Abolire le Regioni?

 Pariamo una gabbia di matti, se per decenni abbiamo sentito le lodi sperticate del regionalismo; e appena abbiamo dovuto accorgerci delle carenze non dico della miseranda Calabria, ma persino dell’opulenta Lombardia, ora si legge e si sente a gran voce… che bisogna abolire le Regioni, quanto meno nella loro competenza più vasta: la sanità.

  È un atteggiamento palesemente schizofrenico, da gente cui basta una comparsata tv per sparare la prima fandonia di immediato e passeggero successo.

 Un po’ di storia. Tutti quelli che, nei secoli, hanno pensato a un’Italia politicamente e militarmente unita, mai la pensarono unitaria, ma sempre tennero presenti le evidenti peculiarità delle singole aree; tanto che quasi tutti parlarono di “Italica libertas”, cioè di indipendenza dallo straniero, senza che questo comportasse per forza uno Stato centralista. I fatti, poco previsti anche dai loro stessi autori Cavour e Napoleone III, condussero alle annessioni, chiamate esattamente così, quindi all’estensione a Milano, Parma, Modena, Bologna, Toscana, poi Umbria e Marche e Sicilia e Napoli, del Regno di Sardegna con la sua vigente legislazione, a sua volta centralista. Lo Stato, sul modello francese, venne organizzato attorno a ministeri siti nella capitale (Torino, Firenze, Roma), con diramazioni provinciali. Esempio, Ministero Pubblica Istruzione con i Provveditorati agli Studi.

 Rigorosamente unitarie erano le forze armate, formate senza distinzioni di provenienza, con qualche eccezione per gli Alpini o per reparti tradizionali. Chi ha fatto la naia, sa quello che dico.

 Era tuttavia nella coscienza generale l’esistenza delle Regioni; e persino le carte d’Italia affisse alle pareti delle scuole mostravano un’Italia di Regioni, ciascuna con il suo colore; ma che in realtà corrispondevano solo alla somma territoriale delle Province. Esempio: la Calabria, dal 1816, ne aveva tre; e siccome non significava nulla di effettuale, il capoluogo delle cartine, con due cerchietti, era Reggio.

 Privo di un istituto giuridico, il regionalismo era però fortemente radicato nelle coscienze, e ognuno si sentiva calabrese, toscano, veneto, siciliano. Ad onta degli infranciosati, la letteratura verista assunse un marcato carattere regionale, anche come sostrato mentale linguistico: leggete con attenzione Verga, Fucini, Misasi (Nicola!)…

 La costituzione del 1948 prevedeva la Regioni, che però ebbero attuazione solo nel 1970. E siccome, insegna il Vico, “natura delle cose è il loro nascimento”, le Regioni, nate malissimo, e avendo per madre la più squallida partitocrazia in quegli anni dilagante, acquisirono, e mantengono, la loro pessima indole; soprattutto nel Meridione. La partitocrazia infatti usò le Regioni per dare un posto a tutti i politicanti di terza e quarta scelta; e non è che quelli di seconda e prima fossero poi un granché. Le Regioni, la Calabria in testa, divennero così un continuo assalto di briganti a qualsiasi posto e privilegio e comodo: vi ricordate i mitici consulenti regionali ciuchi di Chiaravalloti? Eh, mica solo di lui!

 Le Regioni moltiplicarono all’infinito la partitocrazia, a cominciare dalle Unità Sanitarie Locali; in Calabria, 32, ognuna con presidente, vice, assessori, consiglieri, e crisi, e rimpasti e pasti! E che pasti!

 Con tutto questo, le Regioni possono avere un senso, se tornano ad essere quello che dovrebbero: applicazione locale della politica nazionale. Ciò comporta che la politica locale conosca bene il territorio e le sue esigenze, e assuma i provvedimenti opportuni. Serve dunque qualità della classe politica, e non liste formate a caso la mattina del 28 dicembre!

 Ma sappiamo bene che il bubbone – a proposito di peste – sono passacarte e burocrati. In Calabria, con qualche rarissima eccezione, essi sono così inetti che manco rubano: o almeno terrebbero in loco i fondi europei! Sono quelli a cui la mamma raccomandò “Fijjiu meu, non firmara nenta, ca si no… ”; e non firmano in italiano, lingua già non a loro notissima, figuratevi in lingua estera!

 Bisogna levarli di torno. Come si fa? Nei precedenti articoli, vi ho presentato diversi esempi, e ne posso aggiungere a iosa, per svergognarli.

 Ne volete uno grosso? Verso gli anni 1980 iniziò, di fatto, la professionalizzazione delle Forze armate. Cosa successe? Come fecero? Bastò far girare nelle caserme la paroletta “Libano”, e il giorno dopo partirono autotreni di certificati medici attestanti ogni genere di malattia: e via a casa i pigri e inetti e imboscati.

 Fatemi assessore alla Cultura per una settimana, e vedrete come vi sgombro gli uffici, a colpi di incarichi: mica di andare a separare Israeliani ed Hezbollah come avviene, appunto, in Libano: lì, a ramazzare la caserma, magari ci arrivano. No, incarichi tipo: “Voglio una relazione sulle superfetazioni dei castelli e palazzi di Monasterace, Maida, Satriano… ”.

 Una sola cose è certa, che mi beccherei una denunzia per parolacce: superfetazione? puzza? Ahahahahah.

 Ecco, una volta ripuliti gli uffici, si può ricominciare a dare un senso persino alla Regione Calabria. La quale, ricordo, è la terzultima d’Europa, dopo A. Guarasci, A. Ferrara, P. Perugini, A. Ferrara di nuovo, B. Dominijanni, F. Principe, R. Olivo, G., Rhodio, D. Veraldi, L. Meduri, A. Loiero, M. Oliverio di centrosinistra, e G. Nisticò, B. Caligiuri, G. Chiaravalloti, G. Scopelliti e Stasi di centro(destra); e relativi scaldasedie della burocrazia.

 Dopo di che, un bel cambio della legge elettorale: maggioritario secco, per collegi omogenei. Torneremo sull’argomento.

Ulderico Nisticò