Viva santa Barbara

“Sant’Andrìa porta la nova; a li quattru, Varvara; a lu sia, Nicola; all’ottu, Maria; a li tridici, Lucia; lu vinticincu, lu Veru Misìa”: così recita, in versione soveratana, l’antica filastrocca dell’Avvento.

Dal 13, poi, iniziano i “Catamisi”, una curiosa parola messo latina (mensis) e mezzo greca (catà): premesi, il cui andamento consente di prognosticare la meteorologia dei dodici mesi dell’anno. Si chiamano anche “i Calendi”, dal latino “Kalendae”, letteralmente il primo giorno di ogni mese romano.

Santa Barbara è patrona di Davoli, assieme a san Vittore, e di Amaroni; e venerata in vari altri luoghi. Qui urge una notazione linguistica. Il nome deriva dall’aggettivo greco “bàrbaros”, il cui femminile è “barbàra”; e mentre comunemente la santa è chiamata alla latina Bàrbara, e nel dialetto “Vàrvara”, nel Vibonese è “Varvàra”. Il fenomeno linguistico è specchio della storia, con la conservazione o meno di una pronunzia greco classica. È lo stesso motivo per cui convivono Spìlinga e Pilìnga.

Martire del III-IV secolo, secondo la tradizione, Barbara è patrona di tutto ciò che esplode e di chi opera con gli esplosivi: Artificieri, Artiglieri, Genieri, Marina Militare, Minatori, Vigili del Fuoco; e la onorano anche gli Architetti).
Artigliere quale fui, è anche mia patrona.

Ulderico Nisticò

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