Ancora sul fu Acquario

 L’espressione circa la grandezza del fu Acquario si è letta sulla stampa locale in data 14 scorso; io l’ho letta e ripetuta; e si trova in un contesto che poi riferisce dichiarazioni del consigliere Mannino; e sarebbe stato meglio evitare che uscisse l’incredibile affermazione, e il rischio dell’equivoco; e, una volta uscita, prendere velocemente le distanze. Che fosse, nelle utopie, il più grande dell’Italia Centromeridionale, però l’ha detto Mancini sui social.

 Ciò doverosamente premesso, nulla in contrario, e l’ho scritto, che si tenga un Consiglio, meglio se aperto. Se qualcuno ha idee praticabili, penso che un intervento di dieci minuti sia bastante a spiegarle; chi vuole parlare un paio d’ore, è segno evidente che non ha niente da dire. Se ci sono ipotesi concrete, e con denaro genuino e disponibile, quella è la sede per esporle all’attenzione di tutti.

 A proposito: io non sono minimamente interessato alla cosa, non avendo pesci o altre attività. E nemmeno voglio avere ragione io: voglio, se mai, ragionare.

 Allo stato dei fatti, l’edificio è in abbandono da dieci anni, salvo occasioni, cui ho partecipato con piacere. Edificio abbandonato significa rischio di degrado e bisogno di interventi e manutenzione, quindi di soldi. Dove li troviamo? E, se li trovassimo, perché spenderli?

 Ora veniamo al merito, su cui disserta in particolare la consigliera Ranieri.

 Non condividevo l’opportunità e utilità di un Acquario neanche nei pochi mesi della sua vita solitaria. Siccome è stato scritto da Mancini che ci furono cinquemila visitatori, fuori le carte e vediamo se è vero. Il consigliere Mannino e la consigliera Ranieri hanno piena facoltà di chiedere agli uffici comunali la documentazione. In difetto di numeri sinceri, i cinquemila appassionati di pesci sono come i centodiecimila passeggiatori della Giunta Mancini e le invenzioni di cultura della Munizzi; e, non dimentichiamo, le loro ridicole querele con la faccia schifata del procuratore di turno (non vi dico chi era, se no capite male): rosei sogni di gloria. Il consigliere Mannino, del resto, ci informa che quell’idea balzana costò, e immagino ancora costi, poco meno di tre milioni e mezzo di euro. Se ne potevano fare di cose serie, con quella manna di denaro!

 Ed è opportuno interrogarsi sulla città. Ebbene, Soverato non è e non fu mai una “località turistica” tipo Copanello che a settembre si può girare un film dell’orrore, ma una città che vive dodici mesi, e di antichissima storia, e in cui gli abitanti facevano elegantemente i bagni – è ufficiale, mica bufale tipo sbarco di Ulisse – nel 1881, quando in quasi tutte le coste italiane c’erano solo canneti.

 Convinciamoci però, anzi perciò, che Soverato non è Mikonos o le Canarie, non è Ibiza, soprattutto perché nessun cittadino vuole che Soverato lo sia. Non vogliamo né una Soverato di lusso né, tanto meno, una Soverato dello sballo, ma un turismo sano e ordinato; di famiglia; di salute (ed ecco la talassoterapia); degli anziani; enogastronomico… e che perciò duri otto mesi e non quindici… ops, da qualche anno otto giorni. E che dia lavoro a tanti nel lungo periodo.

 Un turismo di cultura, in una Soverato che di suo ne ha, e che si trova al centro della Calabria, a pochi tratti da Roccelletta, Squillace, Serra, Stilo, Locri, Gerace…  Ecco quanto c’è, e non è colpa mia se fior di dotti indigeni (“tu non sai che grande uomo di cultura è X”) non sono mai andati ad ammirare la Pietà del Gagini. Figuratevi se andavano a vedere le triglie e il (01) polpo del subito defunto Acquario.

 Tuttavia, ripeto: se ci sono altre idee possibili sulla sorte del desertificato edificio, vengano alla luce.

Ulderico Nisticò