Mònacu], i quali tenevano le stalle a Campu, a Silipà, a Timpi o a Ciòsani e i cui possenti animali, mpajàti a coppia all’asse d’o jùvu, stancamente rincasavano – per la strada provinciale ancora non asfaltata – “ad ura ‘e Vemmarìa” o a notte fonda, racàndu dalle campagne, oltre a grossi mazzi di “bandèra ‘e panìculu”, larghi sacchi di granturco o di ulive o lunghe casse di uva, e – per il focolare e il forno domestici – tronchi o fascine di rami di ulivo, accompagnati dal tenue lume della lanterna (ad olio o a petrolio) che oscillava sotto l’intelaiatura del carro e scortati – nella “quiete solenne della notte” – dallo sguardo pietoso delle stelle e dal trillo assordante dei grilli, che talora veniva bruscamente interrotto da una sonora imprecazione e dall’acuta centra del bovaro.

Comunque, c’erano anche i cavàḍḍi, che erano tenuti talora per trainare agili carrozzìni da viaggio (come quello ‘e Franciscùzzu Varanu), e – soprattutto – ciùcci o muli, sempre al seguito dei padroni e sempre sovraccarichi di pesi e fumanti di sudore, i quali trovavano un po’ di lena solo ai buvìari disposti lungo la ripida mpetràta, ch’essi cercavano di appianare talora zigzagando da una parte all’altra del gravoso percorso. Negli anni ’50 ce n’erano ancora molti, asini: ora sono scomparsi da tempo. Ricordo qui, a titolo esemplificativo, i ciùcci ‘e Vicenzìnu l’Acquavitàru; ‘e Ndrìa ‘e Ciaràsu (Milliducàti); ‘e Ndrìa ‘e Mattìu; ‘e Cìanzu ‘e Lisa; ‘e Vicenzìnu ‘e Mangisànu; ‘e Pìappi ‘e Palàja; ‘e Luvìci ‘e Peppadànna; ‘e Ndrìa ‘e Rafìali; ‘e Ndrìa ‘e Ramogìda; ‘e Peppìnu ‘e Giàcumu (mio nonno); ‘e Pìappi d’o Rìcciu; ‘e Cìanzu d’o Rizzu; ‘e Felìci d’a Suvaritàna; ‘e Francìscu Varanu; ‘e Ntùani Varànu; d’o Vèjulu (cioè, del vedovo, ch’era a servizio dei Calabretta).

E infine, fedeli compagni di casa, o di campagna e di caccia, c’eran numerosi cani (ottimi segugi, pointer o ibridi incrociati); e tanti gatti, di varie speci e colori, che nelle fredde serate invernali ti ritrovavi sempre accanto al braciere e a gennaio, – quando entravano in calore – sentivi lamentarsi a notte fonda sui tetti cùamu l’animi d’o Pirgatùariu, ma ch’erano indispensabili e talora infallibili cacciatori dei grossi topi che infestavano le stanze, soprattutto d’o catùaji e dde l’àriu.

3) COLLANTE CULTURALE E LINGUISTICO

A cementare e tenere salda e coesa la comunità andreolese era, naturalmente, la cultura agricolo-contadina, anzitutto col suo caratteristico dialetto, d’impronta sostanzialmente greco-latina, (del quale – purtroppo! – si conserva ormai una parte, direi irrisoria, costituita da pochi “dittèri” [= detti e proverbi], filastrocche, canzoni e preghiere popolari), e poi col suo millenario sostrato di religiosità cristiana.

La religiosità, naturalmente, aveva come centro di irradiazione le varie Chiese, e anzitutto ‘a Chjìasi Matrici, che richiama ancora alla memoria i paràti ‘e Nicola Maria; u presìapiu ‘e Natala; l’Offìciu e Ndrìa u Cecàtu, l’organìsta; u misi ‘e màju er’i predicatùri; ‘a Simàna santa cu i trèmini, u santu Sepùrcru, ‘a Naca e ‘a Glùaria; ‘a vijìlia de’ fìasti (come l’ùattu Settembra, u Rosàriu, Sant’Andrìa, ‘a Mmaculàta, u Corpus Domini) er’i fùrgula dei fratelli Commodari, che a notte inoltrata fendevano la volta celeste lacerando il silenzio religioso del paese e a cui assisteva ammirata una gran folla, la quale (con l’accompagnamento di agili motivi musicali, come la “Campagnola bella” o “La Calabrisèlla”, intonati dalla banda locale ch’era diretta dal maestro Severino Voci) beatamente si gustàva i fùachi dalla zona dE’ Quartùcci.

E poi ‘a chjìasi ‘e Sant’Andrìa, ‘a chjìasi ‘e Carcè o ‘e l’Oratòriu; u Cummìantu de’ Liquorìni e u Cummìantu de’ monachi (con la sua chiesetta, l’asilo infantile, la scuola di canto e di ricamo), ciascuna caratterizzata dal suono inconfondibile delle sue campane, che in forma più o meno grave o acuta invitavano al raccoglimento o alla preghiera e scandivano le note eterne della gioia o del dolore, suonando ad allàrmi, a mmùartu o a ffesta e annunciando con timbri diversi la sbrigativa missa ‘a prima o la pesante missa cantàta, la rituale processione del Santo, (durante la quale le note variopinte delle varie campane si rincorrevano gioiosamente tra loro e circolarmente si congiungevano nella loro peculiarità – dalla Chiesa Matrice all’Oratorio, al convento dei Liguorini, alla Chiesa del patrono S. Andrea, al convento delle Suore – per concludersi nuovamente nella Chiesa Matrice da cui la processione era partita, quasi locale principio e fine, (Alfa e Omega), le nozze festose di concittadini, l’elegiaca morte prematura (“ante diem”) di un bambino innocente o il pensoso funerale di un anziano, e la recita quotidiana dell’Inno di Vespro Te lucis ante tèrmĭnum, cioè’ prima del buio manto della notte, che alla fine della giornata spegneva quasi ogni attività…

Tale religiosità era favorita dal fertile “vivaio” di vocazioni sacerdotali, che fiorivano in paese per motivi vari, a volte educativo-familiari, ma spesso anche economico-sociali, perché era convinzione diffusa che “ogni bbena\ d’a Chjìasi vena”. Ricordo i nomi – alcuni sono ancora viventi! – di padre Giuseppe Armogida, Vincenzo Carioti, Bruno e Sisto Dominijanni (redentoristi) e Pepè Samà (gesuita), e dei sacerdoti don Saverio Bevivino (Chiaravalle C.le), don Salvatore Bressi, don Peppino Carioti, don Bruno Cosentino, arc. don Ciccio Cosentino, mons. Bruno D’Amica, don Elia Dominijanni, arc. don Gerardo Mongiardo (S.Vito Jonico), don Francesco Palaja (parroco attuale del paese), arc. don Andrea Samà (Fumùsu), don Bruno Samà (parroco di Petrizzi), don Ciccio Samà (Sanna), don Peppe e Luigi Samà (Briganti), don Vincenzo Samà (arcipr. di Serra S.Bruno), don Edoardo Varano (direttore della Villa della Fraternità), don Alberto Vitale (attuale parroco della Marina), don Emilio Voci (Catanzaro), don Pasquale Voci (salesiano), don Tito Voci (1° parroco della Marina). Tra questi eran molte le persone dotate di grande dottrina e di vasta cultura (come mons. Francesco Samà, l’arc. don Antonio Mongiardo o l’arc. don Bruno Voci, compagno di seminario di papa Eugenio Pacelli); e ancor più quelle connotate da profonda pietà religiosa; ma non sempre positivo risultava il giudizio della gente comune e delle classi più umili su “prèviti, mònaci, frata e rimìti”.

Tuttavia, essa trovava un valido aiuto anche nella presenza attiva delle Congreghe religiose (‘e Sant’Andrìa, d’a Mmeculàta, d’o Rosàriu e dd’o Santìssimu), che, sorte dopo il Concilio di Trento, sono state a lungo – come dice mons. Cantisani – “punto di riferimento nell’assistenza agli ammalati e agl’indigenti, nell’accoglienza dei pellegrini e dei forestieri, nelle cure e nel decoro delle cose sacre, …nella sepoltura cristiana dei defunti” , come nell’organizzazione delle feste e delle processioni e nel canto dell’Ufficio domenicale nella Chiesa Matrice, con questi turni: dopo la messa dell’alba la congrega del Rosario; prima della messa cantata delle 10 la congrega del Santissimo; alla messa delle 11 la congrega dell’Immacolata . I “fratelli” in doppia fila partecipavano ai funerali e alle processioni festive al seguito del loro stendardo, indossando camice bianco, sostenuto da cingolo, e mozzetta propria (rossa, nera o azzurra ) e portando una candela accesa nella mano; mentre il giorno della Candelora uscivano di pomeriggio a distribuire le candele della loro Congrega e le sere dei successivi giorni festivi passavano per le vie del paese cu ‘a vìartula e cu i bidòni a raccogliere cereali, olio o denaro.

E, ancor di più, nella creazione dell’Oratorio parrocchiale “S. Domenico Savio”, costruito – secondo quanto dice il prof. Bruno Voci – in via Trento, accanto alla Chiesa di S. Maria in Arce, il 1914 , sul modello dell’Oratorio di Don Bosco. L’Oratorio, tenuto prima dal sacerdote don Bruno Cosentino e poi dall’arc. don Francesco Cosentino, nel paese di S. Andrea fu per lungo tempo il principale centro formativo e ricreativo per ragazzi e per giovani: ad esso, infatti, era annessa una fiorente scuola di catechismo (per la quale il Parroco fu coadiuvato a lungo dalle catechiste M. Caterina Lijoi d’a Vìspica, Rosa De Rosi e Vittoria Palaja), di gioco (biliardo e calcio) e di teatro.

Ma l’Oratorio fu anche la sede dell’Associazione religiosa di Azione Cattolica, fondata in paese il 1933 per iniziativa del padre liguorino Alfonso Santanicola e dell’arc. don Bruno Voci . Il suo Assistente spirituale era un sacerdote; il responsabile, però, era un Presidente laico: ricordo qui tra gli altri il prof. Giuseppe Dominijanni, l’ins. Andrea Lijoi e – per ultimo – il caro Totò Carioti, mio coetaneo. I primi componenti del periodo antecedente alla guerra (‘33-39) furono, comunque, il sac. don Bruno Cosentino, primo Assistente; Brunu ‘e Martìnu (Codispoti), primo Presidente; l’ins. Bruno Voci, primo Segretario; e Giuseppe Calabretta (Faccia ‘e gattu), primo cassiere; e insieme ad essi, Peppino Stillo fratello dell’ins. Saverio Stillo, Cìcciu d’o Stronàtu (Codispoti), mio zio Saverio Bevivino, Vicenzìnu ‘e Nìasci, Saverio Valenti figlio di Peppino Valenti u Pachjè, Peppìnu ‘e Colìna (Mannello), Andrea Palaja padre dell’attuale Parroco, Peppìnu Gioiello e qualche altro . Essa, sviluppando le attività iniziali dell’Oratorio nell’ Associazione “Cristo Re”, approfondì la cultura religiosa mediante corsi annuali, ma coltivò anche il canto, che offriva alla comunità parrocchiale in tutte le occasioni festive. Al suo interno l’Azione Cattolica si divideva in 4 sezioni: quella degli Aspiranti (minori e maggiori), dei Juniores, dei Seniores e degli Uomini. Il motto degli Aspiranti, di cui – oltre a me – fece parte la maggior parte degli adolescenti degli anni ‘50, era questo: “Esser primi in tutto per amore di Cristo Re”. Ciascuno di essi, oltre a prender parte alle lezioni catechistiche, compilava un personale “Quaderno attivo”, in cui si riassumevano le lezioni già svolte, avvalendosi delle figurine colorate offerteci dal Parroco, e si indicavano le “Buone azioni” compiute. I soci eran tesserati e, oltre ad assistere alla proiezione di films “edificanti” (come quello sui Crociati, su Santa Rita da Cascia o su S. Antonio da Padova…), avevano anche la possibilità di giocare a biliardino o a carte nella sala dell’edificio e al pallone nel giardino antistante il locale del vicino Teatro.

Nell’immediato dopoguerra, comunque, – fino a tutti gli anni 50 ed anche i primi anni 60, quando l’uso del televisore privato era ancora molto limitato, – ebbe una grande incidenza sulla popolazione il Salone del Cinema, ove la sera dei giorni prefestivi e festivi affluiva un gran numero di persone (maschi e femmine, ragazzi, giovani e anziani) per assistere alla proiezione settimanale di films in bianco e nero prima e a colori poi, i quali costituivano uno dei pochi diversivi di massa e si davano di solito venerdì, sabato e domenica sera (talora anche in 2 proiezioni consecutive).

4) LA CHIESA PRECONSILIARE E LO SCONTRO POLITICO-AMMINISTRATIVO.

Epperò la Chiesa, se idealmente si sforzava di animare la collettività tenendo unita la sua variegata stratificazione sociale, tuttavia, in ossequio alle direttive del papato di Pio XII (1939-1958) accentuava ancora la gravità del “peccato” – che in nessun caso riusciva a disgiungere o distinguere dal “peccatore” e a giudicare nel contesto dell’atto – e l’aspetto inflessibile del Dio-giudice del Vecchio Testamento.

D’altra parte, comminando – nell’acceso clima politico postbellico – la scomunica ecclesiale nei confronti degli elettori della sinistra, manifestava tutta la sua simpatia per i partiti del centrodestra. In tal modo contribuiva a lacerare il tessuto sociale della popolazione locale, la quale dal 18 aprile del ‘48 (giorno delle prime elezioni politiche “a suffragio universale”) si schiererà, in contrapposizione frontale, tra i nascenti movimenti politici della Democrazia Cristiana e dei Partiti Comunista e Socialista, dando luogo tante volte a prolungate e incomprensibili forme di astio o di odio viscerale.

I comizi, tenuti da uomini politici di primo piano dal “mugnàno” della sezione locale – di solito lì, in Pian Castello – all’uscita dei fedeli dalla Chiesa, si svolgevano nelle belle serate primaverili, davanti a una marea di gente, che vedeva coinvolte un po’ tutte le fasce di età: uomini e donne, anziani giovani e ragazzi, richiamati tutti dall’alto volume dei primi grammofoni (che diffondevano per l’aria i motivi delle prime canzoni di S. Remo – (come quello sommessamente elegiaco di “Vola, colomba bianca, vola”, cantato da Nilla Pizzi, e quello ironicamente allusivo e sfottente di “Papaveri e papere”) – e l’inno dei vari partiti, come quello pacifista democristiano “O bianco fiore, simbolo d’amore”; quello riformista socialista “Su venite, su compagni”, che vedeva già “splendere il sol dell’avvenir”; e quello rivoluzionario comunista “Avanti, popolo, alla riscossa”), e pronti a batter fragorosamente le mani all’opportuna inflessione della voce dell’oratore.

In questo clima politico rovente, in difesa dei “dannati della terra” si levava da una parte il duraturo successo dell’arch. Francesco Armogida, che, dopo essere stato nominato dal Prefetto di CZ Commissario del Paese nel 1944, nelle elezioni amministrative del 1946 risultava – sotto il simbolo del “Sole nascente” – il primo sindaco del dopoguerra (1946-52); quello della Cooperativa “La Rinascita”, che dal 1945 servì per vari decenni a calmierare – tra i vari negozianti – i prezzi dei prodotti alimentari, e quello della nascente confederazione sindacale della CISL, che, sotto la guida del segretario zonale Vincenzo Ramogida, condusse delle dure ma efficaci lotte, come nel dicembre 1957 le 5 giornate di sciopero in favore delle 94 “raccoglitrici di ulive” che operavano nelle aziende agricole dei Lucifero.

5) TERREMOTO, ALLUVIONE, EMIGRAZIONE E INCENDI DOLOSI

Si avvertivano, intanto, in paese i primi cambiamenti (l’avvento della luce elettrica, dell’acqua domestica, del frigorifero, del televisore [1954], dei motoscooters [la Vespa e la Lambretta], delle prime macchine [Fiat Balilla, Fiat ‘500 e ‘600], e della scuola media obbligatoria [1961\62]…): novità che fecero lentamente gustare il sapore della cultura (Scuola di Avviamento a S. Andrea [istituita nel 1947 per volere e interessamento dell’Architetto] e Scuola media dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Soverato), e – con essi – del progresso tecnologico e del benessere economico, ma che minarono dall’interno l’antica cultura contadina, progressivamente sfilacciandola e contraendola ed offuscandone la tradizionale fisionomia.

E la causa occasionale – per i primi abbandoni del paese – fu costituito anzitutto dal terremoto (che improvvisamente scosse e fece sobbalzare l’abitato la mattina dell’11 maggio 1947 e che provocò diversi sfollati, costretti ad attendarsi in varie zone del paese) e poi, a breve distanza, dalla piogge torrenziali dell’alluvione del 1951, le quali – fra il 18 e il 22 ottobre – per quattro giorni e quattro notti consecutive impregnarono di acqua il nostro territorio già lesionato dal terremoto, provocarono numerosi smottamenti di terreno e crolli di case (circa duecento case furono abbattute dal maltempo o diroccate perché pericolanti , soprattutto nella zona di via Cassiodoro), fecero traboccare burroni e fiumare e inondarono le campagne circostanti, trascinando a mare terra animali e piante.

Si trattò di fatti catastrofici inattesi, ma sufficienti ad esasperare profondamente il morale di tante famiglie già gravemente provate dalla miseria e dalla guerra e a costringere presto una parte di cittadini a trasferirsi nella Marina, ove nel 1954 furono assegnate le prime “case popolari”, ed un’altra (ben più numerosa!) a migrare esuli – “spartùti cùamu l’ova dE’ quàgghji” – per le vie del mondo, in cerca di un’attività o di un lavoro (nell’industria o nel terziario) che consentisse a tanta gente di sopravvivere ad una estenuante povertà “endemica”.

Si verificò così per alcuni decenni, nell’omogeneo tessuto paesano, un forzoso ma inarrestabile “abbandono doloroso… dalle tante amicizie e dal paese, che si portava per sempre nella carne, nella vita e soprattutto nello spirito” . Si trattò di un massiccio esodo, quasi una dissanguante emorragia , che portò via le forze più giovani più fresche e più valide (prima oltremare, nelle lontane Americhe; e poi verso il centro-Europa o – in Italia – verso il “triangolo industriale”, come “terroni in città”, e la capitale) e lasciò la popolazione residua – priva di forze giovani – ad assistere impotente alla ricorrente ondata d’apocalittici incendi dolosi, i quali in poco tempo devastarono la proprietà rimasta in stato di abbandono e distrussero il variegato e ricco patrimonio naturale della rigogliosa flora e fauna locale, consegnando quasi tutto il territorio andreolese ad una rapida opera di sterile desertificazione geofisica: ricordo qui solo l’incendio dell’estate del 1974 (arrivato fino alle case della Marina), quello tremendo del 3 e 4 luglio 1982, quello infernale del 1-3 luglio 1998 (3 giorni e 3 notti da fine del mondo!), quello notturno del 19 agosto 1999 (che investì e deturpò orribilmente la pineta e la montagna e costrinse la gente a chiudersi in casa per non morire asfissiata), quello del 10 luglio 2003, miracolosamente fermatosi a Capaccio, davanti alle…tombe indignate dei nostri avi, e – ancora – quello recentissimo dell’agosto 2006, appiccato nottetempo in punti diversi e in giorni susseguenti (Nerca e Carcè, Caresta e Rosìaddi, Minichèdda e Porta, Ncenzàti, Crapazzùni e Pezzùḍḍu).

6) S. ANDREA OGGI

Fiaccati dalle numerose partenze e privati gradatamente delle forme di economia tradizionali (agricole, pastorali e artigianali), i pochi abitanti rimasti (un migliaio circa ormai) vivono incerti del futuro e privi di amministratori capaci di progetti di rinascita. Resistono ancora forme di legame tra emigrati e paesani; nel periodo estivo si riaprono tante case. Ma la vita contadina e la cultura del rione o “ruga” son finite da decenni. Sicché il paese ormai si sta vuotando (sbacantàndu) ed ogni morte di persona anziana significa chiusura di una zona o di una ruga, rappresenta una specie di cordoglio per un mondo che se ne va; e u pajìsi ‘e sant’Andrìa resta anch’esso – come tanti altri del nostro Sud – un luogo sospeso, a rischio di estinzione”

Sicchde’ il Comune oggi è in gran parte spopolato e privo di risorse e di vitali energie: la maggior parte della terra è abbandonata e incolta, anche per la disattenzione o incuria delle nostre Amministrazioni comunali, che, diversamente da quelle dei Comuni viciniori, non sono state in grado – in 60 anni di storia paesana – di offrire ai cittadini neppure agevoli strade interpoderali che ne consentissero l’accesso e facilitassero, quindi, la prevenzione degl’incendi; e la popolazione rimasta (ancora abbarbicata al centro storico o dislocata nella frazione Marina) complessivamente supera di poco i 2200 abitanti effettivamente residenti, molti dei quali provengono da paesi vicini, quasi un terzo (700) sono ultrasessantacinquenni e poco meno di un quinto (400) sono ultraottantenni.

Parecchie case sono state restaurate e ammodernate, ma appaiono vive solo d’estate, e per poco tempo; e pochi sono i negozi in fiorente attività. Rimangono vecchi e anziani, che vivono di misere pensioni, spesso devolute alla Villa della Fraternità per ricevere assistenza e cura; pochi giovani laureati, che vivono stentatamente dell’attività didattica, associata – occasionalmente – ai proventi della libera professione; pochi ragazzi e giovani, in balìa di un preoccupante degrado culturale, che si ritrovano oltretutto privi di sbocchi occupazionali e perciò di prospettive e di speranza per il futuro; tutti ancorati a una cultura e ad un linguaggio che si sono progressivamente sfilacciati e snaturati, assumendo – sotto il dilagare della lingua italiana da una parte e della cultura angloamericana dall’altra – un timbro e una connotazione ibrida.

Insomma, un paese che vive nel Terzo Millennio, ma ch’è privo ed incapace di una cultura nuova che possa proporre come valida alternativa a quella venuta meno; e, perciò, un paese che, mancando di una sua inconfondibile identità culturale, si trascina avanti stancamente – quasi anemica lucertola al sole – tra sterile memoria e irrealizzabile utopia, in via di progressiva dissoluzione, come tanti paesi del Sud…

Cap. II°) Aspetti antropologici e sociologici della religiosità popolare andreolese.

Poiché i contenuti della religiosità popolare non albergano nel cervello (come nella mentalità latina), ma viaggiano simpateticamente nei cuori delle persone (come nella spiritualità greca) e si manifestano periodicamente nel vissuto quotidiano , all’interno della nostra società comunitaria contadina, quasi totalmente analfabeta, si è formata presto una tradizione orale, che non discendeva dalla scrittura dei libri, ma dalla parola di qualche testimone o interprete ritenuto degno di fede, e si estendeva alla maggioranza dei membri di uno stesso corpo sociale, con la funzione “positiva” di pervenire alla “pacifica mediazione” tra classi ed esigenze differenti, proprie di una popolazione tripartita almeno in “signori, borghesi e bifolchi” (“galantòmini, mastri e tamàrri”) e perciò necessariamente in conflitto.

Le occasioni in cui il messaggio religioso rimbalzava sulla comunità si verificavano di solito in momenti drammatici vissuti dalla intera collettività, quando essa era “affascinata dal senso del prodigio e del mistero o tremava al cospetto della potenza oscura del maleficio” .

Erano calamità naturali – come la sterilità della terra (‘a malannàta o caristìa) o le catastrofi ecologiche (u dilluviòni, u terramùatu, u fùacu ch’era “‘a ruvina d’o lùacu”, o i cavalletti“chi ffacìanu ‘a distrùggia”); le invasioni marinare (di cui è rimasta ancora l’eco disperata nel sintagma nominale “mamma, li Turchji!”) o le pestilenze inarrestabili (come u colèra, u vaiùalu, ‘a spagnòla); le sopraffazioni politiche (le più varie: spagnola o borbone, francese, austriaca o piemontese) o i rivolgimenti sociali , cui si accompagnava sempre una estenuante miseria economica.

Ed anche la Chiesa, nella Litanie rogatorie, supplicava accoratamente il Signore che ci tenesse lontani “da ogni male”: in modo particolare “dalla peste, dalla fame e dalla guerra; dalla grandine e dal gelo; dal fulmine e dalla tempesta”; e che, invece, “ci concedesse e preservasse i frutti della terra”.

Allora la presenza ineludibile e misteriosa del male nel mondo si trasformava in una esperienza veicolata da sogni di parenti o amici (vivi o già defunti), visiòni ‘e mùarti, gravi malattie, guarigioni inaspettate; e il comportamento del singolo individuo (abitualmente sedotto dall’egoismo materiale e perciò estraneo alla vita dell’altro) veniva attratto dall’emergenza inattesa di un evento condiviso e si associava al destino collettivo impegnandosi per il bene comune.

In questo contesto, un posto primario andava riservato alla festa di massa, la quale non giungeva mai improvvisa, ma era “un evento atteso da tempo, che si collocava – lungo l’incedere fasico della circolarità delle stagioni – tra le date propizie del calendario liturgico” , ed era preceduta inoltre da una novena di preghiere (e\o da un triduo di prediche), sostenuta dalla fiduciosa convinzione che “duva Ddio ‘on menta\, l’ùamu ‘on abbàsta”; che “u Signuri manda friddu\ pe quantu hai ‘e cumbùagghju”, e che, anche quando “chjòva sìa sìa”, l’acqua cade in modo calmo e benefico, perché c’è la giusta e sacra presenza della mano di Dio.

Il popolo tutto, attraverso le varie Confraternite di appartenenza (sorte per precise finalità morali, oltre che per occasionali interventi – di natura economico-sociale – verso le famiglie più disagiate) partecipava alla festa e vi si rispecchiava integralmente: essa sembrava sospendere la successione del tempo, riportando ad un passato remoto, in cui una crisi etica e sociale particolare era stata superata grazie all’intervento provvidenziale di un evento eccezionale.

Nella festa c’era naturalmente – come c’è ancora – ostentazione di gioia e di euforia (fanfara locale, complesso bandistico, fuochi artificiali, vestiti nuovi, strette di mano, abbracci, auguri), ma non mancavano chiare note di trepidazione o di pena interiore, che al Santo del giorno venivano segretamente confidate e raccomandate.

Il momento centrale era, infatti, quello della processione, durante la quale la gente si stringeva attorno alla statua del Santo “virtuoso”, della Madonna “addolorata”, del Cristo “sofferente e soccombente” per cercare un ponte tra terra e cielo, umano e divino, tempo ed eternità: del Santo il credente percorreva l’itinerario, con la rinuncia al proprio egoismo possessivo e con offerte di doni preziosi o di consistente denaro, che talora venivano sottratte alle pur gravi esigenze di famiglia.

Si ricorda ancora la storia di Brunu ‘e Pràcitu, fratello d’a muta, il quale, – verso la metà degli anni ’50, durante il Priorato [nella Congrega di Sant’Andrea] di mastru Vicenzìnu ‘e Gàrgia (Vincenzo Mongiardo) – volle offrire al santo Patrono portato in processione i dollari che gli avevano mandato i figli dall’America, e, siccome era molto amico del Priore e le spese della Congrega quell’anno erano state ingenti, si disse deciso: “ ’Sta vota àju u nda mìantu assai sordi!”, e preparò 100 dollari che l’uno sotto l’altro fermò con spillette metalliche ad una lunga fascia. Quando arrivò la statua del santo, Bruno salì sul gradino di una casa vicina per fermare tale fascia al braccio del Santo, ma, siccome pendeva a terra tanto era lunga, dovette piegarla; rimase, comunque, soddisfatto, ed orgoglioso commentò: “Na cosa accussì ‘on si vitta mai”.

Al Santo, comunque, la gente indirizzava soprattutto desideri reconditi, richieste sussurrate o gridate (‘A Madonna u rèscia!), suppliche angoscianti in risposta a difficoltà produttive, rovesci economici, condizioni fisiche morbose. E spesso lo faceva senza capire la debita importanza da attribuire a ciascun Santo. Per qualcuno, per esempio, il Patrono veniva prima di Cristo: ma quello che contava era la purezza del cuore, che si accompagnava alla fede sincera della gente. E’ noto l’episodio di Ndrìa d’a Bosca, il quale, durante la Processione del Corpus Domini, scalzo e appisolato su una sedia, sonnecchiava davanti casa (vicino al Calvario della Chiesa del Patrono) con la coppola abbassata sul viso; ed allorchè una donna lo svegliò alle parole “Ah Ndrìa, rifìgghjati. Or’u vidi ca passa u Signùri?”, tranquillo rispose: “E cchi è ? Mancu u m’era Sant’ Andrìa!”.

La processione, infatti, oltre a infondere un senso di benessere spirituale, diventava spesso un’efficace “terapia psicologica, che recava sostegno e protezione a soggettività piagate” , altrimenti rassegnate a “racàra ‘a cruci” da sole, in mezzo a pene indicibili. Infatti, “la materia e i colori delle statue, il mistero arcaico delle reliquie, il luccichio degli ori dei paramenti sacri assumevano la brillantezza e la vivacità delle sostanze vitali e trasmettevano la forza contagiosa degli esseri viventi”, diventando potenza trasformatrice, propria del “trans-umanar” (Dante – Par. I, 70), dell’andar-oltre l’umana condizione, tanto più necessario quando l’individuo, già tanto infermo nelle normali condizioni naturali, era afflitto da malattia inguaribile o bersagliato dalle implacabili avversità della vita.

E il rito sacro dell’Ufficio, collettivamente cantato, effondeva una tensione particolare, che consentiva di andar incontro alle statue, di sollevarle di peso, di trasportarle in processione, così come il canto delle ben note melodie popolari ispirava ripetitivi gesti sacramentali (come genuflessioni, segni di croce, percussioni del petto, baci devozionali) e raccoglieva intorno a sè tutti i ranghi della società. Si ricorda ancora in Chiesa la presenza di persone analfabete, come Cciccu ‘e Catarìni, il quale, benché ripetesse a memoria il testo latino dell’Ufficio della Congrega, voleva dare ad intendere di leggerlo dal libretto della Congrega, che pur teneva alla rovescia.

Alla festa poi si accompagnava talora la “fiera”, che col suo mercatino era l’unica occasione – in un anno – che consentisse la circolazione dei prodotti sociali e culturali locali; come anche la visita ai santuari più noti della zona: ‘a Madonna d’a Sanità (Badolato: primi di agosto), ‘a Madonna ‘e Campu (Salùro: 14 e 15 agosto); ‘a Madonna d’a Stiḍḍa (Pazzano: 15 agosto), ‘a Madonna d’a Gràzzia (Torre di Ruggero: 8 sett.), ‘a Madonna d’a Misericùardia (San Sostene: 12 sett.).

Tali pellegrinaggi spesso avvenivano a piedi e in gruppi: ricordiamo, per esempio, quelli penitenziali, come “ ’a jornàta ‘e Campu”, fatta da alcune donne, le quali, per implorare qualche grazia particolare, trascorrevano nella vallata del Salùro l’intera giornata (dalla mattina alla sera) tra preghiere e canti, “a ppana ed acqua” (v. Marantùani d’o Surdìḍḍu); e quelli votivi, come quelli fatti a Torre di Ruggero, procedendo lungo la montagna di S.Sostene per arrivare a Cardinale (in località Vattendìari) e da lì alla meta di destinazione, situata a qualche chilometro di distanza.

E a pranzo il festino alimentare di mezzogiorno (con “tagghjarìni‘e casa”, ragù di “carna ‘e crapa” ed abbondanza di “vinu d’a casèḍḍa”) “incarnava nel corpo la parola di fede” e trasmetteva “vita, gioia ed energia all’intero gruppo dei convitati” domestici, anche se – occorre ricordarlo – per molti i cibi consumati restavano ancora e sempre quelli degli altri giorni : legumi cotti “nt’a pignatèḍḍa”, (miste talora a verdure campestri, come carìanduli, cicòra servaggia o crapaḍḍìni), pane, olive, sarde, peperoni.

Certo, la fede popolare come la festa collettiva pongono il problema delle ascendenze pagane; ma, quand’anche queste ci siano state per effetto di sincretistica convivenza, resta assodato

anzitutto che il tema sacro – nella festa o nel rito cristiano – viene sempre attualizzato ed ha una marcata impronta sovrannaturale, che attinge alla potenza spirituale di Cristo, della Madonna e dei Santi, e, perciò, – con un innegabile salto culturale – passa dal politeismo e dall’animismo pagano alla sostanza del Vangelo di Cristo;

e poi che la nostra religiosità meridionale non si è innestata in una mentalità latina (di natura prettamente giuridico-formale), ma in un sostrato essenzialmente greco (o grecizzante) che nella pietà popolare disvela l’unione mistica col divino, in un atto di adesione intima, sentimentale al sovrannaturale.

Perciò non bastano analogie formali (luoghi, momenti stagionali, offerte, canti) per pensare a un’identità fra teofanie naturalistiche e spiritualità monoteistica: si tratta di dimensioni religiose strutturalmente sovrapposte, ma storicamente successive e sostanzialmente divergenti (per la loro diversa direzionalità: nelle une orizzontale, nell’altra verticale), e perciò la festività cristiana andreolese è un fatto del tutto nuovo o – in ogni caso – una reinterpretazione originale di antiche liturgie pagane, di cui ormai si è perso definitivamente il senso oltre che il codice interpretativo.

Cap. III°) Le principali tradizioni religiose andreolesi

La festa religiosa un tempo s’intrecciava inestricabilmente con quella agricola e ne scandiva i momenti più significativi, richiamando alla memoria dei cittadini che “il tempo appartiene solo a Dio”, ritmato com’era dal suono festoso delle campane che lo annunciavano ed echeggiato dai rintocchi lenti dell’orologio della Torre della Chiesa matrice.

Il contadino, infatti, – come l’artigiano – nella sua perenne attività professionale era soggetto al ciclo delle stagioni, alla meteorologia della giornata e soprattutto alla imprevedibilità dei cataclismi e delle intemperie naturali.

Da ciò, un tempo, la necessità cogente – per l’uomo – della sua totale sottomissione all’ordine della natura e di Dio, e – come mezzo di azione – la preghiera individuale e i riti religiosi collettivi. Sicchè’, l’anno religioso era espressione di “una storia [tante volte] tormentata, ma gravida di speranza” e l’uomo procedeva in una duplice fedeltà a Dio e alla natura, scandendo il suo percorso di numerose feste e processioni, a dimostrazione del fatto che “al di là dell’ego, esiste un respiro di assoluto, presente in ogni cosa”, di cui l’uomo sente perenne bisogno.

I momenti centrali erano tre e si snodavano lungo il dramma misterioso della vicenda terrena di Cristo, uomo-Dio: il Natale (con la sua nascita), la settimana di Passione (con la sua morte e resurrezione) e la Festa del Corpus Domini (con la celebrazione e diffusione del suo culto nel mondo): tutte le altre festività (della Madonna o dei Santi) erano intermedie e complementari, ma sempre subordinate ed esplicative.

1) ‘A festa ‘e Sant’Andrìa

Perciò l’anno liturgico differiva alquanto da quello civile: lo spartiacque fra l’anno vecchio e l’anno nuovo era all’incirca la fine di novembre, che si chiudeva con la festa importante del patrono Sant’Andrea.

Allora il grano era già stato seminato (“‘E sant’Andrìa\ o natu o siminàtu ar’a sporia”), le castagne erano state già raccolte e infornate (“‘E tutti i Santi [1° Nov.]\ castagni arrànti”) e le ulive (a ritmo alterno, per la devastante forma di abbacchiatura in uso) erano eventualmente già in fase di raccolta. Sicchè’, la natura entrava ormai in una fase di letargo e subentravano i primi rigori invernali: la luce i colori e i suoni si attenuavano e le intemperie naturali spegnevano l’abituale allegria della vita all’aperto, costringendo spesso la famiglia a stare a casa attorno al focolare o al braciere (“Cu’ eppa pana morìu, cu’ eppa fùacu campàu”) e a vivere con le provviste che era riuscita ad accumulare dentro.

“L’estàti trasa fela,\ ca u vìarnu para mela”. E “miele” erano “u ranu d’o casciùni; i sacchi dE’ legùmi; i mulingiàni, pipi e pumadòra ncugnettàti; i castàgni i fica e i favi mpurnàti; i giarri ‘e l’olìvi a mmùaḍḍu cunzervàti; i tarzalùari ‘e carna salàta; i sardi e l’alici ammazzaràti; i pira e i puma vernìtichi dE’ rizzi, l’ammìanduli d’o saccu e i surva d’o gistìaḍḍu”, che non tutti – o, meglio, pochi – avevano. A sentirsi sicuro era solo il ricco benestante, che dentro casa possedeva ogni bbena ‘e Ddio; perciò, poteva pur cantare: “Chjòva, Signùri mio, chjòva pe nn’annu\, ca l’àju a mmuzzu tri pana lu jùarnu:\ unu la sira e n’attu la matìna\ e n’attu quandu sona menzijùarnu\”.

Ma il contadino, nell’apparente morir delle cose, sapeva che la vita è tempo di attesa e di speranza, perché, “se il chicco di grano caduto nella terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” . Così la “novena” del Santo Patrono, – già otto giorni prima trasportato dalla sua Chiesetta, là all’inizio del paese, a quella centrale e parrocchiale della Chiesa Matrice – cominciava con la festa di Cristo Re, cui seguiva la I° Domenica di Avvento; ed era Sant’Andrea a portar la “nova” del calendario festivo di Dicembre, che convergeva tutto nel Natale o geneatliaco del Messia: “U quattru è dde Varvàra\, u sìa ‘e Nicola,\ l’ùattu è dde Marìa\, u trìdici ‘e Lucìa,\ u vinticìncu, d’o veru Musìa\”.

E la festa di Sant’Andrea, primo discepolo di Cristo, arrivava gioiosamente coi riposanti suoni de’ ciaramìaḍḍi de’ vovàri, cull’addùabbi de’ luci, i jocarìaḍḍi d’a fera er’i fùachi d’a vijìlia e dd’a prucessiùani: una processione imponente lungo tutto il percorso del paese con larga partecipazione di gente, anche dei paesi vicini, richiamata dalla importante “fiera” locale, che già da qualche settimana consentiva di fare gli acquisti più indispensabili, mancando allora quei supermarket interminabili in cui oggi si ritrova “ogni cosa”, ma non l’ “io perduto”…

Tutto il Pian Castello era un fitto viavai di gente, la quale passeggiava facendo gli auguri ai numerosi “Ndrìa” che incontrava ed osservando “i bancarìaḍḍi” disposte su entrambi i lati, nelle quali si trovava un po’ di tutto: animali da allevamento (come maialini, galline, capre o pecore) e da soma (come asini e muli); piantine agricole e vitigno; zappe, vanghe, rastrelli e picconi; vasi tegami e pentole; sporte, panieri e canestri; bracieri, ruote e palette; madie e barili; tessuti e biancheria; bambole e giocattoli per bambini; fischietti, trottole e palle di legno; jocarìaḍḍi vari (come il tiro alla carabina, per sparare alla quale talora i ragazzi barattavano il prezzo del biglietto con tascate di castagne e fichi secchi infornati); e soprattutto dolciumi (specialità ineguagliabili dei maestri di Soriano), costituiti principalmente da mostazzòla, a forma di grossi cuori, ragazze, pesci cavallucci o caprette screziate di vivaci colori; pazzottini al mostocotto farciti di mandorle; e turriùni fatti con impasto di noce e miele, che si comperavano a rotolo (800 gr. circa) non solo per consumarli a casa e conservarli per Natale, ma anche per inviarli “a conforto” – a Roma, a Milano o in America – “ai cuori esuli” dei tanti parenti emigrati…

La giornata in quel periodo è oltremodo breve e il dì corre verso il punto più breve dell’anno (il solstizio d’inverno del 21 dic.). Dalla fine di ottobre, infatti, l’impressione è che, appena albeggia, sia già notte (“‘E santu Simùni e Giùda [28 ott.]\ cùam’arvìscia, scura”). Da sant’Andrea a Natale, invece, il dì cresce un poco, anche se impercet-tibilmente, perché vicinissimo ancora al solstizio invernale (“E Sant’Andrìa a Notala\ crìscia ‘e nu passu ‘e cana\…); da Natale in poi, invece, il suo progressivo allungamento si riesce già a notare (…‘e Notala mpùa\ nu passu ‘e vùa”).

Ed il tempo procedeva velocemente verso la prossima festività di Natale, intervallato dalle ricorrenze di alcune figure di Santi, che, per quanto “minori”, pure rivestivano la loro importanza significativa:

– per prima santa Bibiàna (2 dic.), perché, “quandu chjòva ‘e santa Bibbiàna\ (piove) quaranta jùarni e nna simana” (cioè, almeno sino alla IIa metà di gennaio);

– poi santa Bàrbara (4 dic.), vergine e martire vissuta nel III-IV sec. d.Cr., la quale – come scrive Salvatore Mongiardo – un tempo (insieme a S.Andrea, san Nicola e Santa Caterina d’Alessandria, la cui festa cade il 25 nov.) aveva tra la nostra popolazione un culto particolare, diffuso certamente dai Bizantini che si stanziarono nella nostra zona, ma tramandato in seguito dalla nostra gente con tanta devozione, che in suo onore fu eretta una Chiesetta di fronte alla fontana pubblica sottostante alla Chiesa di S.Andrea (dove oggi c’è la rimessa per la macchina di Peppino Carchidi), poi trasferita nei locali di Malaira (ex-dispensario medico ed ex-sala di conciliazione). La santa era plasticamente ritratta in vernacolo da questi versi: “Santa Vàrvara gloriùsa\ supa nu munti stava;\ ḍḍà lampàva, ḍḍà tronàva\ e la mbiàta non si spagnàva”, ed era invocata quale protettrice contro l’effetto spaventoso e devastante dei tuoni e fulmini con l’invocazione “Santa Vàrvara!” (la quale si emette istintivamente ancora con trepidazione, quando fragorosi e fitti si abbattono dalla montagna tuoni e lampi e sembra imminente un giudizio universale);

– subito dopo santu Nicola (6 dic.), protettore dei pastori, perché “ ‘e santu Nicola\ ‘a mandra fàcia ‘a prova” (e valido antidoto contro i raffreddori invernali era ritenuta la formula augurale: Santu e rriccu, e bbona fortuna\ santu Nicola mu ti la duna); ma protettore anche delle nubili, che ad esso si rivolgevano con questi versi: Ndinni… ndinni… ndinni…!\ E’ San Pavulu cu tri mminni\ e ‘nu paru de lenzòla:\ viva, viva santu Nicola! ”;

– e infine santa Lucia (13 dic.), patrona di Siracusa, la cui statua (che – secondo una tarda leggenda legata a tale nome – la ritrae come una giovane vergine che reca in una mano la palma del martirio e nell’altra una piattina cogli occhi strappatile per non aver voluto accondiscendere alle voglie licenziose del tiranno della città), era portata un tempo in processione per le vie del paese e invocata sempre quale protettrice della vista e misteriosa disvelatrice delle cose smarrite. Efficace risultava, infatti, la breve invocazione di chi a lei si rivolgeva con fede: “Santa Lucìa mia,\ càcciami ‘sta lordìa:\ s’è rranda cacciamìla,\ s’è ppìcciula arripamìla” (= mettila da parte). Particolarmente devoto a tale Santa e promotore della processione era l’ins. col. Ettore Calabretta, che soffriva di vista: e fu lui a portare nella propria casa la statua per pitturarla e accorciarne il collo, ch’era un po’ sproporzionato nella sua lunghezza.

– In mezzo c’era (l’8 dic.) la novena e la festa dell’Immacolata Concezione, (necessaria e perciò naturale anticipazione del salvifico evento natalizio) con splendido addobbo della navata centrale della Chiesa Matrice, lunga processione, accompagnamento musicale e fuochi d’artificio.

2) Natàla, Capudànnu e Vattìsimu.

Così ci si avviava al periodo di sosta più lungo e più atteso dell’anno: quello del Natale, che proseguiva poi spensieratamente, giungendo al Capodanno e quindi all’Epifania (U Vattìsimu).

Il Natale in Chiesa iniziava otto giorni prima con la novena natalizia, durante la quale si cantava l”Offìcĭum in Nativitàte Dòmini nostri Jesu Christi”; ma era ufficialmente inaugurato in casa – la sera della Vigilia – dal Cenone con le sue “trìdici cùasi”. Allora ci si sedeva attorno al tavolo animati tutti da buon appetito “arretrato”, ma questo rimaneva spesso deluso e inappagato, sia perché la roba non abbondava sia perché il 24 dicembre era giorno di astinenza; e perciò, dopo un primo piatto caldo di stocco o baccalà in umido, la cena continuava (come scrive in una lirica Sandro Voci) con “tutti cùasi ‘e scàmmaru\: olìvi ammùaḍḍu e ssardi salati,\ nu pùacu ‘e mulingiani ncugnettàti,\ i pipi aduci e amàri nt’a lancèḍḍa stipàti”; con frutta di stagione (come mandarini, arance, qualche “pumu a llimuncìaḍḍu ‘e Cardinàru” [barattato con un po’ d’olio paesano], qualche castagna interrata o qualche ficodindia rimasto ancora attaccato alle pale esposte nei balconi di casa) o con frutta secca di varia qualità (mandorle, noci o nocciole, crocette di fichi o castagne infornate) e – come dolce – le devozionali “zzìppuli e crispìaḍḍi” o i pochi pazzottìni della recente fiera rimasti ancora conservati.

E continuava poi con la tradizionale Messa di mezzanotte. La Chiesa era tutta gremita di gente, la quale attorniava l’artistico Presepe di mirabile fattura serrese, creato nella navata sinistra della Chiesa con gli artistici “pastori” di argilla cotta (“santùcci”) dell’‘800 (“i Re Magi nelle lunghe vesti,\…i vecchi\ del villaggio, e la stella che risplende,\ e l’asinello…”) , e aspettava con ansia l’annuncio dell’Angelo, che, dopo l’inizio della celebrazione della Messa – cantata con l’ausilio di due sacerdoti a latere – e subito prima della lettura del Vangelo, l’Arciprete scandiva in tono solenne: “Allelùja, allelùja. Evangelìzo vobis gaudium magnum, quia natus est vobis hodie Sàlvator, qui est Christus Dòmĭnus” (Lc.2.10-11).

A quelle parole, scopriva il cestino velato in cui era adagiato il Bambinello della mangiatoia, che col suo corpicino disarmante veniva a offrir la pace al cuor dell’uomo; e indirizzava la statuetta al popolo tutto, che gioiva commosso, e faceva gli auguri di Buon Natale agli astanti, mentre i “ciarameḍḍàri” locali intonavano il suono malioso del “Tu scendi dalle stelle”, il sagrestano, dando mano alle corde delle tre campane del maestoso Campanile, squarciava con le note a festa il misterioso silenzio notturno e, davanti al portone della Chiesa, cominciava l’incessante fragore dei fuochi artificiali apprestati dai fochisti locali, cui si accompagnavano le squillanti “bombette” (di cui ogni adolescente o giovanotto quella notte aveva ben fornite le sacche) fatte con polvere pirica e sassolini marini e spesso preparate artigianalmente di persona, o le più economiche “chjàvi”, il cui buco inferiore (“fìmmana”), riempito di nitrato di ammonio comprato in farmacia (misto a zolfo ed otturato con un un pezzetto di ferro cilindrico legato alla chiave stessa con un po’ di spago), deflagrava orribilmente allorchè si spingeva con forza l’ingegnoso percussore sulla pietra granitica di qualche muro circostante.

L’indomani ci si parava a festa e, mentre per le strade del paese si sentivano come sottofondo in lontananza le note arie musicali d’a ciaramèḍḍa ‘e Pìatru u Pùlici, (accompagnata d’a pipìtula, de’ piàtti e dd’o tambùrru), i maschi, in attesa che la mamma approntasse il lauto pranzo natalizio (per il quale spesso si uccideva ‘a papàra cioè il tacchino), uscivano a porger gli auguri della famiglia ai conoscenti che incontravano, ma soprattutto ai nonni e agli zii tutti, che andavano a trovare singolarmente a casa e che, in quella circostanza, eran più prodighi del solito di qualche soldo. Ma c’era anche tanta “gente misera”, che trascorreva il Natale seduta “in una gelida stanzetta”, in cui “il vento correva di fuori,\ il vento entrava” , o che, appartato per motivi vari, non riusciva a partecipare alla gioia diffusa nell’aria, e con parole discrete, anche se amare e antiche quanto il mondo, canticchiando pian piano, biascicava: “Mo’ vena Natàla\ e non tìagnu dinàru,\ mi pìgghju na pippa\ e mmi mìantu a ffumàra”.

Il pomeriggio poi, se il tempo era piovigginoso, si trascorreva in famiglia, attorno al braciere colmo di carbone vivo, a fare coi vicini qualche partita a tombola o a carte, mentre, se era buono, si trascorreva con gli amici in Pian Castello; e la serata, dopo cena, si chiudeva andando al Cinema dell’Oratorio ad assistere alla proiezione del film in programma.

Dopo la notte di S.Silvestro, che tra i brindisi e l’immenso frastuono dei botti affrettava l’uscita dell’anno “vecchio” che mai lasciava soddisfatti, l’anno “nuovo” iniziava la mattina con la visita del Bambinello, che, sotto la guida di un anziano esperto della Congrega del Rosario, faceva il giro di tutte le case abitate del paese, accompagnato dal suono abituale e caratteristico dei ciarameḍḍàri e portato in braccio – inizialmente – dal solo Parroco con cotta, stola e treppizzi, e – successivamente – da un giovane vestito di camice bianco, sostenuto ai fianchi da un cingolo colorato.

All’interno delle case tutti i familiari, che avevano affrettato dalle prime ore le pulizie domestiche addobbando in tempo ogni cosa, accoglievano con gioia e baciavano devotamente il Bambino, cui affidavano i desideri più intimi del loro cuore, scambiavano coi presenti gli auguri di Buon Anno, scattavano delle foto, offrivano caffè e liquori agli addetti al trasporto della statuetta e ponevano una sostanziosa offerta in danaro nella guantiera della Congrega. Così il Bambino proseguiva il suo lungo cammino, e dopo l’interruzione di qualche ora per il pranzo del mezzogiorno, riprendeva le visite domiciliari fino a sera inoltrata. E a fine giornata, tra lo scoppio festante dei petardi, la statuetta “si ricogghjìa ar’a Chjìasi”, ove il Parroco dava inizio alla Messa serale e chiudeva la giornata liturgica col canto di ringraziamento: l’inno ambrosiano del “Te Deum laudàmus”, intonato dall’Organista, che l’accompagnava col suono grave dell’armònium, e proseguito alternativamente, in forma amebea, dalla voce squillante della marea di fedeli che riempiva la Chiesa.

Il ciclo natalizio era completato dall’evento più sognato dai bambini: l’arrivo imminente della Befana e l’esposizione d’a cozzetta in una zona ben visibile del letto, poco prima di addormentarsi. Un tempo non si conosceva la figura di Babbo Natale, personificazione del contagioso benessere economico dell’America, da cui fu importato nel dopoguerra, dopo l’avvento della televisione e l’invasione progressiva della cultura americana. Si conosceva solo la figura materna della Befana, una dolce vecchietta che, dalle fredde zone delle montagne innevate, partiva carica di tanti regali che portava in un sacco dietro le spalle, e nel cuor della notte entrava furtivamente nelle singole case o attraverso il cumignolo del focolare (u fanò d’a cucina) o attraverso l’abbaino del soffitto (u fanò ‘e l’àriu) per riempire di regali le calze dei ragazzi.

Era una specie di evento sacro, religioso, di natura profondamente pedagogica; una specie di esame di coscienza imposto quasi subdolamente da estranei: infatti, ciascuno dei figli, che aspettava con ansia di aprire la propria calza, sapeva che i regali gratificanti erano espressione di una condotta di vita sostanzialmente sana e irreprensibile, mentre i pezzi di carbone – che spesso si trovavano ad essi frammisti – denotavano un comportamento non sempre riguardoso e corretto nei confronti dei genitori e dovevano perciò spingere l’interessato a migliorar il tenor di vita.

E già la vigilia dell’Epifania la mamma davanti al braciere, al tenue chiarore del lume a petrolio o della prima luce elettrica, spesso c’incantava con queste poche parole, cantate sommessamente in italiano: “E la Befana\ dalla sua grotta\ esce recando\ paste e confetti\: va per i tetti,\ va per i tetti …:\ ai figli buoni\ confetti e doni\, ai cattivelli\ cenere e carbone”. E noi, chiudendo gli occhi tremolanti vinti dal sonno, vedevamo quella bella vecchietta che, con un fazzoletto legato alla testa (per schivare i rigori dell’inverno) e un sacco di regali sulle spalle, girava nottetempo da una casa all’altra per farci la strenna natalizia, e pensavamo già alla calza lunga, piena di regali e denaro, che a pie’ del letto avremmo trovato il mattino successivo.

Le festivià natalizie si concludevano in Chiesa la sera d’o Vattìsimu, cioè dell’Epifania: chè “’a Bifanìa\ ogni festa si porta via”; e lo si faceva col bacio della statua del Bambino: quel Bambino che si mostrava agli uomini tremebondo nella sua disarmante nudità, ed era oggetto di trepido amore da parte della popolazione tutta, che a Lui non solo rivolgeva le dolci strofe alfonsiane del “Tu scendi dalle stelle”, ormai universalmente note, ma cantava anche i teneri versi dell’anonima canzone popolare “Bambinuzzu fattu de cira,\ Ti cantàmu matìna e sira,\ Ti cantàmu quantu vùa Tu,\ Bambinùzzu d’o Coragesù\ e – fino a qualche decennio fa – un gioiello di poesia lirica, (insegnata un tempo all’Asilo infantile dalle Suore Riparatrici, ma creata dal nostro Saverio Mattei ed elogiata dal Metastasio), della quale riporto qui solo il ritornello e la strofa iniziale: “Dormi, non piangere,\ Gesù diletto:\ Dormi, non piangere,\ Mio Redentor.\\ Quegli occhi amabili,\ Bel Pargoletto,\ Affretta a chiudere\ Nel fosco orror.\\ Dormi, non piangere,\ Mio Redentor.\\”

3) Dalle festività alla ferialità: Carnalavàri e Corajìsima

Però, già verso la metà di gennaio, quando appariva qualche bella giornata, si ritornava alla normale vita dei campi, e, anche se sui monti c’era la neve e in paese spirava un gelido vento di tramontana, riprendevano i primi lavori, come la potatura e zappatura della vigna, in ossequio al detto antico “si bbua u lìnchji lu ceḍḍàru\, zzappa e pputa nte jannàru”.

Allora le colline del paese erano tutte disseminate di vigneti perché il vino era un elemento indispensabile alla vita del contadino, e perciò dalla mattina alla sera in questo periodo le varie località pullulavano di operai intenti all’usurante lavoro della zappa, dato che non si possedeva ancora strumento di coltivazione diverso e migliore di questa. Qualcuno, anzi, (rivolgendosi con fare premuroso, quasi amorevole, all’arnese “prezioso”) sussurrava: “Tu guàrdati de’ pìatri, ca io ti guardu d’a rùggia”. Naturalmente i giovani più prestanti e laboriosi eran ricercati da tutti, soprattutto sera di sabato, al Pian Castello, sotto l’Olmo secolare; e il vino prodotto in alcune località meglio soleggiate e per natura più arsicce – come Lipagliàri, Niforìo, Sellàda, Travatùra e Vambacàti – era veramente speciale e meritamente famoso.

Si arrivava così alla fine del mese con la novena di S. Ciro, lì nella Chiesetta dell’Orfanotrofio delle Suore Riparatrici (santo di cui era particolarmente devoto Galileo Frustaci, tanto che al primogenito Pino pose come secondo nome quello di Ciro), e ai primi di febbraio con la ricorrenza della Candelora (2 febbr.), che ricorda la Purificazione di Maria Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio. Il tempo a volte cominciava a intiepidire: infatti, solo se “d’a Candilora …chjòva e mina vìantu, d’o vìarnu simu dintru”.

In tale giornata, si portava in giro la statua della Madonna del Rosario: ma era una festa particolare di tale Congrega, i cui confratelli (anche s’era giorno feriale) in mattinata facevano una processione dal percorso ridotto, limitato alle parti più interne del centro storico, portando tra le mani un mozzicone di candela, e la sera cenavano a casa del Priore. Quella stessa sera poi (a ritmo alterno, però, – nell’annata “‘e càrricu” -, cioè di abbondanza di olive) tutte le 4 Congreghe paesane (u Signùri, u Rosàriu, ‘a Mmeculàta e Sant’Andrìa) avevano l’usanza di distribuire le candele “benedette” alle famiglie della Confraternita di loro appartenenza, riservando ad altre serate la raccolte delle offerte, soprattutto di olio, ma anche di legumi e di denaro. Tali candele si solevano appendere sulla testiera del letto e si accendevano devotamente durante i temporali, ogni qualvolta mancava la corrente elettrica e si sentiva il sonoro rimbombo dei tuoni; e ad esse si associava spesso, più tardi, l’erva ‘e San Giànni (24 giugno), una specie di erba grassa che aveva la virtù “miracolosa” di ricoprirsi di fiorellini allorché seccava, qualche settimana dopo.

L’indomani, giorno di S. Biagio (3 febbr.), c’era in Chiesa la funzione liturgica della purificazione della gola, che si metteva sotto la custodia del Santo, incrociando sotto la gola del fedele due candele benedette e recitando una breve formula liturgica.

Ma il freddo invernale sarebbe durato ancora a lungo: qualcuno s’illudeva di esserne fuori, dicendo che “d’a Candilora\ d’o vìarnu simu fora;\ altri rispondeva, invece, che “quaranta jùarni nd’avìamu ancora”, ma forse ancor più, perché “u friddu ‘e marzu pèrcia i corna de’ vùa”.

Sicché il clima ancora rigido era propizio per l’uccisione e la cura del maiale prima che irrompesse il torrido caldo meridionale.

In realtà, tale uccisione era una festa insolita, attesa un po’ da tutti, tanto che l’“ammazzarlo” era detto eufemisticamente “fara ‘a festa ar’u pùarcu”. Il maiale, infatti, per chi lo allevava, costituiva una ricchezza inestimabile, destinata – per i suoi molteplici prodotti – ad accompagnare la famiglia per tutta l’annata, e per vari giorni offriva abbondanza di carne di vario genere. Se si esclude la cistifèllea (“u fela”), del maiale non si buttava nulla, anzi, si utilizzava ogni cosa: pelle, interiora, carne e grasso; “‘a vizzìca”, per esempio, abilmente gonfiata (“arrendùta”), serviva a ricoprire lo squisito capicollo, e finanche “u pisciatàru”, cioè il tessuto adiposo dell’apparato genitale, opportunamente seccato, serviva ad ingrassare e lucidare gli scarponi da campagna.

L’uccisione del maiale (“scannatùra”) – se il carnevale non arrivava tardi – avveniva il giovedì grasso o “lardalùaru”. Era quasi un precetto per tale giorno mangiare carne di maiale. “‘A sira ‘e lardalùaru\ cu’ ‘on ava carna si mpigna u figghjùalu”, prescriveva un detto; perciò ogni famiglia faceva in modo di averla fresca e in abbondanza uccidendo il proprio maiale.

E’ inutile dire l’animosità e la cicalante allegria della famiglia e dei parenti che assistevano al rito dell’uccisione del maiale – prima scannato, poi depilato “ar’a majìḍḍa” con acqua e cenere bollente e infine appeso “ar’u scambìaḍḍu” e ripartito con un’apposita accetta ben tagliente in due mezzène – anche perché era prossima la domenica di Carnevale, giorno che “costituiva una momentanea e piacevole interruzione della vita quotidiana” e in cui, “per un limitato periodo di tempo, l’ordine del mondo e delle relazioni umane veniva sospeso” e quasi sovvertito. Infatti, le persone, raccolte attorno ar’u capuforzàru, (che, troneggiando dalla sella di un asino, col viso mascherato e il mantello regale sulle spalle, leggeva le strofette rimate con tono e ritmo particolare), poteva – nelle momentanee assenze dello stridulo intercalare della tromba e del tamburo di accompagnamento – ascoltare le piccanti farse carnevalesche, soffuse talora di riso bonario, ma più spesso intrise di acida satira personale e di licenziosa oscenità. Era, infatti, “il tempo di festa in cui, mediante il mascheramento, era temporaneamente abolita la censura ed era possibile prendere parte al delirio fantasmatico delle maschere”. Era il tempo dell’“euforia” paganeggiante e del “mondo alla rovescia”, in cui la gente povera, accolta ospitalmente in casa altrui con polpettine di maiale, pruppi, vino e nacàtuli, poteva assistere ad una insolita generosità e partecipare quasi alla momentanea insperata abbondanza; il tempo dell’abbondanza e della prodigalità, di cui usufruivano anche i terziari francescani di Badolato, i quali al grido di “S. Francìscu, i pignatèḍḍa!” passavano per le varie case a raccogliere – delle due pentole di argilla rossa precedentemente distribuite – quella riservata per l’Ordine, riempita di scarti di pruppi e frittuli nt’o grassu.

Ma non mancava chi si rintanava nel proprio egoistico guscio a “scialàra” da solo, e necessariamente si esponeva ai mugugni di chi forse giornate come quella non le aveva mai vissute ed era pronto a rimbrottare: “Ammazzàsti lu pùarcu e tti chjudisti\ e dde l’amici tua ti nda futtìsti”. Come non mancava chi il maiale non poteva averlo e tantomeno, perciò, ammazzarlo: a costui non restava altro che cantare amaramente, con un pizzico d’invidia, “Carnalavàri ch’è de li cuntìanti,\ de cu’ ava carna e mmaccarrùni assai\; ed io l’amàru chi non eppa nenta\, a pparu de lu sula mi curcai\”; o, al massimo, se voleva partecipare alla festa generale, contentarsi di trangugiare un po’ di roba di scarto, che trovava addirittura “buona”: ‘A sira ‘e l’arzàta\ mi mangiài na bella pizzàta\ e nna bùmbula d’acìtu:\ mamma mia, ch’è sapurìtu!\ E n’atta m’a vivarìa,\ ti salùtu, cumpàra mia”.

Ma al periodo di abbondanza ed euforia, subentrava immediatamente quello di magra e di digiuno: alla “sira ‘e l’arzata”, (durante la quale il pupazzo di Carnevale – dopo un beffardo “testamento” che lasciava agli estranei capicollo, soppressate e ogni ben di Dio, ed all’unico figlio “u pisciatùri” – moriva e, quindi, era accompagnato con chiassose lamentazioni funebri “a gghjìra lirtu” e precipitato “d’a sciòḍḍa ‘e Fabbaḍḍìnu”), seguiva, infatti, il mercoldì delle Ceneri, che apriva il lungo periodo di Quaresima (= periodo di 40 giorni) e richiamava presto l’uomo alla realtà, associando il segno liturgico della cenere impresso sulla testa o sulla fronte alle parole: “Memènto, homo, quia pulvis es et in pùlverem revertèris” e ristabilendo l’ordine infranto con un lungo ed estenuante periodo di lavoro dei campi, cui si accompagnava – nei giorni di mercoldì e venerdì – il digiuno e l’astinenza ecclesiastica, in quanto giorni di “scàmmaru”.

E come Carnevale, personificato, diventava nella fantasia della gente un uomo ingordo e poltrone come un maiale (“pùarcu luntrùni”), così Quaresima era raffigurata come una vecchia “c’u cuaḍḍu stùartu”, denutrita e asciutta (“ntisiccàta”) come una “sarda salata”, che alla carne e ai maccheroni del carnevale sostituiva “u càvulu ‘e l’ùartu” o “l’erva d’o timpùni”.

Il tempo a marzo è ancora incerto e talora piovigginoso: lo assicura la storiella popolare, secondo cui “marzu è “pàcciu”, ca li levàu i coddàri a mmàmmasa”; anzi spesso fa ancora freddo, chè’ “u vìaru marzu è ar’u foculàru”; il 31 marzo del ’59, per esempio, poco prima della Confronta della Domenica di Pasqua, il paese fu improvvisamente invaso da una scrosciante grandinàta ‘e nivi ciciarìgna, che in breve tempo ricoprì tutti i tetti del paese e le varie colline circostanti.

In realtà, il detto recitava anche che “tandu è vera primavèra\ quandu hjùra l’abbruvèra”, e le nostre colline, dopo la metà del mese, erano tutte un argenteo sfavillìo di fiori di erica. Arrivava così la festa (il 19 marzo) di S. Giuseppe, padre di Gesù e lavoratore indefesso, con la processione della statua e l’usanza di mangiare a pranzo un piatto a base di pasta e ccìciaru. Ma non tutti eran d’accordo. Così, per esempio, le persone addette a trasportare per le vie del paese la statua del Santo, (le quali erano invitate a pranzo a casa del Procuratore), rifiutavano il pasto voluto dalla tradizione (“pasta e cìciaru non si vo’ ”) e reclamavano, invece, “pasta e ccarna, pasta e ccarna!”.

Tuttavia, una filastrocca largamente diffusa coglieva e metteva in risalto la dignitosa compostezza della figura del Santo, che, per sopperire al sostentamento della famigliola, ancor vecchiotto continuava a fabbricare con l’attività di falegname i più umili oggetti: “San Giusìappi lu vecchjarìaḍḍu\ cull’annòcca ar’u cappìaḍḍu;\ San Giusìappi mastru d’ascia\ chi facìa cascìatti e cascia”\.

4) Domenica delle Palme e Settimana di Passione

Nel pieno della primavera – qualche tempo dopo – immetteva la Domenica delle Palme, che segnava l’ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme. E la Chiesa si associava al tripudio della natura, riservando ai fedeli un altro appuntamento importante con la benedizione della palma e dell’ulivo.

La navata centrale della chiesa era tutta piena di bambini, che – nella forma di “cuḍḍurìaḍḍi” di fichi infilzati e tenuti insieme da un resistente filo di spago – ostentavano tra le mani gli ultimi gustosi frutti secchi invernali (ancora ricercati dai coetanei in quanto il vero caldo non era ancora arrivato) e si divertivano a recitare la canzoncina popolare: “Oliva olivde’ḍḍa, cu’ ava fica nt’a tascarèḍḍa? – Oliva olivùni, cu’ ava fica nt’o casciùni? – Oliva olivàstra, òja ad ùattu è dde Pasqua!”; ma soprattutto era piena di gente adulta (uomini e donne) che con le mani alzate tenevano – ben esposte verso l’altare – artistiche “crocette, cembolini e panierini” (oggettini artigianali, simbolici dello stretto legame che c’era tra fede religiosa e vita agricola), foggiati artigianalmente con rami di palma, e vistosi mazzi di ramoscelli di ulivi fioriti, che nei giorni successivi sarebbero stati portati in campagna e legati agli alberi come segno di buon auspicio, nella segreta speranza di un buon carico di annata.

Ma la momentanea parentesi di “osanna al Figlio di Davide” cedeva subito il passo alla Settimana di Passione: si compiva così nei momenti della morte e resurrezione di Cristo il secondo momento – quello supremo e culminante – del misterioso dramma del Figlio di Dio, consegnato alla folla come un malfattore e mandato poi alla morte infamante della croce: un dramma “dove un amore estremo illumina un’ingiustizia somma e il Reietto costituisce l’ambito delle presenza salvifica di Dio” ; un dramma religioso, che arrovella la mente e appassiona il cuore della gente e che, percio, – col titolo di ‘A Pigghjàta (cioè La cattura) – nei primi decenni del Novecento diverse volte venne rappresentata – a ritmo settennale – da bravi attori locali nella pubblica piazza del Pian Castello. L’ultima si dice sia avvenuta nel 1933, e di essa circolano ancora parecchie foto: e il testo, che fino a poco tempo fa sembrava misteriosamente scomparso, è stato direi miracolosamente rinvenuto da Salvatore Mongiardo il 30 settembre del 2008 nell’Archivio parrocchiale del nostro paese, mentre faceva ricerche sulla Monachella di S.Bruno..

Già il Lunedì, Martedì e Mercoldì pomeriggio in Chiesa c’era la lettura delle 7 Geremìadi, (segnate di volta in volta dallo spegnimento di una candela nel maestoso Candelabro a 7 braccia), a conclusione delle quali seguiva l’improvviso e tenebroso fragore dei “trèmini” , quasi simbolica figurazione del sommovimento tellurico che si accompagnò alla morte del Cristo.

Ma solo il Giovedì la Chiesa entrava nel pieno del mistero pasquale, con una ricca serie di funzioni liturgiche. Anzitutto, la rappresentazione dell’Ultima cena, con gli 11 “apostoli” fedeli vestiti di camice bianco, cingolo e fascia celeste, (che attendevano alla lavanda e al bacio del piede da parte del parroco, e ricevevano alla fine della celebrazione eucaristica una “cucceḍḍàta”, un’arancia e un ramo di rosmarino) e con la figura del “traditore”, – reso inconfondibile dalla fascia rossa a tracolla – che nella sua malfamata venalità riceveva una doppia razione di vivande. Subito dopo, la prima Processione serale della Naca (o bara) di Cristo per le vie del paese, col suono spento dei tamburi e con ricche luminarie di lampioni, torce e maravàschji oleati, al seguito di “Cristo stesso che avanzava per le strade del mondo, avvolto in uno straccio e coronato di spine, sotto il peso schiacciante di una grossa croce, umiliato e condannato ad una morte infame”. Poi la meditazione del predicatore e la “chjamàta” altamente patetica della “Ndoloràta” (“Vieni, o Maria, a vedere Tuo Figlio”), ch’era introdotta di corsa a braccio – da quattro paesani – ad assistere impotente allo straziante spettacolo del Figlio crocefisso; ed infine lo spoglio dell’altare e l’adorazione del S. Sepolcro, preparato accuratamente nella navata sinistra con l’addobbo di tanti ceri accesi e di mirabili vasi di grano bianco abilmente intrecciato con nastri rossi (vasi che vagamente richiamano ancora la remota ascendenza greca dei Giardini di Adone, allestiti per le lamentazioni funebri del giovane compagno della dea Venere, immaturamente dilaniato da un cinghiale).

Il Venerdì mattino c’era la seconda processione, con una grande folla di fedeli che usciva dal portone della Chiesa al canto solenne del Miserère e al seguito della “Naca” del Signore, accompagnata da vicino dalla statua mesta della Madonna quale “mater doloròsa”, col sen trafitto da sette pugnali, al ritmo cadenzato dei tamburi, dei “tirritì” e delle “tocche” di legno azionate dai ragazzi, e del canto lento e grave dell’inno manzoniano “O tementi\ dell’ira ventura”, che si diffondeva per le vie silenziose del paese.

Il momento più toccante subentrava sotto la chiesa del Patrono, dinanzi al Calvario, dove avveniva una momentanea sosta della processione e dove un gruppo di bravi cantori paesani (come Cecè ‘e Colabàti, Peppi ‘e Bettùḍḍa, Totò Samà postino, Enzu Rivèrsu e altri) intonava magistralmente il mesto canto corale (scritto probabilmente dal nostro Saverio Mattei, e musicato dal famoso maestro Jommelli) “Croce, Tu sola sei\ l’unica mia speranza;\ in te la mia costanza\ non ha da vacillar.\\ Chi con piacer non porta\ la croce del Signore,\ pace non ha nel cuore,\ vero piacer non ha\\”: canto che – si tramanda – eseguiva con maestrìa ineguagliabile (in tonalità tenorile) don Bruno Voci (fratello di Nicola Maria) e che scendeva profondamente nell’animo degli astanti. Era un evento funebre di portata cosmica cui sembrava si associasse perfino il clima, che in quella giornata era abitualmente piovigginoso o almeno sciroccoso, ma che, dopo l’evento della Resurrezione (‘a Glùaria”), si apriva subito al bel tempo.

Nella veglia pasquale, infatti, (dopo una serie di importanti riti liturgichi, come la benedizione del fuoco, la preparazione del cero e la lettura di 7 passi della Bibbia) iniziava la Messa di mezzanotte e, appena finito il canto della Litania dei Santi, il velo enorme di color violaceo che copriva l’altare – solcato nella parte centrale da un’enorme croce bianca – si squarciava in due, lasciando vedere il sepolcro del Cristo custodito da truci figure di soldati romani. Ma, all’intonazione del “Gloria in excèlsis Deo”, dall’alto della cupola della Chiesa – come una folgore – calava un Angelo, che, scacciando le guardie, mandava in frantumi il pesante coperchio del sepolcro; e la statua del Cristo trionfante, col vessillo della croce in mano, sotto la spinta di un invisibile congegno meccanico posto dietro l’altare, balzava fulminea verso il cielo, effondendo l’emozione finora contenuta della folla in copiose lacrime di gioia: Cristo aveva vinto la morte e ci aveva regalato una gioia infinita, aprendoci le porte del cielo.

Ed anche il folklore popolare si univa a questo lieto evento, associando alla gioia spirituale quella materiale del “dolce” paesano caratteristico della Pasqua, “‘a cuzzùpa”, in pochi versi rudimentali ma significativi, propri di una tradizione che ancora resiste all’usura del tempo: “Vìani, Pasqua, vìani currìandu\, ca li zzitìaḍḍi stannu ciangìandu;\ stannu ciangìandu cu pena ar’u cora\, ca vùannu i cuzzùpi cull’ùagghju e cull’ova\”.

5) ‘A Cumprunta

La festa poi, durante il giorno, proseguiva – come tuttora – con la rappresentazione della Confronta, disputata in Pian Castello – a mezzogiorno della Domenica di Pasqua – tra due gruppi di Confratelli della Congrega del SS. Rosario. Essa raffigura la gara gioiosa intrecciata, in Galilea, tra la Madonna e il Figlio, qualche giorno dopo la resurrezione.

Benché tale manifestazione si svolga in vari altri paesi circonvicini del litorale ionico, “’a Cumprùnta” di S.Andrea Ionio rimane uno spettacolo unico, tanto per la particolare bellezza della statua del Cristo (scolpita con taglio michelangiolesco, con lo sguardo fulminante e il braccio destro vittoriosamente proteso in avanti, nell’atteggiamento trionfante e glorioso di chi – col sigillo della Croce impresso nello stendardo rosso saldamente impugnato nella sinistra – ha vinto da poco il peccato e la morte e così ha redento il mondo) e la leggiadra imponenza della Madonna del Rosario (rivestita per l’occasione con la veste bianca in broccato d’oro e con l’abituale manto azzurro stellato), quanto per la trepida apprensione con cui tutti gli astanti partecipano alla “sacra rappresentazione”, la quale, oltre ad esprimere il bisogno di perpetuare una tradizione religiosa molto cara e remota, si trasforma per taluni in una piccola occasione di mondanità.

La manifestazione è organizzata dalla Confraternita del SS. Rosario e si svolge nello splendido Corso Umberto I, chiamato abitualmente dalla gente del luogo Pian Castello, una lunga e larga piazza ubicata nella parte alta del paese e tutta lastricata dagli scalpellini locali in pietra granitica abilmente spaccata e spianata (“u basulàtu ‘e petrèlli”).

Essa si apre verso le 11:00 del mattino, immediatamente dopo la conclusione della Santa Messa delle ore 10 (“’a Missa cantàta”), quando la statua del Cristo risorto e quella della Madonna del Rosario, tutta chiusa ancora nel suo lutto in un lungo manto “nero”, escono dalla Chiesa sui loro baldacchini (“i vari”), dirigendosi per zone opposte del paese, la prima verso Sud-Est e l’altra verso Nord-Ovest.

Ad uscire per prima – in forma solenne – è la statua del Cristo, ch’è preceduta dagli uomini che portano gli stendardi e le croci delle Congreghe, dai rispettivi “confratelli” (tutti vestiti di camice bianco e mantellina colorata [“mozzètta”], i quali cantano Salmi ed Inni dell’Ufficio) e dal corpo ecclesiastico (formato dal parroco, da un sacerdote “a latere” e da vari chierichetti), ed è seguita dal complesso musicale e dalla folla dei fedeli riuniti in processione.

Il corteo, però, – invece di salire – scende dal Palazzo dei Parise e, attraverso la lunga via Regina Margherita, giunge alla piazzetta della casa del defunto Sesto Bevivino e da lì prosegue verso l’Orfanotrofio delle Suore Riparatrici, per arrivare infine – nel suo punto più basso – al piazzale antistante il sagrato della Chiesa del patrono S. Andrea. Da qui, attraverso via Vittorio Emanuele sale e, deviando a sinistra verso l’ex-negozio di tessuti dei Carioti, arriva a Piazza Marconi (a Mmalajìra, davanti l’ex-Municipio comunale), e poi, procedendo sempre verso l’alto – lungo via Regina Elena – si ferma davanti all’ex-negozio di suola e pellame di Nicola Samà “u brigànti”, ove sosta per qualche tempo prima d’imboccare la vicina Piazza per l’incontro finale.

Una decina di minuti dopo esce dalla Chiesa anche la statua della Madonna, che, ancora tutta sconsolata e coperta dal suo manto nero, procede verso NO – per le strette viuzze del paese – in forma privata, sola e disadorna (priva cioè degli abituali gioielli d’oro, quali orecchini e collana), preceduta solo da un ragazzo che porta la croce, da un sacerdote e da pochi fedeli. Essa, immettendosi nell’attuale via Mario Pagano, procede a destra lungo la via arc. Antonio Mongiardo, arriva a Largo Alfonso Cosentino e poi sale, fermandosi davanti alla casa di Peppe “u ciùffu”, alla confluenza con via Trento, in attesa che i 3 “angioletti” (i quali, tutti ricoperti di bianco – camice, ali, corona e calze – seguono di corsa il passo e il rullo sempre più concitato del tamburinaio) portino alla Madonna l’avviso che il Cristo è ormai vicino davanti alla Torre dell’Orologio.

Intanto il Pian Castello, luogo dell’incontro finale, pullula di gente tutta elegantemente vestita a festa: ragazzi e ragazze, bambini e anziani, emigranti e forestieri si affollano “a mmurràta” nelle case di parenti o conoscenti per assistere alla “Cumprùnta”; e, per avere una buona visuale, si sporgono dai balconi e dai “mugnàni” delle case che costeggiano la Piazza; oppure si assiepano lungo i due lati del Corso e tra loro fanno ressa a spintoni, sicchè la Guardia comunale e i Carabinieri del luogo faticano spesso a mantenere l’ordine e a lasciar libera la strada per la “corsa” imminente.

Il momento più emozionante coincide con l’approssimarsi del mezzogiorno: le statue si trovano già alle due estremità della Piazza, situate – il Cristo – all’altezza del portone attuale della Chiesa Matrice e – la Madonna – all’imbocco superiore della Piazza; il Parroco e i chierichetti si sono sistemati verso il centro di essa, là dove si presume debba avvenire l’incontro; e gli stendardi e i confratelli delle Congreghe si son posti ai due lati del Pian Castello, mentre gli “angioletti” corrono frettolosamente nei due sensi, lungo la Piazza, e – mediante successivi “messaggi” che con le loro “visite” recano a ciascuna delle due statue – favoriscono tra la Madre e il Figlio quell’ “incontro” che diventa alla fine una “celere corsa” per riabbracciarsi, dettata dalla piena dei sentimenti che pulsa all’unisono nel loro cuore.

Infatti, i reggitori delle statue – i quali un tempo portavano ai piedi solo calze di “àsili” per evitare che durante la corsa scivolassero sulla pavimentazione di “petrèlli” consunte – hanno già posizionato la Madonna e il Cristo in modo tale che i rispettivi “centri d’avanti” (come son chiamati i reggitori centrali) possano comunicare tra loro mediante un opportuno cenno del capo, e coordinare così i tre inchini delle statue, che si fanno susseguire a breve distanza di tempo. “Pronti?…Calàmu!” è il grido scandito ogni volta dal reggitore centrale della statua del Rosario, il quale, piegando e rialzando sincronicamente il capo, manda al reggitore della statua del Cristo il segnale previsto, e – ad inchino simultaneo effettuato (“calàta”) – fa avvicinare ogni volta la propria statua di due o tre passi avanti.

A mezzogiorno in punto, quando la Madonna è ormai all’altezza dell’Olmo secolare delle Tre Fontane e il Cristo più o meno a quella dell’ex-farmacia di don Andrea Samà, il centro d’avanti della Madonna, ricevuto appena il “Pronto!” dalla persona addetta a sfilare il velo della statua, quasi automaticamente compie l’incurvatura del capo e, fatto in fretta – insieme agli altri compagni – il terzo inchino, scatta in avanti e inizia la “corsa” finale verso il centro della Piazza. “‘A Madonna u rèscia!”, (cioè “la Madonna provveda al buon esito”), è l’augurio segreto comune, per un percorso che – pur essendo relativamente breve – ai reggitori e agli astanti sembra quasi un’eternità, per le difficoltà oggettive che il basolato della piazza presenta e per i gravi imprevisti che il trasporto affrettato delle statue può comportare

Al punto d’incontro, che risulta all’incirca all’altezza del Tabacchino di Brunino Lijoi, le due statue si arrestano, con un ultimo inchino frontale si salutano, e poi sono adagiate a terra, affiancate e rivolte entrambe verso la Chiesa vicina. Contemporaneamente, dal Palazzo Jannoni son librate a volo due bianche colombe, simbolo di quel messaggio di pace e di amore che la Festa vuol significare; e, mentre la gente, che ha assistito con apprensione alla scena, piange commossa e batte le mani per l’incontro felicemente avvenuto, il complesso bandistico intona una marcia trionfale, le campane della Chiesa squillano a distesa e lo scoppio dei fuochi d’artificio dà l’annuzio della conclusione delle festività pasquali.

In questo clima di generale letizia gli addetti della Congrega rimettono alla Madonna gli abituali gioielli, mentre le persone si scambiano (o si rinnovano) gli Auguri di Buona Pasqua con i parenti, amici e conoscenti che incontrano, scattano delle foto o fanno riprese cinematografiche, e pongono la loro generosa offerta nella guantiera della Congrega, o direttamente attaccano alle fasce di seta celeste delle due statue la moneta cartacea più pesante.

La cerimonia termina col rientro delle statue in Chiesa (anche questa volta prima quella del Cristo e poi quella della Madonna) col viso rivolto verso l’esterno e accompagnate dalla banda musicale e dai fedeli, e poi col rapido diradamento della gente, la quale abbandona la Piazza e rientra a casa per assidersi a mensa e consumare nell’intimità della famiglia il tradizionale pranzo pasquale.

Nei giorni successivi c’era la tradizionale “scampagnàta” del lunedì di Pasquetta; martedì ‘a fera ‘e Galilea a Soverato (un tempo importante fiera di bestiame locale per l’acquisto di maiali, asini, ovini, caprini e bovini) e poi “‘a benedizziùani de’ casi” fatta dal Parroco, durante la quale le famiglie – oltre a porgere del denaro – solevano regalare un tempo anche fresche uova domestiche.

Un fatto curioso accadde nel 1933, quando – mancando l’arc. don Bruno Voci, che si trovava a Roma per l’anno giubilare straordinario – a far la benedizione delle case toccò a don Pìappi Addinu. Egli consegnò le uova regalate dalla gente alla sorella dell’arciprete, donna Matalèna, ma questa, nel dividerle, slealmente riservò per sé quelle più grosse e diede al prete quelle più piccole. Don Pìappi si accorse del gesto poco garbato e per dispetto non volle assaggiarle, le uova, anzi le distribuì alla gente che incontrava, dicendo: “Mangiativìli vui\, ca nd’avìti cchjù bisùagnu ‘e nui”.

6) U misi ‘e Maju

Intanto, mentre per lo sfaccendato benestante il mese di aprile era tempo di “dolce dormire”, per l’agricoltore, perennemente impegnato, (e tanto che qualcuno rilevava sconsolato che in campagna “tutti li misi jerìssimu e venìssimu \ e Ppenticòsti non venìssi mai”), era periodo di incessanti lavori, (come “ligàra, nzurfaràra, spolegràra, rifundìra ‘a vigna; zappàra i portagallàri e spassàra ped’ùartu”; cogghjìra ‘a frunda p’o sìricu; annestàre l‘agghjàstri, collegato da molti col giorno di S. Francesco di Paola, il santo calabrese venerato e festeggiato il 2 aprile). Ecco perché il proverbio recitava “A mmàju càccia ‘a malinconìa\ e ccerca l’ajùtu ‘e Marìa”.

E la gente, per rispettare i tempi agricoli, al suono della campana mattutina delle 4 e mezzo, affluiva in massa ar’a missa ‘a prima, che iniziava puntuale alle cinque, e poi, dopo aver accudito alle principali faccende domestiche (come i gaḍḍini er’u pùarcu”, che spesso erano ubicati nel sottoscala o in qualche piccolo locale sotto casa), via in campagna – marito e moglie – a riprendere le attività più impellenti, portando nella sporta “umorzìaḍḍu”e nella mano“‘a bùmbula d’o vinu p’o servìzziu”.

Arrivava così u “misi ‘e Maju”, mese di fiori e di belle giornate, in cui l’acqua per i campi de’ cosa “preziosa” e la caduta della pioggia “vala cchjù ‘e nu carru de carrìni”; e mese dedicato interamente alla Madonna, tanto che la sera, dopo il rientro dai campi, tutti affluivano in Chiesa, sempre olente di rose, (anche i giovani, che lì trovavano una delle poche occasioni per poter sbirciare inosservati la ragazza del cuore ed intrecciare i primi amori), dove, dopo la corale recita della corona del rosario ed il canto melodioso del Salve del ciel Regina, (madre pietosa a noi,\ proteggi i figli tuoi,\ o madre di pietà\…), era attesa e ascoltata la voce riposante di un predicatore di grido, il quale ogni sera proponeva il testo del “fioretto” da cantare, e a questo seguiva il canto solenne della Litania della Madonna accompagnata dal suono dell’armonium.

Il 22 del mese c’era talora la festa a Santa Rita da Cascia, la santa delle rose, portata per le strade carrabili del paese e seguita da un lungo corteo di macchine, e l’ultima settimana c’era poi la novena alla Madonna con la processione conclusiva dell’ultimo giorno. Avanti a tutti – dietro gli stendardi delle varie Congreghe – eran disposti in doppia fila l’angialìaḍḍi, ragazzine vestite tutte di bianco, con candidi canestri pieni di fiori tra le mani; poi le giovani dell’Associazione delle Figlie di Maria e le più attempate Madri cristiane, accompagnate dalle Suore Riparatrici, ma guidate soprattutto da madre Gioconda; e poi ancora, – dietro il Parroco i sacerdoti e i chierichetti e la statua della Madonna (portata a spalla sulla “vara” da devoti andreolesi, vestiti con camice bianco e mozzetta azzurra) – il popolo in massa, che procedeva lungo strade lateralmente ricoperte di vivaci coperte damascate e lastricate tutte di fiori variopinti (come rose, garofani, gerani, e soprattutto l’”odorosa ginestra”, di cui le nostre colline erano disseminate e di cui ogni mamma si premurava di raccogliere qualche sporta da cospargere nel tratto di strada antistante la propria casa), cantando alla Madonna i canti più belli e più dolci, come Mira il tuo popolo,\ bella Signora;\\ Dal tuo celeste trono,\ Maria, rivolgi a noi…;\\ O bella mia speranza,\ dolce amor mio, Maria;\\ DE’ l’ora che pia\ la squilla fedel;\\ Andrò a vederla un dì,\ nel ciel la Madre mia;\\ Immacolata, vergine bella,\ di nostra vita tu sei la stella;\\ O Maria, quanto sei bella,\ sei la gioia e sei l’amore;\\ Dell’aurora tu sorgi più bella,\ coi tuoi raggi a far lieta la terra\\…

Ma già l’indomani si cambiava registro: iniziava, infatti, la tredicina a S. Antonio, un santo molto amato e venerato dalla nostra gente, tanto che un tempo c’era tra noi l’usanza di vestire da “santantonìnu” (con veste e cingolo da francescano) quei ragazzi (maschi o femmine) che, affetti da grave malattia, si votavano a Lui e che, guarendo, tale evento miracolosamente attribuivano alla sua celeste intercessione. Il ciclo di preghiere e di suppliche al Santo si concludeva il 13 del mese con la processione della Statua e con la distribuzione dei panicìaḍḍi, amorosamente cotti al forno domestico (u cocipàna) dalle nostre mamme, benedetti dal Parroco e infine devotamente consumati in casa dopo la recita di un Pater, Ave e Gloria. Al Santo era dedicato anche il nome di un fiore: “u gìgliu ‘e Sant’ Antùani” per l’appunto, che cresce spontaneo nelle colline ed de’ costituito da un fiore color rosaceo dal gambo marrone, che si portava spesso ad adornar la Chiesa o le icone campestri de “i Madonnìaḍḍi”.

Molti erano in paese le famiglie orgogliose di avere un figlio di nome Ntuani; ma non mancava chi maliziosamente asseriva che “de Pìappi e de Ntùani\ pùacu nd’ava bbùani”.

7) Il Corpus Dòmini e l’ingresso dell’estate

Il terzo ed ultimo momento significativo era quello della festa del Corpus Domini o del Santissimo, collegato all’arrivo del caldo estivo e all’espletamento dei lavori più pesanti della campagna:

anzitutto – sotto il sole infuocato delle nostre colline argillose come “Fìagu Stravì Giraggiùati e Malarra” – la mietitura del grano e dell’orzo seminati in ottobre e gelosamente difesi dagli stormi dei passeri affamati al suono stridente di un campanaccio e al grido: “Passarde’, passarde’,\ u patrùni de’ povarde’;\ passarde’ passarde’,\ vola vola”; mietitura che avveniva con grande apprensione (perché da esso dipendeva buona parte del pane dell’annata) e che si faceva con l’aiuto di numerosi parenti e amici, i quali, di prima mattina, prima che il sole si levasse all’orizzonte, cu‘a farcìgghjaar’i mani tagliavano già i primi jìarmiti (manipoli) biondeggianti, formavano poi sul seno i grìagni (bracciate) che legavano con alcuni steli di grano, e li accatastavano in jermitùni o timùagni (covoni), e ogni tanto si rifocillavano con un buon bicchiere di vino, cantando spensieratamente: “Meta, cumpàgnu, meta, allegrucòra:\ ca cullu vinu si meta lu ranu;\ cull’acqua macinànnu lu mulìnu”;

poi la raccolta, sbaccellatura e ventilazione – dentro l’aia (“l’ària”) – dei fagioli, delle fave e dei piselli già seccati al sole: i preziosi legumi che agli occhi della gente rimanevano il pasto più nutriente dell’anno e diventavano, quindi, “u pana benedìttu”, dell’inverno. Essa avveniva di prima mattina col concorso di tutta la “famiglia”, e si portava a termine a fine giornata dopo un duro e spossante lavoro, in cui ciascuno aveva avuto la sua parte: Eramu tutti ḍḍà, nte l’aria\ c’u friscu d’o matinu:\ supa i salardi belli randa amprati\cùi civu a vrazzati larghi mentìa,\cu’ minava cùamu pàcciu c’u tridìanti,\cu’ nterra assettàtu cu ‘a mazza pistava,\cu’ ventulijàva e ccu’ cernìa,\cu’ abbuzzava ar’u mbumbili ‘e l’ acqua,\cu’ s’attaccava ar’u pirìattu d’o vinu,\ cu’ tenìa ntrascurzu e ccu’ ridìa,\cu’ i còccia chi zziḍḍàvanu fora\nzanta pacìanzi ad unu ad unu cogghjìa…\

poi ancora la “dannata” innaffiatura degli ortaggi e degli agrumi in marina, resa quasi impossibile sia dall’incetta d’acqua fatta dai Sansostari, i quali dall’acquaro di S.Giorgio deviavano anticipatamente nel loro territorio (come tuttora fanno!) la maggior parte dell’acqua del torrente Alaca, sprecandola tante volte nelle loro marine, sia dall’esistenza – fino agli anni ’80 – di un naturale canale d’irrigazione, in cui l’acqua procedeva stentatamente in mezzo a località argillose ricoperte d’arbusti acquatici, tardando un‘infinità di tempo ad arrivare nelle terre e richiedendo uno spreco enorme di acqua, sia dall’incapacità dei nostri amministratori (ancor oggi!) di capire, affrontare e risolvere efficacemente il problema più spinoso della nostra agricoltura (come han fatto S.Sostene, Davoli, Badolato…);

ed infine, la zappatura della terra per la piantagione del granturco; e, nei cocenti mesi di luglio e agosto, i tristamente famosi “majìsi ‘e sula”, che consistevano nel dissodare con la schiena nuda, sotto il sole sferzante delle nostre parti (“u sula lagùni”) e l’assordante frinire delle cicale, terreni aridi e argillosi di vaste zone collinari (come Fìagu, Stravì, Asmùndu, Crapazzùni, Lagò, Santinde’ḍḍa, Lìanzi, Giraggiùati, e Malàrra) fendendoli con zappe lunghe strette e pesanti (puntàla), in modo da avere – in autunno – la terra pronta per la seminagione di grano, orzo, fave o piselli. Tale lavoro, naturalmente, si faceva soprattutto la mattina presto e il tardo pomeriggio, tenendo la brocca dell’acqua (“u bumbili”) al riparo dal sole, sotto verde frasca o pezze inumidite, bevendo poco (preferibilmente qualche bicchiere di vino), e nutrendosi soprattutto di frutta e ortaggi freschi di stagione (come “fica e ppumadòra”) che servivano sia come preziosi integratori minerali che come validi dissetanti. Ma esso spossava il fisico e spesso abbrutiva l’animo dei nostri contadini, al punto che a sera non avevano altro desiderio se non di buttarsi vestiti a letto e prender sonno, come mostra questa breve Canzone popolare: Lu zzappatùri sempa zzappa zzappa\, dinàri nte la gurza mai nd’azzìcca (var.: ngruppa)\; la sira si ricògghja trappa trappa,\ si càccia li stivàli e bba e ssi curca.\ La mugghjde’ra li dìcia: “Abbràzza, abbràzza!”\, ed iḍḍu: “Chi tt’abbràzzu, ca su’ fattu stuppa!” –

In questo contesto l’aiuto divino era indispensabile ed era richiesto dalla gente direttamente a Dio, perché rendesse propizio quel “tempo” “eternamente ricominciante e perpetuamente imprevedibile” col “peso dei suoi cangianti umori naturali, quali la pioggia o la siccità, la bonaccia o la tempesta”. Ed opportuna arrivava la Festa del Corpus Domini: la festa religiosamente più importante dell’anno (quella della celebrazione – in tutto l’universo – della gloria e potenza di Dio, da cui “il tempo comincia ed de’ dominato”) e socialmente più prestigiosa, perché – nella pomposità della processione – il massiccio Ostensorio eucaristico portato in giro dal Parroco era protetto dal palio a sei aste (portate da sei giovani prestanti) e sormontato al centro dall’ombrello della Congrega, ch’era affidato di volta in volta come “onorificenza suprema” ad una persona “distinta” del corpo sociale (“perzùna d’a pàmpina”), che lo sosteneva coi guanti bianchi nelle mani.

La Confraternita del SS. Sacramento, da cui la festa era gestita, cercava di non scontentare nessuna delle principali classi sociali esistenti (quella dei “signori terrieri e dei professionisti”, quella dei “borghesi proprietari e degli artigiani” e quella dei “miseri braccianti agricoli”); perciò, oltre alla novena, organizzava ogni anno – almeno fino al 1969, quando entrò in vigore la nuova riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II – ben 3 processioni:

la prima, e la più importante, la mattina del Giovedì del Corpus Domini (festa di precetto), in cui “l’onore” di portare l’ombrello spettava a un “galantuòmo” (sindaco, farmacista, medico…);

la seconda la mattina di Domenica, in cui l’ombrello era affidato a un valente “artigiano” (“mastru”) e la processione faceva le stradine più interne del centro storico, scendendo nella zona d’a Rughicde’ḍḍa;

e la terza, pomeridiana in quanto fatta in giorno feriale, il Giovedì di ottava, in cui l’ombrello era affidato a un “bracciante agricolo” (“tamàrru o zzappatùri”).

Tali processioni avvenivano con l’accompagnamento del complesso bandistico e della folla dei fedeli, e si distinguevano anzitutto per i ragazzi disposti in doppia fila, che indossavano un camice bianco e che reggevano in mano una bellissima “canòcchjia”, riccamente rivestita di splendidi bozzoli di bachi da seta; per le strade ricoperte di fiori di ogni genere (rose, gerani, ginestra, elicrisi [o scenzionàri] e cisto [o amùndici]), disposti spesso in artistiche forme di variopinte croci o cuori); e poi per le “spunizziùani” nelle varie Chiese e nei numerosi “attarìni”, (creati dalla gente lungo il percorso con artigianali lenzuoli e coperte matrimoniali damascate e ricavati nelle rientranze di alcune case), dove la processione si fermava e il parroco, dopo il canto del “Tantum ergo Sacramde’ntum” di S. Tommaso e la recita di un apposito Orde’mus, impartiva agli astanti la benedizione eucaristica, e poi, fatto il ringraziamento con la recita del “Dio sia benedetto…”, proseguiva il cammino fino al rientro nella Chiesa Matrice.

Dopo questa festività, il 29 giugno, (un tempo festa di precetto dedicata ai santi apostoli Pietro e Paolo, patroni della Chiesa Matrice), c’era anche – presso il Collegio dei Padri Liguorini – la festa del Sacro Cuor di Gesù. Esso era esposto in un monumentale Trono – sopra l’altare maggiore della Chiesa del Collegio – costruito nel 1929, su progetto dell’arch. Francesco Armogida ancora studente universitario, dal padre Saverio, fratello di mio nonno paterno, anche perché – nel piazzale antistante al Collegio – aveva già edificato 6 anni prima una bellissima nicchia, ove fu collocata la statua del Sacro Cuore, opera della sig.na M. Vittoria Addino : in occasione della festa, dalla mano destra della Statua si levava il Calice sormontato dall’Ostia e si metteva al suo posto una Croce nera di legno, simbolo di quell’opera di salvezza del mondo cui richiama il motto sovrapposto dei Redentoristi: “et copiosa apud eum redemptio” (S. 129,7).

Ed il mese successivo (16 luglio) c’era la festa della Madonna del monte Carmelo (o del Carmine), durante la cui processione, in forma alternata, i fedeli cantavano queste strofette devozionali: “E ssi Marìa non avìssa lu mantu,\ de’ramu persi tutti quanti;\ ed il cuore lodàtu sìa\ de la Vde’rgini Marìa”.

8) Il periodo dei “bagni” estivi e le ultime feste

Arrivava così il periodo delle ferie estive, con la festa di Sant’Andrìa ‘e giugnìattu, che – per ricordare la traslazione in paese (dal Duomo di Amalfi) delle reliquie del Santo (un frammento di osso del cranio e una boccetta con un po’ di essudato che in tale Duomo emana dalle ossa dell’apostolo), veniva celebrata la III Domenica del mese, portando in processione per il paese le reliquie e la statua del Santo patrono ma – in periodi di particolare siccità o necessità – scendendoli fino al mare. Una lunga tradizione voleva che la costruzione dei pagghjàra e barràcchi nel litorale marino (e il relativo trasloco delle famiglie, le quali vi si recavano per qualche mese soprattutto per far le sabbiature o stufi contro i fastidiosi dolori reumatici) avvenisse dopo la sua festa e che il loro smantellamento si effettuasse i primi di Settembre, quando già si solevano verificare furibondi temporali (con torbida acqua e vento e minacciosi tuoni e lampi) quasi come preavviso della prossima festa della Natività della Madonna (8 sett.). L’abitudine di anticipare “di fatto” tale data deve aver suscitato nel 1957 l’ira del Santo, il quale sabato 20 luglio (vigilia della festa del Patrono) nelle prime ore del pomeriggio scatenò una memoranda tempesta di vento furibondo e incontenibile (u ragànu), che durò parecchie ore e, oltre a divellere le tettoie di parecchi pagliai (specialmente quelli che – per paura della pioggia – erano stati coperti con teloni incerati), portò a mare alcuni baracchini di legno, come quello del prof. Raffaele Fragalà costruito in prossimità della battigia. In tale drammatica circostanza, in cui sembrava fosse confluita tutta la furia del mondo, mi trovai presente anch’io insieme con la mia famiglia e ricordo che a nulla valsero a fermarla i volti sbiancati e spauriti della gente o le fervide e prolungate preghiere recitate. Poco prima della fine delle ferie estive la festa più attesa era quella dell’Assunta o di Ferragosto, il quale – come recita il detto – de’ “capu ‘e vìarnu”. Per tale festa si soleva far la novena cantando i versi: “Va’ nel cielo a godere, o mia Signora;\ un giorno appresso a Te tìrami ancora”, e andare a frotte alla Chiesetta della Madonna di Campo intonando – lungo il cammino peregrinante – il canto popolare “Vanne al cielo, o gran Regìna,\ va’ di stelle a coronarti,\ ma di noi, deh! non scordarti\ nella tua felicità”, o – addirittura, a piedi e in gruppo – sopra Pazzano (ad una quarantina di chilometri di distanza da S.Andrea!), alla splendida grotta della Madonna d’a Stiḍḍa , ove si recitava la corona del Rosario e si partecipava alla celebrazione della Messa e la cui ripida scalinata si scendeva ginocchioni recitando un Pater Ave e Gloria per ciascun gradino.

Questa antica tradizione sembra sia scomparsa con la morte d’o Pintu d’a Davulìsi, il quale di solito capeggiava ogni anno a piedi scalzi il gruppo dei fedeli che vi si recavano in voto, portando eretta una croce di legno e intonando “alla Madonna della Grutti” il canto: “Ója mi partu pregàndu a Mmarìa,\ la fìgghja de Ddìo e lla matre di Gesù.\\ E si l’accìatti li nùasti prejìari,\ matre de Dìo, consòlaci tu”.\\ Àngiali cantàndu e vvde’spari sonàndu,\ Regìna de lu cìalu, cu vvui m’arriccumàndu\…;oppure l’altro:“Ch’de’ bella la Madònna de la Grotta,\ la santa Matre e l’Abbucàta nostra!\ Iḍḍa si conza avanti a cchiḍḍa grotti,\ pe ddispenzàri grazzi de’ fatta apposta\…”

Il giorno dopo (16 agosto) c’era la festa e la processione di S. Rocco (patrono del vicino paese di S.Sostene), la cui statua, scolpita in compagnia del suo cane “fedele”, si trova nella Chiesetta omonima, inizialmente dedicata a S.Leonardo, vicina a quella del patrono Sant’Andrea.

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Tutte le feste successive, al par di questa, erano dedicate alla Madonna, della quale coglievano e celebravano aspetti particolari: l’8 settembre la Natività, con pellegrinaggio a Torre di Ruggero, alla Madonna delle Grazie; il 12 settembre il Nome di Maria, con pellegrinaggio a S.Sostene alla fiera della Madònna d’a Misiricùardia (o della Pietà, soprattutto per comprare un maialetto già grandicello per il nuovo anno); e la II domenica di Ottobre la festa del Rosario.

Era il periodo in cui i lavori agricoli annuali si concludevano col rito festoso della ven-demmia, allorchde’ si soleva imbandire ai numerosi partecipanti roba prelibata, come frittura di baccalà, frittata di uova, abbondante insalata di pomodori a ccampanìaḍḍu con alìci pepàte, e u capicùaḍḍu del maiale riservato per l’occasione, oltre – naturalmente – ad ottimo vino locale, sempre largamente disponibile.

Ormai i pesanti lavori agricoli eran terminati: restavano da raccogliere solo le castagne, ch’eran già pronte per la commemorazione dei Defunti (1° Nov.), in onore dei quali quasi tutti piantavano e portavano nella visita alle tombe fiori di crisantemo (cristi ‘e gaḍḍu) e dalie multicolori e tutti accendevano i lantìarni o i lumaricchji ad ùagghju; e, negli alterni anni di carico, le tanto attese olive, perché era indispensabile alla sopravvivenza “avìra u cùammitu d’ùagghju” e nei periodi di magra “nu pezzarìaḍḍu ‘epana o pitta cull’ùagghju appojàva u stomacu”; e l’olio era di solito così scarso, che ci si riduceva talora a elemosinare “na gùccia d’ùagghju” e – ancor più – a sognare che “’a notta d’o Vattìsimui funtàni d’o pajìsi currìanu ùagghju”. L’ansia giuliva di raccoglier le olive era colta in modo mirabile da una strofetta, (cantata un tempo da Marantonùzza ‘e Pràcitu), la quale suonava così: “Cogghjìti, zzitìaḍḍi, cogghjìti:\ olìvi grùassi e ppuru minùti;\ ca vena lu vìarnu cùlli jelàti:\ oh chi ssu’ belli li favi cundùti!”\.

9) Altre forme di religiosità diffusa

Ma la religiosità popolare non era, un tempo, così formale come tante volte si pensa; essa era un habitus mentale e, perciò, non si riduceva alle festività ufficiali, ma era una pratica quotidiana così sentita e diffusa, che si estrinsecava in mille altri modi:

anzitutto nella recita serale in latino del rosario rionale, seduti sui gradini di casa, insieme alle tante persone della “ruga” che vi si raccoglievano a recitare le varie “poste” e a chiudere il rito con la recita della Litania della Madonna e con l’antico lungo canto dialettale: “Sarve, o Regìna,\ chi ssi’ matra universàli\ e col tuo favor si sale\ in paradìsu.\\ E vvui siti giòia e rrisu\ di tutti li scunzulàti\ e ddi tutti li tribulàti\ ùnica speme.\\ Ed a vvui suspìra e gema\ chistu nostru affrìttu cora:\ siàmu a nnu mara di dolòri\ e d’amarde’zza\\…Bonasìra, Madònna mia,\ Vi salùta la serva tua,\ setta vùati e settacìantu\ adoràmu lu Sagramìantu.\\ Adoràmulu ‘e chiḍḍ’ura\ chi nescìu nostru Signùri,\ er’a Vde’rgini Marìa,\ bonasìra Madònna mia.\\ Evvìva Marìa e cchi la creò,\ ca senza de Marìa\ sarvàra non si po’ ”; o con quello più recente, ma anche più lirico e melodico, in lingua italiana: “Benedetti da Te, Signore,\ pria che andiamo a riposare\ vieni accanto al nostro cuore\ questa notte, o buon Gesù.\\ L’orizzonte già s’imbruna,\ l’ora de’ bella per pregare,\ quando sorge in ciel la luna\ sentir voglio Te, Gesù”\…;

ma poi, anche, nella partecipazione massiva al canto dell’Ufficio della Congrega di appartenenza; alle funzioni liturgiche del mese di Maggio tenuto in onore della Madonna; o alle missioni fatte ogni tanto dai Redentoristi: famose quelle tenute dai fratelli Gravagnuòlo dal 16 gennaio al 2 febbraio del 1948 nella Chiesa Matrice e concluse con la confessione generale di gran parte della popolazione e con una fluviale processione penitenziale lungo le strade del paese, nella quale noi ragazzi, vestiti da chierichetti con camice bianco, portavamo in capo una massiccia corona di frutice spinoso (spinasantàra) e ci flagellavamo le spalle col cingolo, al canto di “Sono stati i miei peccati:\ Gesù mio, perdon, pietà!”;

nell’astinenza dalle carni – ogni mercoledì dell’anno – praticata da molti anziani (uomini e donne) in onore della Madonna;

nel culto devoto per i morti familiari, che si estrinsecava perfino a livello linguistico nelle perifrasi “’a bonànima, ‘a felìci memòria ‘e…” usate nei loro confronti, e che continua nell’usanza di ordinare messe in loro suffragio, soprattutto in occasione del trigesimo o dell’anniversario della morte;

nella “cannistrde’IIḍḍa ‘e cùasi” (di roba da mangiare) porta agl’indigenti o agli ammalati “pe ll’ànimi d’o Purgatùariu”, cui il pensiero era rivolto costantemente; e la devozione tributata era attestata dall’esistenza di una Cappella delle Anime del Purgatorio (ubicata a pianterreno del Palazzo Calabretta ed ora adibita a ripostiglio di oggetti sacri) e dal fatto che 8 giorni prima della Commemorazione dei Morti (2 Nov.) iniziava in loro suffragio la novena, col canto “Quelle figlie e quelle spose\ che son tanto desolate\, o Gesù, voi che le amate\ consolatele per pietà”;

nell’uso (ormai scomparso) di regalare – per il trigesimo di qualche defunto – una fornata di pane ad una famiglia povera;

nel “viàticu” portato in forma solenne da un sacerdote, con l’accompagnamento di un chierichetto, a conforto dei moribondi;

negli scapolari (abitìni o gesùḍḍi) di stoffa rettangolare o romboidale (con la raffigurazione centrale del Cuore di Gesù o della Madonna del Carmine), e nella infinità di medagline (varie per forma, per grandezza e per genere di Santo) che tanti ragazzi portavamo al collo come guide e protettori;

nell’uso d’inerire con un po’ di acqua – dopo una preghiera preliminare – delle sottili cartine (della grandezza di un francobollo all’incirca) recanti l’immagine di S.Gerardo, di S.Alfonso o della Madonna del Perpetuo Soccorso e distribuite frequentemente dai Padri Redentoristi;

nelle numerose icone religiose erette lungo il “calvario” della mulattiera verso la Marina (come “i Madonnìaḍḍi dE’ ciarzi ‘e Lipontàna”) e verso la montagna (come “i Madonnìaḍḍi ‘e Farìna”), le quali dal paese accompagnavano il cristiano nella discesa e ancor più lo sostenevano nella snervante salita, e nell’uso inveterato di adornarle in ogni tempo con fiori olenti appositamente raccolti;

negli auguri che si facevano ai parenti e amici nei giorni di festa (Natale, Capodanno, Pasqua, Onomastici e Compleanni);

nel bacio della mano che i figli facevano ai genitori ogni sera prima di andare a letto;

nel rispetto devozionale che si inculcava per il pane, segno concreto della presenza e del sostegno divino, col divieto esplicito di metterlo “cu ‘a facci sutta” o di farne spreco perché tanta gente “morìa ‘e fami”, e l’ordine tassativo, invece, di “cogghjìra e bbasàra u pana” se per caso cadeva per terra;

nelle frequenti invocazioni a Dio, alla Madonna e ai Santi che a voce alta si facevano nell’arco della giornata, specialmente nei momenti di difficoltà, e che si estrinsecavano talora anche in formulari di scongiuro: contro lo sputo del rospo (ritenuto velenoso): “No sputara a mmìa né alla Madonna;\ sputa a chiḍḍu bruttu culli corna”; contro l’aculeo delle vespe: “Vespa, e san Vespa\ e san Pavulu t’ammonde’sta\ e san Pìatru ti scungiùra:\“ ‘O mmuzzicàra a ccarna nuda”; contro il bruciore agli occhi, causato talora dalla presenza accidentale di qualche corpo estraneo: “Santa Lucìa mia,\ càcciami ‘sta lordìa:\ s’de’ randa cacciamìla,\ s’de’ pìcciula arripamìla”; contro le scottature: “Fuggi, fùacu servàggiu\, ca ti persde’gua l’adùamitu\; ca ti persde’gua l’adùamitu\ pemm’u fuggi, fùacu servàggiu\. A nùamu ‘e Ddio, san Cùasmu, Damianu e ppuru io”; o contro lo starnuto: “Santu e riccu, e bbona fortùna,\ santu Nicòla mu ti la duna”;

o, infine, nelle numerose preghiere in dialetto che ogni cristiano recitava spesso, nelle più varie circostanze. Significativa quella che prima di addormentarci ciascuno di noi ragazzi rivolgeva al suo “Angelo custode”: “Ángialu mio, guardiànu mio,\ guardàtimi stanòtta\ nommu mùaru ‘e mala morta;\ ca sàcciu la curcàta, ma non sàcciu la levàta.\ Chist’anima mia cu vvui s’de’ raccumandàta:\ sant’Anna m’de’ nanna,\ ‘a Madònna m’de’ mamma,\ u Signùri m’de’ tata,\ san Giusìappi m’de’ pappù.\ Cùrcati, ànima mia,\ cu Ggesù e ccu Marìa.\ Stàtivi bbena accumpagnàti\ cu Mmarìa la Mmeculàta”.

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Dopo questa ampia carrellata, mi sembra opportuno inserire un Calendario elencativo di tutte le processioni che si facevano un tempo. Verso la metà degli anni ’50 Salvatore Mongiardo – insieme all’arc. don Andrea Samà – ne contò ben 32. Io ho rinvenuto queste:

a)Canoniche:

Gennaio 1 Visita del Bambino a domicilio

II° dom. Santa Infanzia

Febbraio 2 Candelora

Marzo 19 San Giuseppe

Aprile Giovedì santo: 1° processione della Naca

Venerdì santo: 2° processione della Naca

Domenica di Pasqua: Cumprùnta

Maggio 31 Madonna

Giugno 13 S.Antonio

Corpus Domini 3 processioni (Giovedì, Domenica e Giovedì successivo)

Luglio 16 Madonna del Carmine

III dom.: Reliquie di S.Andrea

Agosto 15 Chiesa di Campo

16 S.Rocco

Settembre 8 Natività di Maria Immacolata

Ottobre II° dom. Madonna del Rosario

Novembre 2 nov. Defunti (visita)

30 Patrono S.Andrea

Dicembre 8 Immacolata Concezione

13 S.Lucia

b)Occasionali:

-S.Agnese 21 gennaio (processione rinviata a fine set-tembre) – Ritornello del canto: O Agnese, purissimo giglio,\ germogliato ai divini fulgori,\ tu risvegli nei giovani cuori\ l’amor santo e l’austera virtù.

-S.Ciro fine gennaio: solo la novena!

-San Francesco di Paola 2 maggio

-S.Rita 22 maggio: processione delle rose, fatta con accompagnamento sulle macchine

-Maria Ausiliatrice 24 maggio: statua della Madonna della Chiesa di S.Maria in Arce

-S.Enrico 15 luglio

-S.Alfonso 2 agosto

-S.Gerardo III dom. di ottobre

Conclusione

Questo saggio, benché sia frutto di un’accurata indagine suffragata da vivi ricordi personali, non presume di avere carattere di esaustività né di essere esente da inesattezze o errori.

Va, comunque, aggiunto che la difficoltà oggettiva di comunicazione fra le varie comunità locali (per la presenza eccessiva di colline e montagne, che dividevano la maggior parte dei paesi su cui esse sono arroccate e per la scarsità di comode strade carrabili e di veloci mezzi di locomazione) faceva sì che “le realtà sociali componessero una sorta di arcipelago” e che le tradizioni religiose fossero perciò moltissime e diverse da paese a paese, in quanto mancava sia un popolo che una lingua unitaria: queste, infatti, sono spesso più un sogno che una realtà, e costituiscono un’eccezione non la regola.

Tutto ciò ha fatto sì che, nel corso del tempo, ci fosse stato quasi un ostacolo allo scambio, all’incrocio, all’osmosi sociale e culturale e, quindi, alla creazione di un tessuto connettivo coeso ed elastico, da cui sarebbe potuta discendere una unitaria rispondenza d’interesse più generale; e poiché la storia non si arresta, ma procede giorno dopo giorno nei suoi impercettibili, eppur continui cambiamenti, non de’ difficile cogliere nel presente i segni chiari e marcati del progressivo abbandono, disfacimento e dissoluzione del passato.

Chde’, la guerra e le sue pene, la ventata benefica della Repubblica e della nuova Costituzione repubblicana, il dissanguamento dell’emigrazione, la naturale estinzione dei nostri “anziani”, l’avvento della televisione e dello stile di vita americana, l’introduzione della scuola dell’obbligo, il Concilio e le sue varie Riforme liturgiche, il nuovo Concordato, la sistematica desertificazione territoriale causata da ricorrenti apocalittici incendi, la diffusione della macchina e del turismo di massa, la globalizzazione economica e le realtà virtuali del personal computer hanno – nel giro di pochi decenni – “spazzato via”, “sradicato” quella “civiltà agricola” di cui la nostra tradizione religiosa si nutriva ed era pregna, e cambiato radicalmente la società, che dall’attività agricola primaria de’ stata – direttamente o indirettamente – dirottata verso quella “impiegatizia del terziario” di oggi ed esposto così la religiosità popolare a sollecitazioni e cambiamenti inarrestabili.

Sicché la storia della società paesana, drammatica nel suo repentino dinamismo evolutivo, dev’essere riguardata come un’altalena instabile, sospesa tra conservazione, trasformazione e innovazione, tra “memoria” che perdura e “storia” che passa e cambia. Si capisce, così, perché la pietà popolare odierna sia più ridotta ma anche più cosciente e riflessa di quella passata e perché alcune festività siano profondamente cambiate o siano celebrate solo quando la comunità riesce a recuperare i gruppi degli emigrati (v. la festa delle reliquie di S.Andrea che – diversamente da un tempo – si celebra ormai la IV domenica di Luglio [anziché la III], in concomitanza con l’ultima ondata turistica dei nostri emigrati, legata al periodo di Ferragosto).

Pertanto, de’ impossibile, e addirittura errato, parlare di moduli liturgici “autentici e fedeli” e di altri “ibridi e infedeli”. Se ogni individuo de’ in movimento da un punto all’altro della propria “geografia esistenziale”, occorre pensare che la “peregrinazione” costituisce un tratto distintivo dell’esperienza umana. Sicché il tema del “viaggio” diventa un’occasione privilegiata per un’azione riflessiva, in quanto ogni spostamento (nel luogo o nel tempo) modifica il territorio percorso, e questo influenza inevitabilmente il “pellegrino” sensibile. Il risultato de’ sempre incerto e precario, come quello di tutte le vicende umane, poiché – come ci ricorda S.Paolo – l’uomo “non ha qui, sulla terra, una dimora stabile e duratura” .

Questo sentimento (più che concetto!) penso vogliano esprimere questi pochi versi, da me scritti tempo fa nel nostro linguaggio dialettale, a conclusione di un lungo e “difficile viaggio di recupero”- nella memoria – della mia fanciullezza e adolescenza:

Cc’era na vota…’a rota d’o vrasċìari;

na vota cc’era, cc’era…

cùamu nte nu “cuntu bellu”.

Vorìssi quasi quasi mu ti fìarmi,

u tùarni arrìadi,

mu rivìdi ‘a “rota” d’o vrasċìari,…

cu’ cc’era e non c’de’ cchjù,

cu’ amàsti tantu.

Ma u tìampu vola,

curra sempa avànti e scumpàra,

cùamu l’unda d’o mara

chi ssempa vàcia e vvde’na,

o cùamu ‘a nde’gghja d’o cìalu

quandu hjùgghhja u vìantu:

e nnenta…nenta resta cchjù com’era .

(15 marzo – 5 aprile 2004)

Bibliografia consultata

– Angarano, Fr. Antonio: Vita tradizionale dei contadini e pastori calabresi – Olschki, Firenze – 1973

– Boggian, Giuditta: Perché fa così bene rispettare la tradizione, in Casa Idea – suppl. a Donna Moderna – Mondadori, Milano – n. 49 – 10 dic. 2003 – p. 7

– Buccheri, Tina: recensione a “Giuseppe Greco: Di Te ha sete l’anima mia”, in Rocca, Assisi – LXIII, n.5 – 1 marzo 2004 – p. 61

– Come quando perché: Usanze antiche, in La storia del paese di S.Andrea Jonio costruita sui banchi di scuola – La collina edizioni – S.Andrea Ionio, 1983 –

– Commodaro, Antonio: Redentoristi (I) a S.Andrea Jonio – Valsese Tipografica – Materdomini (AV) – s.d., ma 2000

– De Stefano, Antonio: Le Confraternite religiose tra passato e futuro in S.Andrea dello Jonio – Ediz. Vivarium, Catanzaro – s.d., ma 2002 –

– Gallizioli, Marco: Dio (Il) dell’oltre, in Rocca, Assisi – LXIII, n.4 – 15 febb. 2004 – p. 47

– Inglese, Salvatore: Rito (Il), la festa e la fede, in Viaggio lungo un anno – Edizioni Istante, Catanzaro – pp. 221-231

– Le Goff, Jacques: Nel Medioevo: tempo della Chiesa e tempo del mercante, in “Tempo della Chiesa e tempo del mercante” – Einaudi, Torino – 1977, pp. 3-23

– Molari, Carlo: Segni dei tempi, in Rocca, Assisi – LXIII, n.6 – 15 marzo 2004, p.50-51

– Richter, Dieter: Paese (Il) di cuccagnae la cultura del carnevale, in “Il paese di cuccagna – Storia di un’utopia popolare” – Nuova Italia Editrice- Scandicci (FI) – 1998, pp. 101-09

– Teti, Vito: Il pane, la beffa e la festa – Cultura alimentare e ideologia dell’alimentazione nelle classi subalterne – Guaraldi, Firenze – 1976

– Teti, Vito: Il senso dei luoghi – Paesi abbandonati di Calabria – Donzelli editore -Roma, 2004

– Vitale, Orazio: Annate di calamità, in “S.Andrea sul Jonio attraverso i secoli”- Cava dei Tirreni (SA) – 1954

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NB) Mi de’ doveroso, a questo punto, ricordare e ringraziare l’amico Salvatore Mongiardo e i cugini Andrea e Carmela Armogida, i quali – oltre ad aver emendato il testo originario di varie inesattezze – si son prodigati a offrirmi vari suggerimenti, che hanno di sicuro “impreziosito” il lavoro.

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INDICE

– A mo’ di prolusione

– Cap. I°)S.Andrea Jonio negli anni ’50 del Novecento:

1) Le originie i più antichi reperti archeologici.

2) Il paese nel dopoguerra:

a) Ruga e ccasa, marìtu e ffìmmana ‘e casa.

b) Popolazione e luoghi d’incontro

c) Il mare e i “villeggiànti”

d) Professioni e attività

e) La terra e i poderi (“tìarri o fundi”)

f) Le culture agricole e i vari prodotti

g) Gli animali … da cortile e da soma

3) Collante culturale e linguistico

4) La Chiesa preconciliare e lo scontro politico-amministrativo locale

5) Terremoto, alluvione, emigrazione e incendi dolosi

6) S. Andrea oggi

– Cap. II°)Aspetti antropologici e sociologici della religiosità popolare

– Cap. III°)Le principali tradizioni religiose andreolesi:

1) ‘A festa ‘e Sant’Andrìa

2) Natàla, Capudànnu e Vattìsimu

3) Dalle festività alla ferialità: Carnalavàri e Corajìsima

4) Domenica delle Palme e Settimana di Passione

5) ‘A Cumprùnta

6) U misi ‘e Màju

7) Il Corpus Dòmini e l’ingresso dell’estate

8) Il periodo dei “bagni” estivi e le ultimefeste

9) Altre forme di religiosità diffusa

– Conclusione

– Bibliografia consultata

Memoria e cambiamento

di Francesca Viscone

Condividere i ricordi con qualcuno è una significativa espressione dell’ amicizia; pertanto mi sembra doveroso ringraziare Enrico Armogida, i fotografi Carlo Maria Elia e Sergio Ferraro, e soprattutto voi Andreolesi, per questa esperienza di condivisione.

C’è un rapporto molto stretto fra tradizione e cambiamento. Gérard Namer sosteneva che “ogni società si riproduce e muta nel tempo, (sicché) ogni identità – sia individuale che collettiva – non può che nutrirsi di memoria”.

Al cambiamento gli individui e le comunità rispondono spesso col bisogno di ricordare, di conservare le tradizioni, di trasmettere alle nuove generazioni riti, gesti, storie e leggende: la microstoria di comunità escluse dalla storia ufficiale, dotate di un’identità forte spazzata via dai flussi migratori e dalle esigenze della modernità.

E’ un bisogno morale quello di salvare il passato dal rischio dell’oblio. Quelle che chiamiamo tradizioni un tempo erano una quotidiana pratica di vita, mentre oggi sembrano sopravvivenze di culture ormai al tramonto. Era l’intero anno ad essere scandito da riti che oggi si fa fatica a mantenere e a capire, spesso sostituiti da un consumismo incapace di aggregare e creare solidarietà o comunità intorno a valori condivisi.

E’ comprensibile, perciò, che la velocità dei cambiamenti provochi una riflessione delle piccole comunità sulla propria identità e la propria storia, non per rimanere ancorati al passato, ma per poter dare al futuro l’impronta della continuità, superando così il senso di smarrimento provocato da una modernità ch’è incapace di creare aggregazione sociale, mentre rende tutti anonimi e apparentemente uguali.

Il senso comune considera la memoria e la storia come sinonimi, ma in realtà non è così, anzi queste due dimensioni si trovano spesso in conflitto tra loro, poiché la memoria tende ad unire il presente e il passato, mentre la storia ne stabilisce la separazione; “si potrebbe dire in un certo senso – con Anna Rossi Doria – che la memoria rifiuta la morte e la storia la accetta”.

E tuttavia i fili comuni sono tanti, tra questi l’identità e la responsabilità. Rischi di un cattivo uso o di un abuso della memoria sono sempre in agguato, a cominciare dalla sua trasformazione in vuota commemorazione, fino alla fuga dall’impegno nel presente, fino al localismo come degenerazione delle culture locali, come forma di provincialismo esasperato, che trova espressione nel leghismo, ma anche nell’invenzione di tradizioni nuove senza nessun fondamento e nessun legame reale con il passato.

Friedrich George Friedmann, filosofo ebreo tedesco amante del Sud, considerava la miseria del mondo contadino non tanto come “povertà materiale”, ma come una filosofia con cui la gente del Mezzogiorno interpretava la sua stessa povertà. Miseria e dignità: era come se questi due elementi fossero indissolubili. C’era un rispetto molto semplice e naturale verso tutto quello che semplicemente esisteva ed era sempre esistito. La cultura contadina era una cultura arcaica caratterizzata da un legame intimo con la dignità umana. Il fatalismo ne era un altro aspetto, negativo – se vogliamo – in quanto impediva qualsiasi tentativo di cambiare il mondo per migliorarlo, anche perché il mondo veniva accettato come un cosmo ben ordinato, un ordine assoluto e immodificabile.

Bisogna immaginare quanta disperazione dovette essere necessaria per spingere gente con una mentalità così poco dinamica ad emigrare o ad occupare le terre. Il mondo contadino era un mondo statico, non dinamico: non c’era l’abitudine al cambiamento, all’adattamento. Era inevitabile che la modernità e il progresso economico, l’emigrazione soprattutto, disgregassero quel mondo portando via tanto la miseria quanto la dignità.

I cambiamenti avvenuti sono fondamentali: dal modo di lavorare la terra, sempre più legato alla tecnica e alla chimica, al significato, al valore simbolico dei riti. La processione del Corpus Domini – per esempio – si svolgeva a Sant’Andrea lungo un arco di tre giorni e di ogni giornata era protagonista un rappresentante di una classe sociale particolare: un galantuomo, un mastro, uno zappatore. Nessuno avrebbe pensato, cinquanta, cento anni fa, che la mobilità sociale fosse possibile e che fossero possibili addirittura ascese veloci, senza tanto sacrificio. Al contrario, il rito sanciva la dignità di ciascuna classe, armonizzava i conflitti sociali riconoscendo l’identità e il ruolo di ognuno.

C’è una bellissima poesia di Rocco Scotellaro, sindaco socialista di Tricarico, intitolata “Passaggio alla città”, la quale dice:

Ho perduto la schiavitù contadina,

non mi farò più un bicchiere contento:

ho perduto la mia libertà.

La “schiavitù contadina” e la “libertà perduta” rappresentano la contrad-dizione forte dell’emigrante che sceglie l’abbandono del paese, dove si è schiavi non solo per la miseria, la povertà materiale, ma anche perché l’insieme di valori rigidi e severamente formalizzati rendeva davvero impossibile vivere liberamente, scegliendo giorno per giorno una vita libera, indipendente dalle tante convenzioni e regole che rendevano quel mondo stabile ma anche soffocante. E tuttavia, la libertà ha sapore amaro quando diventa esilio e cancella soprattutto la possibilità di essere felici nelle piccole cose.

In questi ultimi anni si è rafforzata la riflessione sul significato delle tradizioni, (sicché) si susseguono i tentativi di rimettere insieme frammenti di memoria quasi per evitare di smarrirla, per tramandare alle giovani generazioni il senso della differenza tra l’oggi freddo e impersonale e il modo di ieri, caratterizzato sì da miseria e povertà, ma anche dal senso di appartenenza, dall’esistenza di una comunità e di una piccola patria con cui ci si poteva identificare. Quello che oggi è venuto meno è proprio questo: il senso di identità, l’appartenenza ai luoghi e alle genti, il senso del tempo condiviso.

Le tradizioni non esistevano per caso: esse avevano un compito preciso, rappresentavano una necessità. Senza di esse la vita perdeva significato, si svuotava di senso. La festa del Santo Patrono, il Corpus Domini, la Pasqua, il bacio del Bambinello: erano momenti di coesione della comunità, momenti in cui ci si percepiva come parte di un tutto, in cui ogni cosa aveva il suo posto ordinato ed ogni persona, ogni classe sociale, ogni mestiere, ogni casa diventava indispensabile a tutti gli altri. Le tradizioni stabilivano un legame nel tempo e nello spazio e questo legame continua ad essere avvertito in maniera forte ancora oggi, anche da chi è andato via da decenni e vive magari in un altro continente.

La memoria è anche “il nucleo che organizza la conoscenza che abbiamo di noi stessi e della nostra vita”. I ricordi possiedono una profonda dimensione sociale, che si esprime nei rapporti interpersonali, in quelli tra il gruppo e il singolo individuo, tra la persona e il suo ambiente sociale complessivo. La trasmissione del proprio patrimonio di conoscenza e di esperienza deve necessariamente portare ad una riflessione su cosa vogliamo fare noi oggi delle nostre tradizioni e del nostro passato, su come possiamo, anche grazie ad esse, costruire il nostro futuro, uscendo dalla subordinazione culturale nei confronti di una sottocultura consumistica che importiamo spesso senza accorgercene attraverso il trash dei mass media. Oggi, tuttavia, il rischio non è più quello di distruggere architetture e reperti, com’è accaduto a Sant’Andrea nel 1966 con la bellissima Chiesa Matrice, ma piuttosto quello di costruire nuovi mostri.

Bisogna, dunque, conciliare il rispetto e la tutela del passato con una prospettiva di sviluppo futuro, che abbia, però, a cuore la tutela della natura, dell’ambiente, del pianeta e non si limiti a cementificare, facendo immaginare prospettive di finto sviluppo nella costruzioni di inutili cattedrali.

(27-11-2004)

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