A “Farda da Madonna”, un’antica tradizione a Badolato

Il 25 marzo la Chiesa celebra la solennità dell’Annunciazione del Signore, a nove mesi dalla natività di Gesù. E’ una festa molto sentita dalla pietà popolare pur cadendo in giorni feriali.
In alcune zone d’Italia, nelle chiese, oltre alle normali liturgie, era usanza, per i fedeli, soffermarsi ai piedi di Maria, per recitare “A FARDA” o per un voto o per chiedere una grazia.

Che cosa era “A FARDA?”

La “farda da Madonna” era una Corona di 365 grani, simile a quella del Rosario. Si realizzava recitando un’ave Maria al giorno, dal 25 marzo al 24 marzo dell’anno seguente, senza interruzione, e stringendo, su una cordicella composta da sottili fili di cotone, un nodo per ogni Ave recitata. Si componeva così un rosario scandito in dodici poste quanti erano i mesi.

Nel giorno dell’Annunciazione, ci si recava in Chiesa, con la “farda” e si recitavano tante Ave Maria per quanti erano i nodi della lunga corona.
Dopo la festa ognuno la custodiva gelosamente in un cassetto stretta in un fazzoletto o in un pezzo di stoffa bianco, che veniva sciolto, ogni anno, nel giorno dell’Annunciazione come se si sciogliesse il voto, per recitarla ancora una volta ai piedi di Maria. Veniva così custodita per tutta la vita fino a portarla con sé oltre vita terrena.
Questa pratica devozionale, a Badolato Superiore avveniva nella Chiesa della “Santissima Annunziata” che si trova in Piazza Castello, esattamente all’imbocco della strada che porta alla Chiesa Matrice.

Nel giorno della festa, la chiesa rimaneva aperta per tutto il giorno per dare la possibilità ai devoti di visitare la Vergine Santissima. I devoti della Farda, in massima parte donne, durante “A JORNATA”, con la farda in tasca e la sedia al braccio, si recavano nella Chiesa, sprovvista di banchi, e si mettevano in preghiera dinanzi alla tela raffigurante “ l’ANNUNZIATA”.

Come veniva recitata? Era una corona per la gente semplice, per cui anche la recita era semplice. Iniziava con una introduzione
“Cu ‘sta farda d’Annunziata l’anima mia è liberata; ahru puntu de la morta mi sorreggia e mi cumporta” e si proseguiva col segno della Croce, il Gloria quindi con le parole evangeliche “L’Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria ed ella concepì per opera dello Spirito Santo” e il Padre nostro.
A questo punto iniziava la recita delle 365 Ave Maria interrotte alla fine di ogni posta dalle preghiere iniziali.
Oggi nel nostro paese tale devozione è quasi scomparsa, ma la tengono viva alcuni devoti, che con costanza si riuniscono nella chiesa parrocchiale, alla stessa ora, per recitarla insieme.
Facciamo voti che la si possa riprendere con energia nuova, perché i nostri Avi tramite queste sentite devozioni mantenevano viva la fiamma della fede, della speranza e della carità nella nostra comunità.

CENNI STORICI – CHIESA SANTISSIMA ANNUNZIATA – BADOLATO SUPERIORE
Jus patronato dei Ravaschieri e del Barone don Giuseppe Scoppa
La Venerabile Chiesa della Santissima Annunziata, che si trova in Badolato, Piazza Castello, ed esattamente in Via Corso Umberto I, appartenne ai Ravaschieri, famiglia di origine ligure, alla quale Pietro Borgia, principe di Squillace, vendette il feudo di Badolato.
Per questa Chiesa la famiglia Ravaschieri nominò “abate” don Stefano Saraco, nonostante non si trattasse di una comunità monastica, forse allo scopo di testimoniare la devozione della famiglia alla Vergine. A questo punto mi è d’obbligo precisare che il titolo di “Abate” non spettava solo al Superiore di un’abazia, ma pure a coloro che si prendevano cura di una chiesa, celebravano le Messe e amministravano i Sacramenti al popolo dei fedeli.

Pertanto, don Stefano Saraco, Abate della Chiesa di Santa Maria dei Ravaschieri fu Rettore nel 1713 e all’incirca fino al 1727, quando la Chiesa fu denominata “Sanctissimae Annuntiatae”, cioè Chiesa della “Santissima Annunziata”.
La Chiesa, di modeste proporzioni, attualmente chiusa al culto dei fedeli per le condizioni d’inagibilità in cui versa, custodiva al suo interno il dipinto Annunziazione, una tela di Francesco Caivano, che risale al 1640, posta sopra l’altare, da poco restaurata dal noto maestro Giuseppe Mantella, e attualmente conservata nella Chiesa Parrocchiale del Santissimo Salvatore, Chiesa Matrice.

Amedeo Gallelli