Umanità e natura, o spigolature sulle catastrofi

 Due notizie di segno molto diverso: il Messico, una terra povera, è stato colpito da un devastante sisma; ma quelle che sono tra le terre più ricche ed evolute, gli Stati Uniti del Sud, stanno per subire un immane tempesta, che intanto ha devastato le misere isole caraibiche: come si vede, indifferente alle umane condizioni economiche e politiche, la natura si abbatte su poveri e su ricchi, e la morte bussa, dice Orazio, alle casupole dei poveracci e alle regie dei re. Tali evidenze, cioè che la natura non segue alcun criterio antropico, hanno suscitato, nei secoli, una vera filosofia delle catastrofi, e la sensazione che la storia dell’uomo sia esposta all’imponderabile di fenomeni in gran parte imprevedibili e inevitabili. 

 Vero che, da sempre, gli uomini sperano o s’illudono di poter fare qualcosa contro la natura, sia facendo appello alla religione, sia alla scienza e al controllo del clima; ma se il progreditissimo e organizzatissimo Giappone subisce sismi di estrema violenza, tutto quello che l’uomo può fare è costruire edifici antisismici e predisporre efficaci evacuazioni e soccorsi, ma non può impedire, e nemmeno prevedere il disastro.

 L’uomo però convive con i suoi mali con la giusta dose di incoscienza: altrimenti dovrebbe abbandonare la Florida come il Vesuvio, le Ande come l’India… Convive con tornadi e terremoti e alluvioni, come convive con la guerra e la violenza e la corruzione e la criminalità, e tutte le storture della società umana. I plutocratici USA si adoperano molto per ridurre i danni, ma non possono fare altro; e non vorrebbero certo abbandonare la Florida e il Texas.

 Nella cultura occidentale, il disastro per eccellenza è quello del 79 d.C., l’eruzione che seppellì Pompei, Ercolano, Stabia… Era nota dalle fonti classiche, in particolare dalla lettera di Plinio il Giovane sulla morte dello zio, che, autore della monumentale “Naturalis historia”, era il comandante della flotta di Miseno, una potentissima e inutile squadra navale senza nemici. Plinio il Vecchio la condusse a portare soccorsi, poi volle studiare il fenomeno, e morì soffocato.

 Alla metà del XVIII secolo, i governi di Carlo [III] e Ferdinando IV diedero impulso all’archeologia, e le rovine vennero scoperte e valorizzate, attirando visitatori da tutta Europa. Dalle scoperte ebbe inizio tutto il neoclassicismo delle mode, delle costruzioni, degli abiti, che durò fino a Napoleone, e nei Paesi anglosassoni fino al Novecento.

 Ma suscitò anche una profonda riflessione sul destino umano: nel momento più tranquillo della storia antica e uno dei più prosperi e sicuri di tutti i tempi, l’Impero Romano, delle città benestanti e, come traspare, allegrotte diciamo così, e la cui unica preoccupazione era il tifo contro i rivali di Nola (lo stadio di Pompei era stato chiuso dieci anni per scontri: altro che daspo!), vengono in modo del tutto inatteso ridotte a morte e sepoltura sotto i lapilli. Si scrissero romanzi e riflessioni filosofiche; e il Leopardi s’ispirò per la complessa e tragica Ginestra, poi dai critici “militanti” ridicolmente spacciata per “socialismo”: “Sepolte in queste rive son delle umane genti le magnifiche sorti e progressive”. Vero però che, con buona pace di Giacomo e dei pessimisti in genere, la gente tornò a vivere sotto il Vesuvio, e ci vive tuttora, e produce ottimi vini proprio per effetto della lava.

 Le catastrofi naturali hanno profondamente segnato la storia della Calabria. Secondo alcuni antichi, il nome di Rheghion si collega al verbo rhegnymi, rompere, e sarebbe memoria di un’immane catastrofe, tale da creare lo stesso Stretto; sappiamo di eventi drammatici, tra cui il crollo di Leucopetra della medesima Reggio, e un sisma a Scolacio nel IV secolo…

 Dalla fine del XVI secolo, la Calabria fu soggetta a una continua e violenta attività sismica, che ripetutamente devastò natura e centri abitati ed edifici sacri e militari, tanto da lasciare poco delle tracce del passato. Quanto accadde nel 1783 è al di sopra di ogni parola.

 Degna di storia è però la tenacia e la perizia con cui i Calabresi affrontarono i pericoli e i danni. I paesi furono sempre ricostruiti, e sempre si tornò ad abitarli. Poiché le scosse erano continue anche se non tutte catastrofiche, s’istituì il sistema delle baracche di legno poste in periferia e organizzate in modo da fornire riparo. Resta in molti luoghi – nome interpretato malissimo dai soliti piagnoni intellettuali calabri ben retribuiti per lacrimare – il Rione Baracche.

 Interessante è la tecnica antisismica, che potete vedere in ognuno dei nostri antichi borghi. Ne diamo qui degli esempi soveratesi. Notate, nella foto, la distribuzione tra pietre e “strachi” (ostraka, cocci) o mattoni: ciò serviva a rendere elastica la costruzione, offrendo meno resistenza alle scosse. Si usò anche il metodo della casa baraccata, cioè l’uso del legno, o anche delle canne, come struttura portante.

 In tempi più recenti, dopo i terremoti si posero in opera le chiavarde di ferro, che pure vedete. Risalgono probabilmente al grande sisma del 1905, che fu meno apocalittico di quello, concentrato in una sola area, del 1908, ma causò danni in un territorio più esteso. Il 1908, con azione di terremoto e maremoto, rase al suolo Messina e Reggio. Due note linguistiche. Si dice ancora “si ficiaru com’i santi e Riggiu”, a indicare la devastazione persino delle chiese. E i giornalisti à la page dicono che ci fu uno tsunami, che fa tanto isole del Pacifico e pare più turistico; e invece fu maremoto, cioè un sisma con epicentro in mare; lo tsunami è tutt’altro fenomeno naturale.

 Dal XVIII secolo, le ricostruzioni seguono due distinte linee: o nella stessa area, come avvenne per Reggio e Messina; o, spesso, trasferendo gli abitati: accadde, come principio politico e urbanistico, dopo il 1783, e un effetto ce l’abbiamo sotto gli occhi, Soverato “Vecchio”.

 Diremo altra volta delle conseguenze politiche e sociali dei terremoti calabresi.

Ulderico Nisticò