Ancora su Nardodipace

Il bel romanzo di Francesco Pungitore ha anche il merito di aver ridestato l’attenzione sui misteri di Nardodipace. Fermi lì: in Calabria, quando si parla di misteri, occorre più scienza e più competenza che se parlassimo di fisica nucleare, oppure arrivano di corsa quelli che, non sapendo distinguere la realtà della fantasia, s’inventano Templari ogni dieci passi. Leggetemi dunque con la massima attenzione, e non tentate di farmi dire se non esattamente quello che ho scritto, alla lettera.

I megaliti di Nardodipace sono stati “scoperti” nel senso che se ne è preso atto. Fu merito di Nadile, che li fotografò e ne parlò su giornali e tv.

Venne compiuta un’operazione logica e ovvia: proporre dei sondaggi geologici, allo scopo di appurare, almeno in via induttiva, se si possa ipotizzare trattarsi di opere antropiche, cioè o in tutto o in parte di attività umana; o di semplici pietre come ce ne sono tante.

Si iniziò a discuterne con geologi dell’UNICAL (lasciamo stare i nomi). Che io sappia, se ne fece poco e nulla, e poi anche le geologia finì di essere una scienza, come spiegherò tra poco.

Richiesto di un parere, io dissi quanto qui espongo:

1. Essere utili le suaccennate analisi geologiche;
2. Essere utile che il Comune o chi per esso mi fornissero un elenco della toponomastica attorno ai megaliti, importante traccia di memoria storica;
3. Essere utile raccogliere eventuali leggende popolari;
4. Utile anche ricordare, con il mito del re Italo, anche le infinite pietre sacre del Golfo di Squillace (S. Antonino, una per tutte; ma sono tante).

Le leggende popolari, ragazzi, sono sempre vere; quelle dei dotti, mai. Manco a dirlo, arrivarono due dotti, che, defunti entrambi, e parce sepultis, indico solo come R. ed M.

R., proclamatosi profondo conoscitore della lingua dei Pelasgi, e trovando dei segnetti a Nardodipace e altri a Girifalco, li lesse come fossero cartelli stradali, e concluse che Nardodipace era la capitale dei Pelasgi, con innumerevoli altri particolari, pettegolezzi inclusi. Era un palese caso di filologia della domenica, ma venne accolto manco fosse Aristarco di Samotracia quando studiava Omero.

M., quasi superfluo dirlo, ci narrò dell’ennesimo sbarco di Ulisse, questa volta a Nardodipace, e che i megaliti erano, cucù, i Lestrigoni. Lo presero sul serio, ovviamente. In Calabria, uno sbarco di Ulisse non si nega a nessuno.

Così la faccenda cadde in mano ai venditori di fumo, cui si aggiunsero, ahimè, i geologi. Banale conseguenza, finì tutto a cosa non dico.
Si può fare ancora qualcosa? Boh! Quello che è certo, se a Nardodipace vogliono una manina d’aiuto, questa volta mi danno un incarico formale, e mi pagano. Vedrete come mi pigliano sul serio!!!
Ragazzi, la Calabria, terra di grands bebès, va trattata così.

Ulderico Nisticò

 

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