21 aprile 2772, Natale di Roma, e la natura politica della romanità

Eneide, VI, 847-53

Excudent alii spirantia mollius aera
(credo equidem), vivos ducent de marmore vultus,
orabunt causas melius, caelique meatus
describent radio et surgentia sidera dicent:
tu regere imperio populos, Romane, memento
(hae tibi erunt artes), pacique imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos.

“Altri fonderanno bronzi mollemente spiranti (lo credo senza dubbio), trarranno dal marmo vivi volti, meglio pronunzieranno orazioni, e le voragini del cielo descriveranno con il raggio e prevedranno il sorgere delle stelle: tu, o romano, ricorda di reggere con l’impero i popoli, (queste saranno le tue arti), e imporre legge alla pace, perdonare a chi si sottomette, e debellare chi si oppone”.

Così, nell’Ade, canta Anchise al figlio Enea, profetizzando l’Impero di Roma, fondato sulla politica nel senso più nobile, ma anche sul più concreto realismo. L’Impero per cinque secoli assicurò la pace e la giustizia, e non astratte e fumose e di consolante retorica, ma possibili, ed effettivamente attuate; e con le leggi e la forza per farle rispettare da tutti, non tollerando opposizioni né di utopie né di astuzie. Quando cadrà l’Impero come Stato… ma ancora oggi siamo retti dalle leggi di Giustiniano.

Questo è il compito storico di Roma: gli altri coltivino pure le arti e la letteratura e la scienza, attività onorevoli e utili, che tuttavia per un genuino romano sono pur sempre otium.
Giustizia e pace per tutti, ma unicuique suum, a ciascuno secondo la sua condizione personale e nella comunità: equità, non uguaglianza.
Ecco di cosa avremmo bisogno. Ma, con quello che abbiamo, plebe in alto plebe in basso, sono solo sogni.

E chiudiamo con Orazio: “Fecondo Sole, che con il luminoso carro generi e nascondi il giorno, e sei sempre diverso e identico, possa tu non vedere mai nulla di più grande di Roma”.

Ulderico Nisticò

 

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