10 febbraio, Passione adriatica

Dal XV secolo al 1797, l’Istria e la Dalmazia appartenevano a Venezia. Le città costiere avevano parlato il dalmata, una lingua neolatina; poi usavano il veneto e l’italiano; le campagne erano, detto in generale, slave, ma le popolazioni fornivano alla Serenissima valorosi soldati, detti gli Schiavoni.

Crollata repentinamente la Repubblica, Istria e Dalmazia passarono all’Austria, poi alla Francia, poi di nuovo all’Austria. Nel 1866 l’Italia riuscì a perdere per terra e per mare una guerra affrontata con forze nettamente superiori, e per volontà di Prussia e Francia si dovette contentare del Veneto, senza la Dalmazia.

L’anno dopo, la crisi con l’Ungheria portò alla complicata organizzazione dell’Impero Austro-ungarico. I due Stati, in unione personale e associati, avevano una diversa politica nei confronti degli Slavi: dura quella dell’Ungheria, accomodante quella dell’Austria. Questa favorì la slavizzazione delle città dalmate, in cui andò rapidamente scemando il carattere italiano.

Nel 1915, l’Italia, spinta dagli interventisti, decise la guerra, ma firmò un atto politicamente dissennato, il Patto di Londra. Questo, mentre esponeva l’Italia al disastro in caso di sconfitta, poneva dei precisi limiti… alla vittoria! Una vera follia.

Ancora peggio, Francia e Gran Bretagna condussero una politica militare e diplomatica nei Balcani, senza neppure coinvolgere l’Italia; e promisero agli Slavi uno Stato del Sud (Iugoslavia).

Nel 1918, tuttavia, l’Italia occupò Venezia Giulia, Istria e Dalmazia; divampò la questione di Fiume, cui qui solo accenniamo in gloria di d’Annunzio. Nel 1920, Giolitti cedette la Dalmazia alla Iugoslavia, tenendo solo Zara. Nel 1924, invertendo la politica giolittiana, Mussolini annesse all’Italia Fiume. I sostanziali buoni rapporti seguenti con la Iugoslavia furono comunque una sconfitta politica per la Francia, che avrebbe visto di buon occhio un nemico orientale per l’Italia, Belgrado al posto di Vienna.

Retta di fatto dal 1930 dalla dittatura della monarchia, la Iugoslavia stava dalla parte dell’Asse; nel 1941 diede sospetto di rapporti con Londra, e venne invasa da Germania e Italia. Questa si annesse Lubiana e gran parte della Dalmazia; in Croazia venne eletto re un Savoia, che però non vi mise mai piede. Nella anche allora ex Iugoslavia si scatenò una confusa e orrenda guerra di tutti contro tutti: oltre alle truppe tedesche e italiane, che non ebbero certo mano leggera, i fascisti croati, i monarchici serbi, i musulmani bosniaci filotedeschi, i comunisti di Tito, che infine vinsero, e imposero la dittatura di una forma particolare di comunismo nemico dell’URSS e aperto all’Occidente.

I titini, per ragioni etniche prima che ideologiche, espulsero gli Italiani, e moltissimi vennero assassinati nelle orrende foibe. L’Italia di De Gasperi firmava senza battere ciglio il Trattato di pace che, rispetto al 1941, cedeva Zara, Fiume, Istria, Venezia Giulia; Trieste veniva costituita in un’assurda Città libera, di fatto occupata da truppe inglesi; e la Zona B, da truppe slave. Molti ripararono in Italia, senza trovare nemmeno dignitosa accoglienza. Ricordiamo, tra i più noti, lo stilista Missoni, la valente attrice Alida Valli, il pugile Benvenuti…

L’Italia avrebbe dovuto subire, e così riservarsi ogni ipotesi per avvenire, e non firmare: e lo proposero persino Benedetto Croce e Vittorio E. Orlando, che, a proposito di De Gasperi, parlò di “libidine di servilismo”. Fu un sussulto di orgoglio che, nel 1954, l’Italia ottenne il ritorno di Trieste alla Patria. E qui ricordiamo, tra molti, il catanzarese Francesco Paglia, ucciso dalla polizia inglese.

Per lunghi anni, ci fu tensione tra Italia e Iugoslavia, e si narrò persino di atti di guerra poi nemmeno passati alla cronaca. Ancora nel 1974 si temettero difficoltà, e, nel mio piccolo, ciò mi comportò due mesi in più di militare. Si firmò poi il Trattato di Osimo, che cedeva alla Iugoslavia la Zona B. Fu da allora che, con libertà ad est, l’Italia poté iniziare le spedizioni “di pace” che le stanno dando un certo prestigio anche militare.

Purtroppo, tra queste spedizioni, ci fu quella contro la Serbia, una guerra di cui nessuno ha capito se non interessi oscuri, e che vide in uso “uranio impoverito”, cioè armi atomiche americane. Ah, per la cronaca, presidente del Consiglio era D’Alema; nel suo governo c‘era il ministro Mattarella.

La Iugoslavia, infatti, nel 1991 crollava da sé. L’Italia si sbracò a riconoscere Slovenia e Croazia, quando invece avrebbe dovuto denunziare Osimo come Trattato stipulato con Stato non più esistente, e pretendere, almeno, Capodistria e la Zona B.

Credo che ormai sia tardi. Un’Italia seria, senza più badare a confini, dovrebbe esercitare una forte influenza su quel che rimane della per la seconda volta dissolta Iugoslavia, come sull’Albania. Ma ci vorrebbe quello che l’Italia non ha e non c’è speranza che abbia: una politica estera.
Onore agli Italiani che, per mano dei titini, pagarono con la vita il loro amore della Patria italiana.

Ulderico Nisticò