UNICAL penultima!

  L’Università della Calabria, detta UNICAL, scende a penultima tra tutte le consorelle italiane. Oggi qualcuno tira fuori giustificazioni, spiegazioni, toppe, congiure contro il Sud… e francamente poco m’interessano i conti della serva, se l’UNICAL è la sessantesima o la cinquantanovesima… se sta meglio di questa o di quella… Andiamo al succo: l’UNICAL è molto in basso. Anche Reggio e Catanzaro non stanno bene, ma a me interessa Cosenza.

 Come mai? Che io non mi curo di medicina o di architettura o di giurisprudenza, che si trovano a Catanzaro e Reggio; però qualcosa mi picco di lettere e storia, che invece si trovano a Cosenza, UNICAL; e parlo di quello che so.

 E non mi curo se la Facoltà di lettere sia capace o meno di insegnare il più che perfetto congiuntivo latino, e quello greco che congiuntivo non ne ha: qualsiasi mediocre professore ginnasiale può farlo, munito di una grammatica. Ho le mie riserve, giustificate da numerosi casi di ragazzi venuti a lezioni da me, e di cui ho costatato la non eccelsa preparazione anche di grammatichetta; preparazione, non pretendo cultura! Ma non è nemmeno questo che m’interessa.

 Penso all’assenza quasi totale dei docenti di lettere e storia da qualsiasi cosa che sia qualsiasi cosa di studio e valorizzazione della cultura calabrese, a cominciare da ricorrenze quali, per dire solo il 2016, san Francesco di Paola o la proclamazione del Regno delle Due Sicilie; e figuratevi l’arrivo dei Normanni.

 Un paio di docenti sono autori di libri scientifici e seri, quindi di limitato circuito ma rispettabili; altri hanno intrapreso la scivolosa strada del successo popolare ed editoriale, quando non moda, e persino successo politico: e perciò scivolano, scivolano. I più sono illustri anonimi; né posso dimenticare quel figuro che, qualificatosi assistente di storia in un dibattito con me sul risorgimento a Cosenza, affermò che “nel 1860 avvenne la fine del vicereame spagnolo”, invece del 1708 come sanno anche i miei cani e lui no!

 A parte le date e i fatti ignorati, per tutto il resto l’UNICAL lettere e storia è come se non ci fosse, nel panorama culturale e sociale calabrese. Un esempio buffo: dei prof. hanno trattato il caso Alarico come se il re dei Goti fosse un consigliere comunale pro o contro il sindaco Occhiuto, oppure un salvadanaio di soldi (“trenta tonnellate d’oro”, e giù sogni di spartizione!), strafregandosene  di Iordanes, Galla Placidia, Stilicone, e figuratevi di Ataulfo chi era costui.

 La sola e unica cosetta di cui si sente parlare è, udite udite, un corso di laurea di, udite udite, Pedagogia della R-Esistenza. Giuro che si chiama così, sebbene io non riesca a immaginare che cavolo s’insegni, con quali libri, con quali esami, e a che serva un’eventuale laurea in tale corso; a parte andare in giro a far visita ad altri luoghi curiosi come la sedicente “università” “antimafia” di Limbadi. Insomma, un corso di laurea in gite scolastiche e fiaccolate?

 R-Esistenza sì, storia e letteratura no. Servirebbe una riflessione, se la cultura calabrese di regime (il 95%) non si desse a piagnistei (e f. dicono a Napoli) generici; sogni di Gioia Tauro ricca quando tra poco chiude; litania dell’emigrazione; Murat fucilato però non si sa bene perché; Bizantini, tutti monaci, seicento anni di monaci… Poeti e scrittori calabresi? Se non sono depressi e malati e tristi, non li vogliamo. 

 Vale per tutt’e tre le università, che paiono poco più che un diplomificio, con qualche eccezione di coraggiosi ricercatori. Comunque, restano assenti dalla vita sociale della Calabria, a parte qualche rituale antimafia di facciata: mai un parere, mai una critica, mai un consiglio; e non dico politico, nemmeno tecnico. Lasciatemi fare un esempio che è passato per le mie mani, ed è Antonio Viscomi della Magna Graecia, che, dilettante della politica, ha impiegato tre mesi ad assimilare il peggiore vizio dei politicanti calabresi professionali: l’arte del rinvio a babbo morto; e fa politica culturale zero.

 Il resto, a quanto sento stamani dai rettori, sono delle arrampicate sui muri lisci per salvare la faccia.

Ulderico Nisticò