Al capezzale del “piccolo guerriero”: l’estrema unzione di Don Mimmo per il suo coraggioso omonimo


 Erano le tre del pomeriggio di venerdì quando un uomo in clergyman ha varcato la soglia del reparto di Cardiochirurgia dell’ospedale Monaldi. Poteva sembrare un prete qualunque, arrivato per una benedizione fugace tra i corridoi del terzo piano. Ma sotto quella veste discreta, scelta appositamente per confondersi tra i visitatori e non dare nell’occhio, batteva il cuore del pastore di Napoli.

​Il Cardinale Domenico Battaglia, per tutti “Don Mimmo”, ha scelto ancora una volta il silenzio della preghiera e la vicinanza umana al clamore della porpora.

Per il quinto giorno consecutivo, l’arcivescovo nominato da Papa Francesco nel dicembre 2024 è tornato in ospedale per combattere una battaglia che non si combatte sui pulpiti, ma tra i monitor e i respiratori di una terapia intensiva.

​Due nomi, un unico destino
​Al centro di questo pellegrinaggio laico c’è il “piccolo guerriero” Domenico. Una coincidenza che non è passata inosservata: lo stesso nome, un ponte ideale tra l’alto prelato di 63 anni e il bambino che sta lottando per la vita.

Insieme a loro, ferma e composta nel dolore, c’è mamma Patrizia, che nel Cardinale ha trovato non solo una guida spirituale, ma un compagno di attesa in quella che molti hanno già ribattezzato “la battaglia finale”.

​La visita e il ritorno alla missione
​I medici e il personale sanitario ormai lo aspettano. La sua presenza è diventata una costante rassicurante in un reparto dove il tempo è scandito dai battiti cardiaci. Dopo circa un’ora, la visita si conclude.

Solo all’uscita dal reparto, varcata la porta blindata, il Cardinale riassume i tratti della sua funzione ufficiale: indossa nuovamente la giacca, sistema la grande croce pettorale d’argento e si avvia verso le scale.

​Ad accompagnarlo c’è don Alfredo Tortorella, cappellano del Monaldi e parroco del Sacro Cuore, che con lui condivide quotidianamente il peso spirituale delle sofferenze dei degenti.

​”È solo un segno di vicinanza,” sembra sussurrare il suo atteggiamento a chi, incrociandolo, gli chiede di quel nome condiviso con il piccolo paziente.

​Don Mimmo non cerca i riflettori. La sua è la Chiesa degli ultimi, quella che si siede accanto ai letti d’ospedale e aspetta, insieme alle madri, che la notte passi. Mentre si allontana verso l’uscita, resta nel reparto il calore di una presenza che ha trasformato una corsia d’ospedale in una cattedrale di speranza.