25 Novembre: anche la violenza psicologica uccide

E’ doverosa oggi, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, una riflessione sul tema. La ricorrenza, a livello mondiale testimonia la vastità e l’universalità del fenomeno perché la violenza sulle donne è violazione dei diritti umani. Ma ciò che mi preme evidenziare è che spesso quella che viene mostrata perché percepibile per i segni fisici che lascia, quella di cui si parla, quella che viene testimoniata nelle aule dei tribunali è sempre la violenza fisica.

Anche la data del 25 novembre dimostra l’assunto, essa è stata scelta in ricordo del brutale assassinio, avvenuto nel 1960, delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos. L’episodio cruento fu eclatante quando furono ritrovati i colpi visibilmente torturati e martoriati. Orribile! Ma esiste anche un altro tipo di violenza, una violenza muta, una violenza cieca, non percepibile all’esterno, una violenza che non lascia segni sui visi, sulle braccia, sulle gambe, sul corpo, ma che c’è.

Un livido sul corpo è un qualcosa di tangibile, un livido nell’anima no, lo abbiamo già sentito. Eppure la violenza psicologica, anche quando raramente e difficilmente dimostrata e riconosciuta se non accompagnata a fenomeni di violenza fisica, continua ad essere considerata una violenza di serie B. Questo perché non c’è trattato medico o psicologico che possa davvero illustrare con competenza ed esaustività il dolore dell’anima. La violenza psicologica è una forma subdola di maltrattamento, in quanto invisibile e silenziosa che a volte neanche le stesse donne riescono a percepire immediatamente, restando a lungo vittime inconsapevoli. Ed è per questo che rimane sottovalutata.

La violenza psicologica è la presenza costante di un’ostilità silenziosa, fatta di ricatti, di azzeramento della persona, di meschinità, di cattiverie, di sensi di colpa. E può essere vissuta dalle donne come più grave e dolorosa degli episodi di maltrattamento fisico. Perché è difficile da raccontare, perché è difficile da provare, perché si rischia di essere considerate esagerate o addirittura bugiarde. Eppure si tratta di una forma di stalking mascherato, che genera profonda sofferenza. Il partner che esercita violenza psicologica sulla compagna, tende a svalutarla in continuazione, le muove critiche e umiliazioni continue con comportamenti dispregiativi e denigratori, critiche avvilenti, rimproveri, ridicolizzazioni completamente gratuiti e infondati, che purtroppo, a lungo andare la donna percepisce come veritieri, iniziando a dubitare di se stessa e del suo valore.

E’ una tattica che tende a far sentire la vittima inadeguata e non altezza, così da essere ancora più legata e dipendente dall’uomo. E così la donna finisce per crederci, per isolarsi, per sentirsi davvero inadeguata alla vita. Per uscire da una situazione di violenza psicologica serve che la donna prenda consapevolezza della propria situazione ma serve soprattutto che sappia che qualcuno possa aiutarla, che qualcuno la ascolti e le creda anche se non può mostrare il segno del livido di un pugno ricevuto sul viso.

Marica Pirelli