Carenze universitarie di lingua italiana

 A volte mi viene l’uzzolo di parlare della Regione Calabria alla luce… no, al pesto buio dei casi Salerno, Ruberto e roba del genere; ma, in speranzosa attesa di altri e numerosi e qualificati arresti, mi basta segnalarvi, cari lettori, i miei frequenti conati di vomito.

 In qualità di vecchio professore, manifesto qui la mia viva preoccupazione perché le università si stanno accorgendo come i loro allievi mostrino gravissime carenze di lingua italiana, cioè parlino e scrivano male, con errori, dice un documento ufficiale, “un tempo appena tollerabili in Terza elementare”. Considerazioni:

1. Siccome non è che i giovincelli siano diventati ignoranti di colpo nel febbraio 2017, appare evidente che finora i professori universitari o non si accorgevano di niente o erano reticenti; e si vede che hanno superato ogni limite di pazienza.

2. I fanciulli che vanno all’università contano 18, più spesso 19 anni, e hanno frequentato l’Asilo, le Elementari, la Media e qualche Istituto superiore, ivi incluso il Liceo Classico. Se un giovincello o una donzella non sanno, a 19 anni, la differenza a/ha, e/è etc. (e non parliamo del congiuntivo e condizionale), la colpa è, a ritroso, dei professori delle Superiori, Media, Elementari, Asilo.

3. I colpevoli per eccellenza sono gli insegnanti elementari. E lì, e solo lì che un ragazzino può apprendere i segreti di “papà, venendo da Roma, mi dà un regalo”; il che è facile da insegnare, perché basta pronunziare quella frase, e l’allievo sente che “da” preposizione è una proclitica atona, mentre il verbo “dà” ha un tono; e l’accento serve a segnalare tale condizione; mentre “da’” è un’altra cosa. Già, bisogna parlare in italiano, se si vuole insegnare l’italiano; e far capire che certe trasmissioni tv, per esempio quella dei pacchi, sono in dialetto sabino e per ragioni pseudoartistiche, e il romano non è la nuova lingua ufficiale dello Stato; e attenzione all’abissale differenza tra “romano” e “romanesco”, che era un altro pianeta! Il romano, ahimè, è quello dei film di Pierino, ridotto quasi solo ad “aho” e “an vedi”. Per il romanesco, leggete il Belli e il Trilussa; o gustatevi qualche bel film di Magni. Ebbene, troppi giovani – e forse i loro professori –  parlano ormai romano! Com’è che i ragazzi e non solo sono ridotti alle interiezioni? Non parlano perché non hanno cosa dire; e non hanno cosa dire nemmeno in romano.

4. Se l’insegnante parla per primo lui in uno qualsiasi dei milioni dei dialetti della fatal Penisola, cosa capiscono i ragazzi? Che l’italiano è una materia scolastica come la trigonometria, da usare solo per ragioni strettamente professionali.

5. I professori dei ragazzi sconoscenti l’italiano a 19 anni contano, mediamente, 40-50 anni; e hanno studiato, evidentemente male, già tre decenni fa in scuole degenerate. Il problema è antico.

6. Servono dunque provvedimenti urgenti in tutto il corso di studi al fine di assicurare l’insegnamento primario e fonte di ogni altra nozione: la lingua italiana. La primissima operazione è smetterla con le chiacchiere a ruota libera antimafia e buoniste; e con la promozione a scrittore del primo imbrattacarte politicamente corretto.

7. L’altra operazione trascende la scuola, ed è responsabilità proprio della letteratura, secondo la lezione di Dante: è la poesia che crea la lingua, e non il contrario; non è che chiunque possa prendere la penna e scrivere, ma serve “il fabbro del parlar materno”. Che fa un fabbro? Prende la materia informe e ne fa, con fatica e arte, oggetti funzionali e belli, anzi belli perché funzionali. E non è che tutti sono fabbri perché comprano un martello e l’incudine!

 Detto questo, lasciatemi però informarvi della mia esperienza personale di molti decenni. Senza dire di altre attività, io ho insegnato a Santa Severina, a Serra, a Chiaravalle e a Soverato, quasi sempre al Triennio liceale; e ho avuto e ho rapporti culturali con moltissimi giovani del nostro territorio. Rilevate alcune ben poche eccezioni, io ho quasi sempre dovuto approvare la loro più che sufficiente capacità non solo di distinguere “fa” da “fa’” etc, ma di parlare e capire l’italiano non in pesante e banale modo libresco, ma anche con il gioco, la battuta, l’allusione, il dibattito, la polemica, lo scherzo… Io ci mettevo più di una ciliegina sulla torta, ma a me arrivavano già italofoni. Si vede che altrove la situazione è molto peggiore; e credo tocchi il fondo tra le masse giovanili delle grandi città.

 Intanto, i professori universitari abbiano il fegato di bocciare gli allievi che parlino o scrivano male in italiano. Dopo un po’ vedrete che saranno costretti a fare lo stesso anche i professori di Liceo, poi quelli delle Elementari. È dalle Elementari che bisogna partire: leggere, scrivere e far di conto! Tutto il resto, viene dopo: antropologia, sociologia, psicologia… E, quando deve venire, sia scienza, non un corso di tre mesi a furia di parole al vento!

 Se poi i professori, anche universitari, a loro volta non sanno l’italiano, ebbene, vadano a lezione privata!

 Altra faccenda, la difesa del dialetto come lingua popolare e testimonianza storica. Né l’italiano dev’essere per forza una lingua medicina da trangugiare malvolentieri.

Ulderico Nisticò