Assistenzialismo e (in)giustizia in Calabria


 Mi piacerebbe che la campagna elettorale imminente, in Calabria, si svolgesse non su fumose proclamazioni di teorie, ma su argomenti concreti. Uno di questi, su cui mi piacerebbe leggere delle repliche serie, è l’assistenza, e se essa sia assistenza o assistenzialismo.

La differenza è netta. Assistenza, da “ad-sisto”, significa essere vicini alle necessità di chi effettivamente ne ha bisogno: per esempio, un medico assiste i pazienti malati. Con lo stesso criterio, c’è chi ha bisogno di essere assistito per evidenti difficoltà di natura personale o sociale. Ciò è sempre avvenuto, sebbene sotto forme diverse.

Un tempo, l’assistenza ai poveri era compito della Chiesa, la quale, per evidenti ragioni, conosceva bene la realtà, e chi fosse davvero povero e chi no; ed era buona regola della Chiesa stessa, e di chiunque assistesse con buone intenzioni, di non dare denaro ma beni, per il palese sospetto che il denaro finisse non a tavola dei poveri, bensì altrove che non vi dico.

Un altro caso di assistenza fu, nel dopoguerra, la riforma agraria, cioè la divisione del latifondo in parti uguali. Detto così, pare il massimo della giustizia sociale: tre ettari a testa, e tutti felici. Niente di più sbagliato, giacché a Tizio capitò terra buona, a Caio meno buona, a Sempronio pessima… e a Mevio terra vicino al mare, e la trasformò subito in costruzioni abusive da “fittara a li bagnanti”. Andate nel Crotonese, e vedrete se non è vero.

Altro caso, il reddito di cittadinanza. Ragazzi, che brutta cosa, la memoria; e, peggio, la coscienza. Il suddetto reddito lo propose sì il Movimento 5 stelle, però lo attuò il governo Conte 1, che era sostenuto da 5 stelle e Lega: e io, pur essendo in linea di principio contrario, in grazia della Lega feci finta di non accorgermene. Siamo tutti peccatori, ragazzi miei, e si pecca anche di omissione!

Oggi si vorrebbe un “reddito di dignità” in Calabria, che è la stessa cosa di cittadinanza. Ebbene, e qui vorrei accendere il dibattito, è proprio in Calabria che tale proposta è più pericolosa che altrove. Come mai?

Perché la Calabria, dagli anni 1950, è stata già oggetto di un disastroso piano di assistenzialismo indiretto, attraverso un dilagare del “posto fisso” in tutte le circostanze e situazioni. Prendiamo la scuola, con il numero esatto di professori previsti da Gentile nel 1923, e non di più; ma con immani stuoli di applicati e bidelli… e presidi; già, migliaia di presidi, uno o più d’uno per paese, ogni tre classi. E gli ospedali, con scarsi medici e tantissimi impiegati… e primari, infiniti primari; e guerre intestine per i primariati, sicché prima la politica ha corrotto la medicina, poi la medicina ha corrotto la politica.

Conclusione, per ora, e sempre in attesa di qualche intelligente considerazione: quelle sceme, evitatele. Conclusione: c’è una sola possibile giustizia sociale, ed è la PRODUZIONE, da ottenere attraverso il lavoro intelligente e bene organizzato; la produzione di qualsiasi cosa, poi si distribuisce da sola.

In parti disuguali, ovvio, per l’evidente ragione che gli esseri umani siamo disuguali, grazie a Dio: e io, che me la cavo egregiamente in greco e latino e italiano e storia e roba del genere, invece non so quasi niente di matematica; e vado discretamente in bicicletta, però sarei un pessimo calciatore e un cestista ridicolo.

Fatevi sotto a rispondere, lettori. A proposito, secondo le risposte, vedo che devo fare il 5 ottobre.

Ulderico Nisticò