“A Soverato tutti devono essere contenti. E se non lo sono, almeno facciano finta”.


Lettera (confidenziale) di un cittadino soveratese firmato: “Nessuno in particolare, ma un po’ tutti”

Caro amico immaginario,
ti scrivo da Soverato, quella città dove il mare è libero, ma le opinioni devono chiedere il permesso di soggiorno.

Qui funziona più o meno così: puoi dire che il tramonto è bellissimo, che il gelato è buonissimo, che la vita è meravigliosa… ma prova a dire “Scusate, ma questa cosa forse non va benissimo” e si apre il sipario del teatrino: drammi, tragedie, indignazioni a puntate.

È come vivere in una sitcom dove la risata non è registrata, è obbligatoria.

Sembra esista una nuova regola non scritta:
“A Soverato tutti devono essere contenti.
E se non lo sono, almeno facciano finta.”

Ogni tanto a qualcuno salta in mente di fare un’osservazione. Una cosa minima, tipo chiedere se qualcosa si potrebbe sistemare meglio.

Apriti cielo.
È come aver rovesciato la parmigiana di domenica sulla tovaglia buona.

Non è un discorso politico, non c’entrano amministrazione o opposizione (che ormai sembra la creatura del Loch Ness: tutti ne parlano, nessuno la vede).

È proprio l’idea che il contraddittorio sia diventato materia radioattiva.
Una volta era normale parlare, discutere, chiarirsi.

Oggi, se qualcuno osa dire “Non mi torna”, diventa immediatamente:
un disturbatore un guastafeste professionista un gufo certificato ISO 9001

Insomma, se non applaudi, disturbi.
Soverato in certi momenti pare una classe dove il professore fa l’appello solo per sentirsi dire “Va tutto bene, professò!”.

Nessuno alza la mano.
Non perché non ci siano domande, ma perché alzare la mano pare diventata un’attività pericolosa.

Così ci si trasforma in like ambulanti.
Si annuisce, si sorride, si approva.

Poi si torna a casa e si mugugna in soggiorno, confidando al frigorifero ciò che non si osa dire fuori.

È come vivere in un condominio dove nessuno vuole litigare con l’amministratore, però tutti si lamentano dell’ascensore solo quando la porta si chiude.

Il punto non è essere pro o contro qualcuno.
Il punto è che un paese senza contraddittorio è come un mare senza vento: bello da vedere, ma non porta da nessuna parte.

Perciò, da cittadino, uno tra tanti, viene spontaneo chiedere una cosa semplice:

Lasciate che le persone parlino.
Lasciate che dubitino, che chiedano, che osservino.
Lasciate che dicano “non sono convinto” senza essere trattate come se avessero appena confessato un delitto.

Perché la ricchezza di una comunità non sta nell’andare tutti d’accordo per forza, ma nel poter dialogare senza paura di essere etichettati.

Non è questione di avere ragione o torto.

È questione di poter dire la propria, come il mare che ogni giorno parla con le onde, senza chiedere il permesso a nessuno.

Firmato,
un cittadino soveratese qualunque,
uno di quelli che continua a credere che
il mare è di tutti e anche le opinioni.