Tra testimonianze crude e analisi giuridica, Palazzo Pyrrò ha ospitato un dibattito profondo sulla cultura patriarcale. Annunciata la nascita di un centro antiviolenza su un bene confiscato alla mafia
Non è stata solo la presentazione di un libro, ma un’analisi a cuore aperto sulle ferite profonde del sistema sociale nel suo complesso.
La sala convegni di Palazzo Pyrrò ha ospitato il resoconto di un’indagine durata tre anni: quella di Anna Macrì, attrice, autrice, formatrice, che in “Amori malvagi – Dieci storie di ordinaria violenza” ha dato voce a chi, troppo spesso, è costretto al silenzio.
L’incontro, moderato con sensibilità da Giovanna Vecchio (Presidente L’ARCA), si è aperto con una dedica necessaria: alle vittime, alle madri e anche ai figli, i quali subiscono la cosiddetta violenza assistita.
Un preludio che ha trovato eco nelle note al pianoforte del maestro Francesco Manno, capaci di tradurre in musica la gravità dei temi trattati e di facilitare l’ascolto partecipato.
Il sindaco di Montepaone, Mario Migliarese, ha colto l’occasione per lanciare un segnale politico e sociale di forte impatto: la destinazione di un immobile confiscato alla criminalità organizzata per la creazione di un centro regionale antiviolenza.
Un atto di “riappropriazione” che si lega strettamente alla lotta contro la violenza economica, definita dal primo cittadino come una delle forme più subdole di controllo, capace di annullare l’autonomia e la libertà di scelta delle donne.
Massimiliano Cappuccino (L’Occhio del Pavone) nel tracciare il profilo delle due relatrici: Dr.ssa Graziella Viscomi e Anna Macrì, ha evidenziato come le storie narrate nel volume siano drammaticamente “nostre”, radicate nella cronaca e nel tessuto sociale calabrese.
L’intervento dell’autrice ha spostato il focus sulla radice antropologica del fenomeno. Frutto di oltre cento interviste e di un confronto diretto persino con i carnefici, il libro di Anna Macrì esplora quella che lei definisce la “sintassi della violenza”.
“La violenza ha regole precise” ha spiegato l’autrice, sottolineando una tesi provocatoria ma profondamente psicologica: “In una società patriarcale, anche gli uomini sono vittime di un modello che impone loro il ruolo di padroni, educandoli alla prevaricazione anziché all’affettività”.
Dai vissuti dolorosi posti all’attenzione emerge un quadro dove il giudizio della comunità spesso isola la vittima più del maltrattante, rendendo la denuncia un atto di eroismo solitario.
Il contributo tecnico della Dott.ssa Graziella Viscomi, Sostituta Procuratrice della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, ha qualificato l’iniziativa, offrendo alla platea gli strumenti per comprendere la macchina della giustizia e la necessità della prevenzione.
La magistrata ha illustrato il funzionamento del Codice Rosso, sottolineando l’importanza della tempestività nell’ascolto delle vittime (entro 48 ore).
Particolarmente incisiva la sua analisi del “ciclo della violenza”: quella spirale che alterna tensione, esplosione e la fallace fase della “luna di miele” (il pentimento), che funge da vera e propria trappola psicologica. La Dott.ssa Viscomi ha inoltre sfatato alcuni miti normativi, chiarendo che la legge prevede l’allontanamento del maltrattante e non della vittima, se non in casi di estremo pericolo per l’incolumità.
Il dialogo con il pubblico ha toccato punti nevralgici del contrasto alla violenza di genere e della tutela delle vittime, tra i quali la recente Legge 181/2025 che introduce in Italia il reato autonomo di femminicidio e il disegno di legge sul consenso libero e attuale, ancora in discussione.
Ci si è confrontati anche sulle “quote rosa”. Se per l’autrice il merito dovrebbe essere l’unico criterio, la Dott.ssa Viscomi ha ribadito la loro necessità come “shock terapeutico” legislativo: uno strumento temporaneo per forzare un cambiamento culturale in settori ancora dominati da dinamiche di genere precluse al merito femminile.
L’evento si è concluso con un appello corale: la repressione penale è fondamentale, ma non risolutiva. La vera sfida si gioca sul terreno dell’educazione affettiva nelle scuole e nelle famiglie. Decostruire gli stereotipi di genere e insegnare il rispetto della persona “oltre il genere” è una battaglia di civiltà, è un atto di coscientizzazione necessario, l’unico modo per far sì che storie di “ordinaria violenza” non abbiano a verificarsi mai più.