Schiaffo di Tunisi e schiaffo di Tripoli

Benedetto Cairoli

 Insegna il Vico che la storia si ripete. Attenti, non è la banalità che certi avvenimenti si somigliano vagamente (e, con buona pace del Machiavelli, non sono mai uguali!), è che la storia procede attraverso “le modificazioni della mente umana”. Alla luce di tale insegnamento, vi comunico che la “mente” del governo di Gentiloni è identica a quella del governo di Cairoli. Chi era, costui? Uno che fu presidente del consiglio del Regno d’Italia dal 1879 all’81, uno qualsiasi dei tanti di quell’italietta postunitaria messa assieme avventurosamente da Cavour; ma Cavour era morto già il 6 maggio 1861, e i suoi successori erano dei miti burocrati del tutto impari al compito. 

 Sotto Cairoli, l’Italia buscò lo “schiaffo di Tunisi”. Presto detto. Tunisi era, ma ormai solo nominalmente, uno Stato vassallo della Turchia, retto da un bey; da molto tempo era meta di emigrazione italiana qualificata, che gestiva commerci e aveva creato una importante comunità anche culturale e politica. Il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie, dopo una spedizione navale intimidatoria del 1832, avevano stretto trattati favorevoli all’Italia. Il Regno unitario li aveva confermati e rafforzati. Insomma, e per queste ragioni e per la vicinanza geografica, tutti ritenevano che la Tunisia fosse in quella che allora si chiamava “sfera d’influenza” italiana. Cominciava il colonialismo, e già dal 1830 la Francia aveva iniziato l’occupazione dell’Algeria; mentre la Gran Bretagna controllava di fatto l’Egitto. Tutta la diplomazia europea riteneva che l’Italia, in un modo o nell’altro, dovesse prendersi la Tunisia. Ma l’Italia se la stava a pensare, tra liti di partiti, ideologie pacifiste, opinioni di pinchipalli, e l’eterna arte del rinvio.

 Una bella mattina, la Francia inviò in Tunisia dall’Algeria le sue truppe, e il 12 maggio 1881 impose al bey il protettorato, due anni dopo trasformato in dominio diretto, e tanti saluti all’Italia: “schiaffo di Tunisi”. L’inetto Cairoli si dimise, e l’Italia, più o meno volentieri, dovette entrare nella  Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, la cui ragion d’essere era una sempre possibile guerra alla Francia.

 Detto per inciso, tale situazione, che nei decenni seguenti fu di continuo contrasto, causò gravi conseguenze all’economia del Meridione d’Italia, che da secoli vendeva in Francia prodotti agricoli, e in particolare uve e mosti.

 Siccome l’Italia produce sempre il suo Cairoli di turno, vedete che fa, nel 2017, Macron? Macron riunisce i due contendenti in Libia, e lavora per metterli d’accordo e creare almeno un esercito libico unico. Se ci riesce, farà controllare le coste contro scafisti e ONG anarcoidi, e risolverà il problema. Macron, mica Gentiloni. E vedrete che ci riesce, Macron, che, come è palese, se ne frega delle ideologie: ha vinto le elezioni promettendo frontiere aperte, e oggi caccia i clandestini a randellate.

 Se ci riesce, ovvio che sarà lui, e non Gentiloni, che eserciterà “influenza” sulla Libia, sul suo petrolio e su tutto il resto. E l’Italia? L’Italia di Gentiloni, Alfano, Renzi, Mattarella, Grasso, Boldrini eccetera farà come quella di Cairoli: si prenderà lo “schiaffo di Tripoli”, e ringrazierà pure.

 Ha ragione, il Vico: nella “mente umana” c’è sempre la stessa italietta del 1881.

Ulderico Nisticò