Assemblea pubblica a Palazzo Staglianò, la minoranza affonda sulla gestione del servizio. Sullo sfondo, la Guardia di Finanza e gli accertamenti già avviati
Non è stata una semplice “riunione politica”. La partecipata assemblea pubblica promossa dai consiglieri Claudio Foti, Vito Maida e dal movimento civico “La Panchina” rappresentato da Lucio Falvo, a Palazzo Staglianò, e si è trasformata in un vero atto d’accusa contro la gestione della riscossione coattiva dei tributi a Chiaravalle Centrale: una contestazione serrata, costruita su atti, documenti, delibere cifre e rilievi giuridici stampati e distribuiti a tutti i presenti, con la minoranza che ha scelto di “colpire” soprattutto sulle “incongruenze tra ciò che il Consiglio comunale aveva deliberato e ciò che è poi avvenuto nella realtà amministrativa”.
Al centro dell’affondo di Claudio Foti, Vito Maida e Lucio Falvo c’è innanzitutto la natura stessa dell’affidamento. La tesi esposta davanti ai cittadini è stata netta: “Non si tratta di un semplice appalto di servizi, ma di una concessione vera e propria, perché la società ha agito con poteri incisivi verso i contribuenti e con un rischio economico interamente legato al risultato della riscossione”. “Un appaltatore esegue per conto del Comune. Un concessionario agisce in nome proprio con poteri pubblici delegati. A Chiaravalle Centrale la società ha agito da concessionaria. La procedura usata era quella degli appalti” — hanno dichiarato Foti, Maida e Falvo, allegando un vero e proprio dossier con atti e delibere distribuito ai presenti.
Da qui discende, nella ricostruzione illustrata all’incontro, il primo nodo politico e amministrativo: “Se il rapporto era una concessione, l’affidamento diretto non era la strada consentita”. Ma non è l’unico punto contestato. Nel mirino sono finite anche le difformità economiche: “Il passaggio dell’aggio dal 6 all’8 per cento, i 5 euro aggiuntivi per pratica, il sistema di pagamento tramite SDD e l’assenza di determine di liquidazione e mandati quietanzati idonei a rendere pienamente verificabile il flusso delle somme”. Una contraddizione che, secondo quanto esibito in assemblea, “li inchioda da soli”, perché la delibera consiliare “ha fissato regole poi disattese nel contratto applicato”.
Foti, Maida e Falvo hanno insistito soprattutto sul peso concreto di queste discrepanze sui cittadini: “Migliaia di provvedimenti coattivi, ingiunzioni, fermi amministrativi, procedure di pignoramento, subìti dai nostri concittadini”. Questo a fronte di un sindaco che si fregia “dell’annunciata cifra di 1,4 milioni di euro riscossi”. “Soldi vantati dal sindaco Donato” ma mancano “i dettagli decisivi”: quante cartelle, per quali annualità, quanto è stato trattenuto come aggio, quanto per spese e quanto sia effettivamente rimasto nelle casse comunali. “Il sindaco Donato ha scelto il numero, non le persone, cioè i diritti dei suoi concittadini alla correttezza e alla trasparenza” — hanno affermato i tre, sintetizzando così il senso politico della loro contestazione. “Mentre sul segretario comunale – hanno puntualizzato – la delusione è forte, perché proprio da lui, come responsabile dell’anticorruzione, ci si aspettava chiarezza, imparzialità e tutela della legalità, non silenzi e ambiguità o addirittura prese di posizione pubbliche a difesa della maggioranza!”.
Altro passaggio pesantissimo è stato quello sull’accesso agli atti. La minoranza ha chiesto “fatture, importi trasferiti alla società, incassi distinti per tributo, determine di liquidazione e mandati di pagamento, senza mai ottenere la documentazione richiesta”. “Qui c’è chi elude una richiesta e poi risponde ad altra domanda per simulare di averlo fatto” — hanno dichiarato Foti, Maida e Falvo, parlando apertamente di “elusione deliberata”. Una formula dura, che a Palazzo Staglianò è risuonata come l’accusa politica più netta della serata.
In questo quadro, i promotori hanno ribadito un punto che hanno voluto sottrarre a ogni possibile lettura strumentale: “I tributi locali vanno pagati. Sempre”, ma “qui non si discute il pagamento dei tributi, bensì la correttezza, la trasparenza e la legittimità delle procedure amministrative con cui vengono gestite le risorse pubbliche”. È su questa distinzione che Foti, Maida e Falvo hanno costruito il cuore del loro intervento, respingendo l’idea che la loro battaglia possa essere liquidata come una difesa del mancato pagamento.
Sul fronte degli sviluppi istituzionali, inoltre, il consigliere ed ex assessore Claudio Foti ha chiesto di essere ascoltato dalla Guardia di Finanza. Un elemento che si innesta in un contesto già emerso pubblicamente nelle scorse settimane: l’esistenza di accertamenti già richiamati anche nel dibattito locale, dopo le dichiarazioni del responsabile dell’area finanziaria in una precedente assemblea pubblica, e alcune dichiarazioni dello stesso sindaco Donato che sempre in quella precedente assemblea ha “sventolato” delibere degli anni scorsi per incarichi professionali.
Il messaggio finale affidato alla serata è stato quasi una chiusura da sentenza politica: “Puoi costruire una scenografia per una sera. Non puoi costruirla per sempre. Perché gli atti restano. E gli atti — prima o poi — parlano”. A Palazzo Staglianò la minoranza ha scelto proprio questa linea: togliere il caso dal terreno dello scontro verbale e consegnarlo, integralmente, al peso dei documenti.