Venezuela e nostro Meridione

Non credo che qualcuno ci capisca qualcosa, analiticamente, della situazione del Venezuela; una cosa è evidente, ed è che il Paese galleggia su mari petrolio e muore di fame. La ragione è quasi banale: manca ogni sana economia di là dall’esportazione bruta della materia prima, e importazione di pochi soldi e moltissime merci. Già, se un litro di petrolio varrebbe 100 e viene venduto a 30, e intanto i Venezuelani devono comprare le cose che varrebbero 30 e invece le paga 120, ovvio che mancano 20. Secondo me, assai di più, diciamo 20.
Come succede? Che il Venezuela non produce nulla; e non c’è dunque la sana economia, la quale è quella che genera indotto, quindi lavoro, quindi oggettivo benessere, che a sua volta crea indotto e lavoro. Niente di tutto questo, in Venezuela, ma solo bruta esportazione di petrolio. Manca dunque in Venezuela ogni classe politica seria e capace di guidare il Paese.

Il Meridione d’Italia, che, a dire il vero non ha molte risorse e tanto meno petrolio, potrebbe fare affidamento sul turismo, e invece lo tratta come il petrolio bruto del Venezuela; il guadagno è molto inferiore alle potenzialità, e non genera molto indotto, quindi non stimola molto l’economia reale. Come il Venezuela aspetta qualcuno che compri il petrolio, così il Meridione d’Italia aspetta i turisti, e fa poco e niente per trasformare l’attesa in organizzazione. Manca dunque anche nel Meridione ogni classe politica seria e capace di guidare le cose; e non suppliscono gli operatori privati.

Il Venezuela, nel suo vendere il petrolio a chi passa, è rimasto all’Ottocento; il Meridione d’Italia è rimasto agli albori del turismo di massa, e obbedisce a questa obsoleta ideologia: i bagni di mare durante le ferie d’agosto, quella delle canzonette anni 1960. È un’idea profondamente sbagliata e superata.
Turismo è qualsiasi motivo per cui delle persone si spostano durante periodi liberi dal lavoro. Inizio con un’informazione che farà inorridire tutti i devoti a Pinne, fucile e occhiali (1962): ci sono quelli che trascorrono le ferie in convento, e, pensate un po’, non si divertono! ci sono quelli che vogliono visitare musei, e borghi antichi, e biblioteche; ci sono quelli che amano la montagna come riposo, e quelli che amano la montagna come avventura; ci sono quelli che fanno le terme; ci sono quelli cui piacciono i cantanti leggeri e quelli che vogliono ascoltare lirica e musica classica; ci sono quelli che assistono volentieri a spettacoli teatrali di qualità; ci sono quelli che gradirebbero molto cucina locale vera; eccetera; e poi ci sono quelli che amano il mare, però mica solo bagnarsi, e gradirebbero qualche sport, qualche gita…
Il Meridione d’Italia, grosso modo e con poche eccezioni, conosce solo il modello Vitelloni, già deriso con malinconia nel 1953 da Fellini: io avevo tre anni. Secondo l’idea comune e irriflessa, il turista vuole solo spiaggia, mare, passeggiata e, una sera, ballare al suono demenziale di Mi sono innamorato di Marina (1959). Una classe dirigente seria dovrebbe iniziare la sua opera così: spiegando che dal 1953 a oggi sono passati undici lustri, e le mode sono cambiate, e cambieranno ancora.
Soverato mostra, in qualche occasione di luglio, un apprezzabile flusso di forestieri, in grandissima parte dei paesi vicini e che dormono a casa loro; attorno a Ferragosto, il flusso è cospicuo, e si aggiungono le residenze tra legali e abusive. Secondo la teoria del bicchiere mezzo pieno, qualcuno può essere anche soddisfatto e guadagnarci sopra; ma è pieno solo un terzo, e ne mancano altri due. La mitica destagionalizzazione esiste solo nelle proclamazioni di operatori e politici; e non si pratica nessuna forma alternativa a Sapore di sale (1963).
Sarei anche curioso di sapere, con i numeri, quanto lavoro e quanto indotto ingeneri il turismo; con i numeri, non con le statistiche a occhio tipo Quanta gente sul Lungomare.
Siccome ognuno è responsabile di se stesso, e c’è sempre lo scemo del villaggio con battute stupide, ora vi spiego cosa faccio io per non morire io e non far morire gli altri di noia da Granello di sabbia (1961). A giorno 11, dunque.

Ulderico Nisticò