Antonio Fodaro, poeta di Gagliato e satrianese di adozione nei suoi versi il dramma del duro lavoro e dell’emigrazione

Presentata a Satriano la raccolta di poesie dialettali “Tìempi ‘e na vota” 

Nella storia della letteratura dialettale calabrese, di quella che si è riusciti finora a ricostruire beninteso, non sono pochi i poeti autodidatti che hanno saputo cogliere momenti di vera poesia ed elevato lirismo. Essi, perlopiù operai, braccianti e artigiani, rappresentano la genuina espressione di quella civiltà contadina, oggi pressoché scomparsa o in via di definitiva estinzione, che era permeata di valori che si tramandavano da secoli e si trasmettevano di generazione in generazione e che hanno costituito per lunghissimo tempo la nervatura della nostra comunità.

Uomini, tanto per citarne solo alcuni, che hanno avuto la fortuna di incontrare sulla loro strada un aedo che ne esaltasse i meriti, che rispondono ai nomi di Mico Pelle di Antonimina, Salvatore Filocamo di Locri, Giuseppe Coniglio di Pazzano, Antonio Pisano di Gasperina… fino a considerare colui che ne è considerato la massima espressione, Bruno Pelaggi di Serra San Bruno.

Tutti si espressero rigorosamente nel dialetto del loro paese, per molti di essi la sola lingua da loro conosciuta e parlata. Di quell’idioma che già Giovanni Conia, l’abate di Galatro di inizio Ottocento, definiva “lingua universali” e che per essere capita fin in fondo “ci vo’ testa”. E che il già citato Filocamo, poeta contadino, sosteneva essere “…come ‘u pani / chi facènu na vota, pani veru… / ‘u dialettu èsti sìmprici e sinceru”.

Su questa falsariga, Antonio Fodaro, di Gagliato e satrianese di adozione, si inserisce a pieno titolo con una raccolta di poesie dialettali impreziosita da alcuni epigrammi che con la loro venatura di arguzia rivelano tutto quel patrimonio sapienziale e valoriale di cui erano capaci gli uomini e le donne di un tempo ormai lontano della nostra regione. Sono versi che rifuggono deliberatamente da certi schemi metrici stereotipati, e a volte scontati e melensi, che a costo di inseguire la rima o la cadenza ritmica perdono di contenuto e di pathos.

Le diciannove liriche di Fodaro, Tempi ‘e na vota, sua opera prima, stampata da SudGrafica di Davoli Marina a cura dell’associazione ”Don Bosco e Noi – ODV di Satriano, sono tutt’un peana ai tempi della sua infanzia, fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta, nei quali si avvertivano fortemente i postumi degli effetti del dopoguerra e il cosiddetto boom economico era ancora di là da venire. Un boom che se per una parte d’Italia (il Settentrione industrializzato) ha significato sviluppo tecnologico e progresso sociale, per un’altra (il Mezzogiorno prevalentemente agricolo) ha avuto come effetto collaterale un’emigrazione di massa con conseguente abbandono delle campagne e l’inevitabile decadimento demografico dei nostri centri storici.

Un’infanzia povera, tutto sommato, quella del poeta, così come quella della maggior parte dei suoi coetanei, tanto che non ha fatto in tempo a giungere a maturazione che egli stesso ha dovuto subire l’esperienza dell’emigrazione. Dopo essere stato avviato, a dodici anni, garzone muratore in paese ha intrapreso giovanissimo la via di Lecco, quindi si è trasferito in Germania, prima, e dopo in Svizzera. Un’esperienza, questa, che lo ha fortemente segnato a livello psicologico e ideale tanto da motivarlo nella “scelta di vita” di un intenso e appassionato impegno politico. Con sempre in testa un’idea fissa: quella della emancipazione della sua gente e della sua terra. Spesse volte, ahimè, profeta (vox clamantis…) non sempre e convenientemente compreso.

Ed è appunto tutto quell’afflato, frammisto a volte a rabbia e disperazione, ma sempre confortato da un inesauribile “ottimismo della volontà”, tanto per citare il suo amato Gramsci, che egli è venuto maturando ed elaborando e che oggi si concretizza in versi. Quasi sempre incisivi, efficaci, icastici, a volte rudi. Sempre promananti dal profondo del suo cuore (ex abundantia cordis…) che quasi sempre riescono a commuovere il lettore, perlomeno quello che ha il privilegio di conoscere il suo dialetto e di carpirne le tante sfaccettature delle sue locuzioni, dei suoi tropi, delle sue iperboli, delle sue metafore. Tant’è, l’eloquio vernacolare ha questo di particolare rispetto alla lingua nazionale: ha una sua chiave interpretativa per coglierne appieno il reale significato. Ed è appunto quello che fa, opportunamente, Fodaro nell’avvertenza a questo suo lavoro.

Ed ecco che da queste pagine, come dal fondo di un antico diorama ci appare un mondo che credevamo definitivamente scomparso e che invece avevamo soltanto riposto in qualche meandro della nostra memoria, in qualche recesso del nostro inconscio. Dalle sere d’inverno trascorse al camino (“Ah! Si si porrìa tornara ancora arrìedi, / cu’ chidhu trantulijiara, / ad aria e ciaramidi”) alla rievocazione del torrente Ancinale, il mitico Caecinus dei romani, che, come il Nilo per gli antichi egizi, garantiva fertilità e benessere ai nove comune i cui territori bagna (da Serra San Bruno fino a Satriano, passando per Gagliato) ma che a volte si è rivelato infido e funesto con le sue piene e i suoi impetuosi straripamenti (Oh ‘Ncinala! Cu’ sapa quantu tìempu ava chi curri…). Dai suoi avi che si assentavano per mesi per trasferirsi nel Marchesato di Crotone, chi a mietere chi semplicemente a spigolare (E ‘u marchisatu vi lu ricordati? / Era ‘na ricchìzza! / Mo’ tuttu ccà cangiàu, restàu ‘a fézza), alla rievocazione del Natale della sua infanzia (Che bellu quandu pìensu a lu Natala, / mi sembra nu ricùordu assai luntanu), alla sua vita di lavoratore nei campi a Gagliato (Io sugnu gagghjatisu e mi ‘nda vantu / e vu dicu ad’alta vuci non m‘u stampu. / ’On èppa mai lu tìempu pe mu ‘u cuntu / ca ‘a vita mia ‘a dezza pemmu ‘u rampu).

Tante altre cose ancora riporta alla memoria di chi quei tempi li ha vissuti e all’attenzione delle giovani generazioni che quella vita di stenti e di duri sacrifici non hanno conosciuto, per cui mette conto assaporare tutta la fragranza di pane caldo e l’odore aromatico di olio di oliva che esalano da questo volumetto. Impreziosito, oltre che dal bel disegno di Giovanni Sorrenti che correda la copertina con in primo piano il padre dell’autore di ritorno dal lavoro nei campi, e dalle illustrazioni a china di Giacinto Vico, due epigrammi molto significativi: ‘A natura sua e Penzìeri ‘e nu gnuranti.

Sono entrambi riflessi di saggezza ed esperienza corroboratesi in anni di sacrifici e sofferenze. Lo si tocca con mano, plasticamente. Il primo parla di un granchio intrappolato sotto un macigno e che il poeta fa di tutto per liberare. Ma non fa in tempo a gioire per aver salvato da morte certa un essere vivente che il crostaceo corre a infilarsi… sotto un’altra grossa pietra: “Ed io restai dhà preoccupatu, / ‘u ccumpagnavi pe’ ‘nu bellu pùocu / tuttu curiusu ‘u viju duva vacia, / m’accuargiu, era già sutta a n’atra petra”. Perché, conclude Fodaro, evocando Esopo della Rana e lo scorpione, “non c’è nenta de fa’, è natura sua”. Il secondo è là dove l’autore si professa ignorante (È bruttu, sai, ‘u si mora gnuranti / cu tuttu quantu ci sarrìa de fara); di quella sapiente ignoranza sublimata dal paradosso socratico (scio me nihil scire), dall’ossimoro di Cusano (De docta ignorantia) o dalla “santa asinità” di Giordano Bruno (O sant’asinità, sant’ignoranza, / Santa stoltizia e pia divozione, / Qual sola puoi far l’anime sí buone, / Ch’uman ingegno e studio non l’avanza).

È esattamente ciò che, fatte le debite proporzioni ça va sans dire, Antonio Fodaro ha inteso parteciparci allorché in prefazione non tralascia di ricordare e magnificare l’opera dei suoi educatori alla scuola primaria che gli instillarono i primi e basilari rudimenti dell’istruzione e trasmesso l’amore per il sapere. Così pure quegli amici che lo hanno gratificato della loro stima e confortato con la loro collaborazione. È un amore, il suo, che tutt’oggi coltiva con umiltà e passione, nonostante abbia superato da un po’ la soglia dei settant’anni (Accussì mi mpegnu mpundu / si porrìa recuperara) nell’intento spasmodico di poter aver in qualche modo ragione di quelle opportunità che “quei tempi di una volta” della propria adolescenza gli lesinarono e che lui, nonostante tutto, non dimostra affatto di disdegnare. (An. Ga.)