Calabria, terra mia – parliamone

Considerazioni sugli aspetti ARTISTICI.

Non molti sanno che esiste un pamphlet di presentazione del progetto, ovvero un documento, redatto da una casa di produzione cinematografica romana, sulla base del quale la REGIONE CALABRIA ha deciso lo stanziamento della cifra a supporto del progetto (1,63 MLN €).
Si compone di 6 pagine, nelle quali si descrive il tipo di rappresentazione che verrà data della Calabria nel video-spot. Il progetto si propone di fare esplorare agli spettatori “Una terra bagnata da due mari, con montagne e foreste incontaminate. Una terra ricca di storia, cultura e natura, con spiagge dai colori mozzafiato e coste rocciose bruciate dal sole.” Andando avanti nella lettura, la promessa è quella di condurre il pubblico, insieme alla coppia di protagonisti in “un viaggio nella regione, per assaporarne le delizie, esplorarne i luoghi più autentici e sentirne il profumo”. Al termine della visione ci interroghiamo su quali siano le sequenza nelle quali sono state presentate le montagne e le foreste incontaminate (Pollino? Sila? Aspromonte?), le testimonianze relative alla storia (castelli normanni, anfiteatri greci, musei, chiese e cattedrali, conventi), e testimonianze relative alla cultura: Calabria grecanica? Occitanica? Arbereshe? Dove sia stata mostrata la cultura artigiana delle ceramiche, dei tessuti e della seta, del legno; l’ulivo, la vite le cui colture hanno impregnato le vite dei calabresi per secoli.

Non abbiamo visto niente di tutto questo. Nella mucciniana rappresentazione, invece, Calabria “Terra Mia” appare come una terra senza storia né cultura grazie a una sceneggiatura in cui l’ignoranza regna sovrana, il che appare chiaro fin dal congiuntivo sbagliato (e dall’uso non casuale di un verbo assai infelice in una relazione di coppia) nella prima battuta “DOVE VUOI CHE TI PORTO?”, e si ripropone più avanti quando, in un dialogo completamente privo di senso logico, il protagonista si rivolge alla propria compagna, e le chiede: “lo sai come si fa a sapere che le arance sono buone? Guarda, devono avere la forma che la natura LE ha dato”. La pulzella, cognitivamente naive, lancia un’esclamazione stuporosa e, per dimostrare di aver ben compreso il concetto, replica interrogativa “Perché la natura fa a modo suo vero?”. E lui, con lapidaria indulgenza, risponde “Certo.” Un altro scambio degno di nota è la battuta della fidanzata spagnola che, ammaliata dalla bellezza del nostro mare, esclama “Io da qui non me ne vado più!”. Anche in questo caso la risposta data appare più che coerente: “E io ti amo!”. A completamento del video, la giovane donna, sempre avvolta da un manto di evanescenza, esprime un’ultima considerazione: “Oh ma quanto son buone ‘ste fiche!” e lui ride. FINE

Ora, partendo da quest’ultima perla, ma riferendoci a tutto lo scambio di battute tra lui e lei, e all’uso di quell’infelice verbo che di solito viene adoperato per oggetti e cose inanimate, verrebbe quasi da domandarsi: di cosa parliamo quando parliamo di “unconscious (ma manco troppo) bias”. Possibile che, nonostante tutto ciò che sta accadendo nel mondo occidentale oggigiorno, rimaniamo ancorati a questa immagine dell’uomo che “DEVE MOSTRARE” o “DEVE PORTARE” e della donna che “DEVE ESSERE PORTATA” o alla quale “DEVE ESSERE MOSTRATO”, questa anacronistica rappresentazione da PIGMALIONE che sarebbe ora di accantonare. Dovremmo ormai essere coscienti che il linguaggio ha un impatto considerevole e una responsabilità attiva sulla circolazione strisciante di stereotipi sessisti. Ma visto che appartengo al genere maschile, penso sia opportuno fare un passo indietro e lasciare la parola alle donne.

Mi piacerebbe concludere con una riflessione su Muccino pseudo-intellettuale, quello che qualche anno fa, senza alcuna remora, si riferiva al Pier Paolo Pasolini regista come a: “un NON regista, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava…” e ancora “Il cinema pasoliniano aprì le porte a quello che era l’anti-cinema in senso estetico e di racconto…”.

Ebbene, non voglio entrare nel merito di un confronto tra stili e filmografie, ma qualcosa da dire ci sarebbe, sul cinema di poesia di Pasolini, sull’esigenza di questo regista di immergersi nell’animo dei propri personaggi, sul viaggio che nel 1959 lo portò ad attraversare tutta l’Italia redigendo un reportage dal titolo “La lunga strada di sabbia” ed è che quell’uomo era un intellettuale animato da una sincera volontà di conoscere l’altro, di esplorare i territori, di parlare con la gente, di capire e in ultimo anche di esprimere un giudizio socio-politico forte. Tutto ciò appare estraneo a Gabriele Muccino e, di certo, non traspare da un lavoro come Calabria Terra Mia.
Mia, appunto, non sua.