Tracollo demografico

Le cifre sono desolanti, ma basta un’occhiata: l’Italia si svuota di bambini, ragazzi e giovani, e invecchia. Dal 2013, persino nel Meridione il numero dei morti supera quello dei nati, e non perché si muoia di più, tutt’altro, perché non si fanno figli.

Siamo un’altra volta alla “vastatio Italiae” lamentata dai Romani, quando si accorsero che l’Impero, civilissimo e in pacifico, si spopolava, e capirono subito che si spopolava proprio perché pacifico e civilissimo, giacché dilagavano tutti gli effetti e tutti i vizi dell’urbanesimo, benissimo descritti dalla letteratura latina: leggete Giovenale, Marziale…
Ci sono motivi oggettivi: l’Italia, dopo anni di tecnocrati alla Monti e Prodi e di austerità alla Fornero, conta cinque milioni di poveri assoluti e nove relativi, totale quattordici che tutto possono pensare tranne che fare figli.

I giovani arrivano a un lavoro, se ci arrivano, non prima dei 35 anni, e nemmeno tanto stabile.
Scarsissimi sono i servizi sociali che dovrebbero aiutare una coppia feconda. Non ci sono più i nonni, spesso assurdamente fornerizzati!
E sto parlando della parte sana della Nazione; figuratevi che succede in quella pervasa da edonismo infantile spacciato dai liberali per “emancipazione” e “autorealizzazione”, e persino da certa cultura pseudocattolica per “promozione umana”, cioè svaghi e lussi e vizietti vari. Questa plebe (in alto e in basso, direbbe Nietzsche) non fa figli perché se ne ha non può andare a divertirsi.

Premesso, senza il benché minimo dubbio, che a chi scrive non passa manco per i capelli di pensare a sostituire gli Italiani con masse di sconosciuti e clandestini, pare che anche gli stranieri siano in calo di fecondità.
Occorre una politica, e non la solita botta estemporanea di assistenzialismo generico, ma una politica seria e di lunghissimo respiro, che miri a fornire i dovuti servizi; e i servizi, a loro volta, sono lavoro.

Il lavoro, alla fine, non è solo essere presidente di un Ente o giudice di Cassazione: è lavoro, e nobilissimo, anche accudire ai bambini altrui.
Siamo così arrivati alla necessità di un mutamento radicale di mentalità. La mentalità non si cambia con i predicozzi, ma con il solo strumento che funzioni davvero: la letteratura e lo spettacolo. È ora di finirla con l’esaltazione della depressione, della malattia, dell’eudemonismo piccolissimo borghese: i depressi, infatti, non fanno figli; già, essendo depressi, è assai se campano nell’immediato, figuratevi se sognano l’avvenire. E invece, per fare figli, bisogna essere ben certi di questo principio virgiliano: “carpent tua poma nepotes”, ovvero, gli alberi che oggi pianti, ne mangeranno i tuoi frutti i discendenti, e te ne saranno grati, e tu vivrai nella loro memoria.

Il piagnone da film superpremiato e non visto da nessuno, non solo non spera che i nipoti mangino i frutti, ma non ne mangia manco lui: uno degli effetti della depressione, infatti, è l’inappetenza. E quando dico inappetenza, lo dico in tutti, e dico tutti i sensi!!!

Ulderico Nisticò

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