Le ultime stime della CGIA di Mestre gelano la regione: dopo un 2025 incoraggiante, il PIL reale si fermerà allo 0,24%. Pesa l’addio ai fondi PNRR e la mancanza di riforme strutturali.
SOVERATO – Un risveglio brusco per l’economia calabrese. Secondo il recente rapporto dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, la Calabria si appresta a chiudere il 2026 con la maglia nera per la crescita economica in Italia. Le previsioni indicano un incremento del PIL reale fermo allo 0,24%, il dato più basso dell’intera penisola, ben lontano dalla “locomotiva” Emilia-Romagna (+0,86%) e dalla media nazionale.
L’inversione di tendenza
Il dato colpisce ancora di più se confrontato con la prima metà del 2025, quando la regione aveva mostrato segnali di resilienza e un dinamismo superiore alle aspettative. Quella che sembrava una ripresa solida si sta però trasformando in una stagnazione cronica. Il rimbalzo post-pandemico sembra aver esaurito la sua spinta, lasciando emergere i soliti nodi irrisolti: bassa produttività, carenze infrastrutturali e un mercato del lavoro che fatica a decollare.
L’ombra della fine del PNRR
Tra le cause principali di questa frenata, gli analisti individuano la scadenza dei termini per l’utilizzo delle risorse del PNRR, prevista per l’estate del 2026. Per una regione come la Calabria, dove l’investimento pubblico funge da traino essenziale per l’intera economia, il venire meno di questi fondi rischia di creare un vuoto che il settore privato non è ancora in grado di colmare.
”La Calabria non cresce in modo strutturale,” commentano gli esperti, “manca una visione complessiva capace di trasformare le risorse straordinarie in sviluppo duraturo.”
La classifica regionale
Mentre il Nord-Est continua a correre e il Lazio tiene il passo grazie ai servizi e al turismo, il Mezzogiorno mostra segni di cedimento. Insieme alla Calabria, anche Basilicata (+0,25%) e Sicilia (+0,28%) occupano i gradini più bassi della scala produttiva, confermando un’Italia che viaggia ancora a due velocità molto diverse.
Le criticità strutturali
Non è solo una questione di cifre. Il report evidenzia come a frenare le imprese locali siano ancora:
Burocrazia soffocante: tempi lunghi per le autorizzazioni che scoraggiano i nuovi investimenti.
Efficienza amministrativa: difficoltà nella spesa dei fondi strutturali.
Carenza di capitale umano: la continua fuga di giovani qualificati verso il Nord o l’estero.
Senza un cambio di passo deciso nelle politiche industriali regionali e una drastica riduzione della burocrazia, il rischio è che lo 0,24% di crescita stimato per il 2026 non sia solo un numero, ma il simbolo di un’occasione sprecata.