Chiaravalle, l’affondo di Foti: “Il bilancio partecipato arriva a vendemmia finita”


Il consigliere d’opposizione smonta l’operazione del sindaco: “Confusione tra strumenti, platea selezionata e tempistica fuori tempo massimo. Non è partecipazione, è scenografia”

“Alla fine della vendemmia”: è questo, secondo il consigliere comunale d’opposizione Claudio Foti, lo “slogan” che meglio sintetizza l’approccio dell’amministrazione guidata dal sindaco Domenico Donato al tema della partecipazione democratica a Chiaravalle Centrale.

Una battuta amara, ma tutt’altro che gratuita, contenuta in una lunga e articolata nota stampa con cui Foti prende di mira la riunione convocata lo scorso 3 marzo dal primo cittadino per presentare quello che è stato definito un “bilancio sociale partecipato”.

Un appuntamento che, nelle intenzioni dichiarate, avrebbe dovuto rappresentare “un momento di ascolto e condivisione con la comunità”.

Nei fatti, secondo l’opposizione, si è rivelato qualcosa di molto diverso: “Un’operazione di facciata, costruita con tempi sbagliati, metodi discutibili e — con la consueta eleganza che contraddistingue lo stile comunicativo del sindaco — condita dall’annuncio che l’amministrazione avrebbe soldi da spendere. Guarda caso, proprio da qui alle prossime elezioni”.

Foti non usa mezzi termini e parte da quello che definisce un paradosso che merita di essere detto con chiarezza: “Un’amministrazione comunale che non risponde alle interrogazioni, che rifugge il confronto politico, che ha fatto del silenzio la propria strategia di governo, si è presentata al pubblico con un invito alla partecipazione”.

“Una contraddizione che – a suo giudizio – illumina il modo in cui questa maggioranza intende il proprio rapporto con la comunità: la partecipazione evocata a parole e negata nei fatti, invocata come slogan quando fa comodo, ignorata come metodo quando conta davvero”.

Il primo nodo che il consigliere d’opposizione porta all’attenzione è di natura tecnica, ma non per questo meno politico. L’avviso pubblico dell’amministrazione parla di “bilancio sociale partecipato”, una locuzione ibrida che fonde due strumenti distinti, con finalità, metodologie e logiche temporali radicalmente diverse.

“Il bilancio sociale – spiega Foti – è uno strumento di rendicontazione che guarda indietro, racconta ciò che è stato fatto e come sono state impiegate le risorse pubbliche. Il bilancio partecipato, invece, guarda avanti: è un processo strutturato di co-decisione attraverso il quale i cittadini contribuiscono a definire come allocare una quota delle risorse comunali”. Confondere le due cose, avverte il consigliere, non è una svista lessicale ma “la spia di una superficialità che, in materia di democrazia locale, non ci si può permettere”.

C’è poi la questione dei tempi, che da sola basterebbe a smascherare la natura dell’operazione. “Il bilancio partecipato – ricorda Foti – non è un evento e non è un pomeriggio in Municipio: è un percorso che si costruisce mesi prima dell’approvazione del documento finanziario, attraverso fasi precise. Una fase preparatoria in cui l’amministrazione individua le risorse disponibili e traccia gli indirizzi, una fase di ascolto aperta all’intera comunità senza filtri né inviti selettivi, una fase deliberativa in cui i cittadini formulano e votano le proprie proposte e infine una fase di rendicontazione pubblica sui risultati”.

La ricostruzione cronologica offerta dal consigliere è impietosa: il Governo nazionale aveva fissato il termine per l’approvazione del bilancio di previsione 2026-2028 al 31 dicembre 2025, e da parte dell’amministrazione c’è stato solo silenzio. Poi la prima proroga al 28 febbraio 2026, e ancora silenzio.

Quindi la seconda proroga al 31 marzo, riservata ai territori colpiti dal ciclone Harry. Ed è soltanto allora, “a ridosso della scadenza definitiva, che il sindaco Donato si è ricordato della partecipazione”. Qualunque proposta emersa dall’incontro del 3 marzo, osserva Foti, sarebbe arrivata quando le scelte erano già sostanzialmente compiute. “Non è partecipazione, è scenografia”.

Ma c’è un ulteriore elemento che rivela, secondo il consigliere, la natura puramente performativa dell’operazione: la platea dei convocati. L’avviso si rivolgeva esclusivamente ad associazioni, enti no profit e imprese sociali. Il resto della comunità — i cittadini comuni, i professionisti, i lavoratori, i giovani non organizzati, gli anziani senza tessera associativa — semplicemente non era contemplato.

“Il bilancio partecipato – sottolinea Foti – è per definizione uno strumento di democrazia radicale il cui valore risiede nell’inclusività, nella capacità di portare al tavolo chi normalmente non ha voce nei processi decisionali istituzionali. Limitarlo a una platea selezionata non è partecipazione ma consultazione di stakeholder organizzati, che pure ha un suo valore ma risponde a una logica completamente diversa. Chiamarla con un altro nome, scrive il consigliere usando una parola che non lascia margini di ambiguità, è un falso”.

Resta infine la questione più scomoda, quella che secondo Foti nessun artificio retorico riesce a rimuovere: “Un’amministrazione che non risponde alle richieste di accesso agli atti, che schiva il confronto in Consiglio Comunale, che oppone il silenzio alle domande legittime della minoranza consiliare — la quale rappresenta una parte reale e tutelata dalla legge dei cittadini di Chiaravalle Centrale — non ha la coerenza istituzionale per presentarsi come interprete della partecipazione democratica”.

La partecipazione non è una parola che si può indossare a ore alterne, incalza il consigliere: è una cultura di governo che si manifesta nella disponibilità quotidiana al confronto, nella trasparenza degli atti, nella capacità di rispondere e non di sottrarsi. Chi ha fatto del silenzio una strategia non può rivendicare il primato dell’ascolto.

E appropriarsi del linguaggio della partecipazione senza praticarne il metodo, conclude Foti, non è un errore di comunicazione ma qualcosa di più grave: è l’uso strumentale della democrazia per eludere la democrazia stessa. Il consigliere chiude la sua nota precisando che la sua non è una critica all’idea di bilancio partecipato in sé, strumento che considera prezioso e meritevole di rispetto e rigore.

È proprio per questo, scrive, che non si può accettare che venga ridotto a uno slogan, a un’operazione di immagine condotta senza metodo, senza visione e senza il coraggio di aprirsi davvero alla comunità. Chiaravalle Centrale, è l’appello finale, merita un’amministrazione che non abbia paura delle domande e una partecipazione vera. Non l’ennesima rappresentazione a uso e consumo di chi governa.