Bennato e la storia

Non discuto dei gusti musicali di Bennato e del pubblico di ieri, 16 settembre; ma ho sentito delle cose… Fortuna che le ho sentite quasi solo, io, e altri ascoltavano musica e basta, e qualche raro coraggioso ballava.
È sempre meritevole tentare di attirare l’attenzione sulla storia del Meridione, che, detto in generale, è ignorata da quasi tutti, laureati in testa. Però, se uno qualsiasi vuole narrare la storia, deve avere la bontà di essere il più possibile fedele ai fatti, senza forzature ideologiche. Se no, magari uno ci crede, e ne seguono conclusioni del tutto sbagliate.

Quando succede una qualsiasi cosa spiacevole, il meridionale medio si preoccupa solo di una cosa: scaricare la colpa su qualcun altro. La moglie se la piglia col marito, il marito con la moglie, tutt’e due con i figli, i figli con papà e mamma, e la famiglia, stranamente solidale, con il professore che non capisce il caro figliolo. Se dunque il Meridione è l’ultimo d’Europa, non può essere colpa dei Meridionali, o di una classe politica inetta, o di una classe intellettuale gigiona e pesce in barile; no, di qualcun altro dev’essere, e, a seguito di vaghissime informazioni sui fatti del 1860, sono i cattivi che, senza il minimo motivo, partirono da Torino per rubare le enormi ricchezze del Sud. E il Sud, che fece? Niente, perché il re Francesco II era “nu guaglione”.

Ah, nessuno lo disse mai a me che erano “guaglione” a 23 anni, quando io avevo archiviato due o tre fasi importanti della mia vita: il Liceo, il 68, l’Università, il servizio militare, alcune storie d’amore più o meno ufficiose e volutamente fallimentari, e altre clandestine… Ma anche il padre del “guaglione” salì al trono a 20 anni e diede il meglio di sé, prima di ripiegarsi, dopo i 40, nel nulla. L’uomo è come il vino: invecchia bene se è buono, se no va in aceto. Mi spiace dirlo, ma il re Ferdinando II, dal 1850, si tirò fuori dalla storia, e la lasciò fare agli altri; i quali, senza ricordarsi nemmeno che lui esistesse, la fecero.
La storia, non aspettando il suo permesso, si era messa in moto: Guerra di Crimea, Congresso di Parigi, attivismo del Cavour, palesi accordi di questi con Napoleone III, Seconda guerra d’indipendenza, stravolgimento della carta politica d’Italia tra 1859 e primi mesi del ’60. In mezzo a questo turbinio di vicende, il Regno delle Due Sicilie non battè ciglio, semplicemente non diede segno di vita.

E intanto l’economia… Non c’entra niente, l’economia. C’erano delle industrie, generalmente o di Stato o sostenute; e alcune aree agricole moderne; il resto, latifondo e sussistenza; le casse statali erano zeppe di soldi, che però non venivano spesi; le infrastrutture, scarse, tranne la navigazione di cabotaggio. Attenzione: a schierarsi con Garibaldi e poi con lo Stato italiano non furono i “poveri”, furono i ricchi e benestanti; quindi non c’entra niente se il popolo stesse bene o male o così così o si arrangiasse a campare. Del resto, il Regno, isolatissimo in politica estera, conduceva ottimi rapporti commerciali con l’estero, supportati da trattati e accordi.

Le debolezze erano politiche. Nel 1839, Ferdinando II iniziò a tracciare le ferrovie… e morì prima di vedere in esercizio 100 chilometri in tutto; e ciò in mezzo a progetti disegnati benissimo, e finanziati; e poi rinviati per cavilli e indecisioni e lentezze. Vi ricorda forse la Trasversale delle Serre o la 106? Ecco, ricordate bene. Quando ai progetti mise mano lo Stato italiano, ecco che nel 1876 arrivò la ferrovia ionica, e, partita nel ’65 da Bari, e intanto anche da Reggio, s’incontrò, udite udite, a Soverato.
Gravissime le carenze militari. L’esercito, creato da Murat e che aveva dato buone prove in Russia, a Danzica, a Lipsia, nei convulsi eventi del 1814, nel ’15, e, a fasi alterne, anche fino al 1848-9, era finito in mano a generali degni della peggiore legge Fornero. Castelcicala aveva combattuto a Waterloo con gli Inglesi, e dopo 45 anni era ancora in servizio! Lo stesso per Landi, Lanza, Ghio: non c’è bisogno d’inventare tradimenti, quelli erano perdenti gratis, e privi di ogni dignità militare. La flotta, dotata di navi numerose e moderne, le teneva nei porti a incrostarsi di cozze!

I briganti, ora. Il popolo meridionale ha sempre combattuto per il Regno, e quindi per il re. L’elenco è lungo, ma richiamo l’assedio di Catanzaro del 1528, la battaglia di Lepanto contro i Turchi, le Masse del Ruffo nel 1799, gli insorti del 1806-12… I briganti tutto erano e sono tranne che “zappaterra”, cioè umili e pacifici e ignorantissimi braccianti che, prodigio, all’improvviso si trasformano in strateghi e guerrieri e attaccano truppe regolari, e uccidono e muoiono. Erano militari borbonici sdegnati dei loro generali; o avventurieri dalle complicate vicende come Crocco; o donne non certo di mentalità casalinga. Il tentativo di arruolarli in qualche partito o sindacato vagamente di sinistra e del 2017 è decisamente buffo. Marx li catalogherebbe, come erano, nel sottoproletariato, composto da ribelli esistenziali e disperati di ogni ceto e condizione sociale, e, magari ammirandoli come fa con i cavalieri medioevali, affermerebbe essere destinati per forza a fine immatura e a nessun peso politico e sociale.

L’emigrazione meridionale inizia negli ultimi anni del XIX secolo, e diviene fenomeno di massa nei primi del seguente: è dovuta all’aumento della popolazione, e nulla ha a che vedere con il brigantaggio e il 1860.
Ma la gente balla e, tiepidamente, applaude, e qualcuno grida “Viva o rre”. Poi voteranno lo stesso PD, FI, Lega, M5S eccetera. Il meridionalismo, infatti, è diventato una favola, o triste o il contrario; ma con scarsissimo rapporto con la realtà storica; e figuratevi con quella attuale. Va bene, però, i cantanti devono far divertire: l’importante è che non si presentino per storiografi.

Ulderico Nisticò

 

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