16 Marzo 1978: ricordi di una strage

Sono passati 40 anni da quando l’Onorevole Aldo Moro fu rapito e la sua scorta trucidata. Le immagini dei corpi esanimi sulla strada, straziati da centinaia di proiettili, del maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, dell’appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci, del vicebrigadiere della Polizia Francesco Zizzi e degli agenti di Polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, sono rimaste indelebili nella memoria degli italiani che seguirono gli speciali dei telegiornali di quel triste 16 marzo 1978.

Da quel giorno, nel medesimo istante in cui il commando delle Brigate Rosse bloccò la Fiat 130 del Presidente Moro, in via Fani a Roma, nella maggioranza degli italiani si radicò la consapevolezza che si era oltrepassata una linea pericolosa per la convivenza civile della nazione da parte di chi voleva imporre le proprie idee politiche con l’uso delle armi. Nei successivi 55 giorni, di tormento per la famiglia Moro e per l’Italia intera, incominciò a formarsi quello spirito di unità all’interno della Nazione che riuscì, negli anni successivi, a fermare la follia del terrorismo armato.

Non si può nascondere o minimizzare che in quegli anni si stava combattendo una guerra, per utilizzare un termine che oggi si usa molto, asimmetrica.

Una guerra che, da una parte, veniva subìta dai molti che, con maggiore o minore consapevolezza, cercavano di migliorare il quotidiano vivere portando avanti e svolgendo i propri doveri di genitori, figli, lavoratori dello Stato attraverso i valori della libertà e della democrazia – sicuramente non perfetta ma perfettibile. Dall’altra parte, la lotta di quei pochi che, in nome di ideologie esasperate, intendevano e pretendevano di imporre una società migliore con l’utilizzo delle armi e l’eliminazione fisica di quanti – carabinieri, poliziotti, magistrati, sindacalisti, giornalisti, professori – erano considerati servi dello Stato italiano e dello Stato Imperialista delle Multinazionali.

I cinquantacinque giorni del rapimento Moro e gli avvenimenti successivi del terrorismo di matrice politica, segnarono profondamente l’animo della maggior parte dei ragazzi nati negli anni ’60. Se l’Italia, negli anni successivi, non precipitò definitivamente nella spirale della violenza politica di quelle ideologie estreme, molto fu dovuto al fatto che l’unità delle forze migliori della società di quel periodo riuscì a far capire, proprio a quei giovani, che il consenso doveva essere costruito attraverso il rispetto delle idee degli avversari politici e non conquistato con la violenza fisica.

“Quel 16 marzo 1978”, avevo dodici anni e mi trovavo a Roma per festeggiare la laurea di mia sorella. La stessa Università in cui si sarebbe dovuto recare il Professore Aldo Moro per presiedere alle sedute di laurea dei suoi studenti. Fu mio fratello, allora soldato di leva a Roma, ad informarci del rapimento, al momento dei saluti in stazione, affrettandosi a rientrare in caserma alla Cecchignola.

Da quel momento cominciai a seguire la vicenda del rapimento Moro (aggiornato quotidianamente da mia madre, assai preoccupata per l’attività di mio fratello ai posti di blocco, nei pressi di Roma, con l’Esercito) chiedendo spiegazioni alla professoressa delle scuole medie di italiano, Maria Mungo, ma soprattutto incominciando a leggere i quotidiani e discutendone con gli amici.

Ho seguito quei 55 giorni di prigionia, che lacerarono un uomo ed un’ intera Nazione, tentando di capire i lunghi dibattiti politici sull’opportunità o meno di trattare per la liberazione dell’ostaggio, le pubblicazioni dei messaggi delle Brigate Rosse, le ricostruzioni di organi di polizia e magistratura; le operazioni del Generale Dalla Chiesa e dei suoi uomini. Ricordo il falso comunicato delle Brigate Rosse che indicava “il lago della Duchessa” come il luogo in cui poter trovare il corpo dell’Onorevole. Ed ancora ricordo la notizia di una seduta spiritica durante la quale uscì fuori la parola “Gradoli” (la via di Roma in cui veniva tenuto segregato Moro).

Ricordo i messaggi con cui l’Onorevole Moro attaccava una parte del suo partito, che in alcun modo volle intercedere per la sua liberazione, ma, soprattutto, ricordo le richieste di aiuto a tutti, da Papa Paolo VI al presidente dell’ONU. Ancora, ricordo che quei messaggi, a seconda dei punti di vista – che in quei momenti erano molti – per alcuni erano attendibili per altri no, perché scritti in situazioni di scarsa lucidità mentale dovute alle minacce di morte. Ricordo anche di un uomo politico italiano, cancellato dalla nostra memoria nazionale, Bettino Craxi, che, unico fuori dal coro, espresse chiaramente la necessità di mettere da parte la ragion di stato pur di salvare la vita di un uomo.

Il 9 maggio del 1978 l’Onorevole Moro fu assassinato ed il suo corpo ritrovato nella famosa Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, poco distante da piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana, e a poche centinaia di metri dalla sede del Partito Comunista Italiano in via delle Botteghe Oscure.

Nei mesi successivi all’assassinio dell’Onorevole Moro, lo Stato reagì in modo fermo e sistematico, riuscendo ad assestare i primi colpi al terrorismo armato.  Tra le operazioni quotidianamente portate avanti da magistratura e forze di polizia, una in particolare fu determinante per la disarticolazione di una parte strategica delle Brigate Rosse: l’irruzione degli uomini del Nucleo Speciale antiterrorismo, guidato dal generale Carlo Alberto Della Chiesa, nel covo di via Monte Nevoso a Milano. In quel covo, furono arrestati alcuni brigatisti fra i quali Lauro Azzolini e Nadia Mantovani, e furono rinvenuti, oltre a un archivio che si rivelò poi utilissimo per capire l’organizzazione terroristica, documenti e lettere dattiloscritte, alcune inedite, dell’Onorevole Moro. Tale documentazione, insieme a una seconda rinvenuta in quello stesso covo di via Monte Nevoso in un successivo sopralluogo di Polizia nel 1990, entrerà a far parte, in seguito, del “Memoriale di Moro”. Memoriale pubblicato successivamente da Miguel Gotor assieme al corpus delle lettere inviate da Moro durante quei 55 lunghi giorni di prigionia.

E’ leggendo quelle lettere che si può capire per intero non solo il dramma vissuto in quel periodo dal nostro Paese ma, soprattutto, la differenza abissale tra la fredda determinazione dei rivoluzionari armati, che aveva come unico  modo di agire per la creazione di una società perfetta quello di distruggere e annichilire la persona formatasi, secondo il loro pensare, nelle sovrastrutture malate della società capitalistica, e il pensiero di Aldo Moro. Nelle lettere scritte da Aldo Moro, si può trovare in pieno ciò che l’onorevole democristiano aveva portato avanti nella vita pubblica e privata, il senso del rispetto della persona che nasceva dai presupposti del concetto cristiano dell’amore. E questo modo di essere possiamo trovarlo in una dei suoi messaggi lasciati alla moglie, quando scrive: “Qualche volta penso alle scelte sbagliate, tante; alle scelte che altri non hanno meritato. Poi dico che tutto sarebbe stato eguale, perché è il destino che ci prende. Mentre lasciamo tutto resta l’amore, l’amore grande per te e per i nostri, fatto di tanta incredibile e impossibile felicità. Che di tutto resti qualche cosa”

E’ con questa ultima frase che mi piace ricordare Aldo Moro, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e tutte le vittime del terrorismo cadute non per imporre delle idee ma per difendere il rispetto della persona come valore alla base del vivere civile,  certo e consapevole che ancora oggi, nella coscienza degli italiani, di quel sacrificio rimane qualche cosa, nonostante tutto.  Onore a tutti loro.

Salvatore Scalise

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