A cinema con Dante

Nell’aprile del 2015 presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Soverato nell’ambito degli incontri culturali del venerdì promossi dalla Libera Università Popolare della Terza Età, tenevo una conferenza su Giosuè Carducci in cui proponevo una lettura cinematografica di due componimenti poetici carducciani attraverso gli strumenti di analisi tipici del cinema forniti dalla semiologia – codici non specifici suscettibili di apparire in altri linguaggi e codici specifici. Si trattava di San Martino (1883) e di Traversando la Maremma Toscana (1885).

Qualche anno prima, nel 2007, era stato pubblicato il libro di Francesco Tigani Sava che proponeva in modo più ampio e dettagliato una lettura cinematica della Divina Commedia dal titolo “Dante Alighieri scrive il Cinema”, Edizioni MAX, 2007.

L’Alighieri come il Carducci furono ovviamente tutto nella vita meno che registi e sceneggiatori di cinema. Se vivesse oggi Dante lo chiameremmo subito per scrivere una lunga serialità fantasy come è appunto la Divina Commedia. Nel libro di Tigani Sava, come nel mio intervento, non si trattava di dimostrare che le loro opere letterarie, come di tanti altri autori del resto, possano essere trasposte in film o in cortometraggi: questo avviene storicamente e regolarmente nel cinema, uno per tutti il film Il Gattopardo di Visconti tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E Dante è stato molte volte “portato” nel cinema sin dalla nascita del cinematografo.

Si voleva altresì sostenere come in alcune opere letterarie del passato ci siano i germi di quelle forme narrative e linguistiche che saranno poi alla base di un’arte che apparirà alla luce molti anni se non addirittura diversi secoli dopo. Sotto questo aspetto il libro di Tigani Sava è davvero esemplare nella misura in cui sa esplorare e scandagliare quanto cinema ci sia nella Divina Commedia. Facciamo alcuni esempi. Un piano di ripresa usato di frequente nel cinema, per esempio da Hitchcock, è la mezza figura che riprende la figura umana dalla vita in su, usata spesso nei dialoghi. Ebbene tutti ricorderanno l’apparizione della figura di Farinata (Inferno, X, 32-36): “Vedi là Farinata che s’è dritto: da la cintola in su tutto ‘l vedrai”. Oppure le inquadrature dei giganti che, scrive il Tigani Sava (pag. 383) “sono, relativamente alla scelta del piano di ripresa, le più spettacolari della Commedia e mostrano chiaramente che Dante conosceva benissimo i segreti della visualizzazione e soprattutto il gioco dei piani per stabilire le proporzioni con l’ambiente”: “Sappi che non son torri, ma giganti, e son nel pozzo intorno da la ripa da l’umbilico in giuso tutti quanti” (Inferno XXXI, 30-33). Dante fa anche spesso ricorso ai primi piani. Prendete questo esempio: “Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio” (Inferno. V, 115-117) dove basta un appellativo (“Francesca”) per riportarci in primo piano il volto della protagonista che nelle “inquadrature” precedenti era stata vista in compagnia del suo amante e di altre anime di lussuriosi, cioè in figura intera e con un campo di ripresa più ampio, un totale: “Come colombe dal desìo chiamate…cotali uscir de la schiera per l’aere maligno” (Inferno, V, 82-142). Per ragioni di spazio qui richiamiamo solo alcune delle tantissime situazioni che il Tigani Sava analizza nel suo libro. Si fa riferimento anche al movimento, all’effetto accelerazione e ralenti, nel caso del vecchio maestro Brunetto Latini nell’atto in cui egli si mette a correre per evitare l’incontro con un’altra schiera di dannati.

Ma Dante è anche scenografo e “ogni luogo”, scrive Tigani Sava, “ampio o angusto che sia, è attrezzato in sintonia morale e visiva con i personaggi che esso accoglie” (pagg. 551-552). Guardate che “inquadratura” fa Dante nel Purgatorio, II, 10-12: “Noi eravamo lunghesso mare ancora, come gente che pensa a suo cammino, cha va col cuore e col corpo dimora”. E come fece Dante a rendere visibili tutti i personaggi che incontra nell’Inferno dove domina il buio più totale? Il “regista” si sarà posto il problema e non avendo un direttore della fotografia al momento con sé, ha pensato bene di far “emergere dal buio i personaggi in virtù di una loro luminosità per collocarli dinamicamente nei campi di ripresa” (pag. 436).

Oggi diremmo che fece uso di effetti speciali, cioè di procedimenti tecnici (linguistici) utili per far apparire sullo schermo qualcosa che non esiste o non si vede nella realtà. Insomma, Dante continua a stupirci e sarebbe davvero divertente presentarlo a scuola come un Quentin Tarantino o uno Steven Spielberg del 1200.

Maurizio Paparazzo