Classicismo britannico e tedesco: in Italia?

Trionfatore delle elezioni e prossimo alla brexit, Johnson annunzia che introdurrà lo studio del latino in tutte le scuole del Regno. Evviva il mio gigione e potentissimo collega di Lettere Classiche. Attenti ai letterati: non tutti sono miti eruditi e pesci in barile.
Nessuno si stupisca di questo classicismo britannico, se appena si considera che le più attendibili e autorevoli edizioni dei testi classici greci e latini sono quelle di Oxford e Cambridge, cui tengono testa solo quelle tedesche di Tubinga-Lipsia.

Il classicismo inglese è di antica tradizione, risalendo ai momenti di rapida crescita politica, economica e culturale che si indica come della regina Anna (1702-14); in cui l’aristocrazia antica e nuova si diede una veste di stile e cultura, che si accompagnavano a grandissimi arricchimenti; e, tra una poesia e un perfetto congiuntivo, alla pratica del servizio militare e della guerra.

L’arricchimento dei ceti superiori venne pagato dalle pessime condizioni in cui canagliescamente venivano tenuti i ceti popolari e i lavoratori; e che venne considerato, in ambienti luterani, come inevitabile predestinazione. Narra cinicamente tale situazione Bernard de Mandeville (1670 –1733), olandese che visse in Inghilterra, nel suo celebre ”La favola delle api. Vizi privati, pubbliche virtù”.

Questi nobili o nobilitati inglesi, disposti allo sfruttamento del mondo come a combattere e morire, crearono uno stile di vita raffinato e colto, in cui greco e latino erano l’essenza della personalità stessa. Mentre l’immagine inglese s’improntò al neoclassicismo anche nelle mode e in altri momenti sia sostanziali sia superficiali, studiosi di altissimo livello e rigoroso metodo si dedicavano agli studi filologici, senza i quali (fidatevi) il classicismo piomba in una ridda di chiacchiere e luoghi comuni infondati del tipo “Qui fu la Magna Grecia” in bocca a gente che è assai se sanno qualcosa della colonna di Crotone! Segue, ovviamente, “Qui sbarcò Ulisse”. Mi riferisco al classicismo calabrese? Esattamente, avete indovinato.

Stesso percorso per l’archeologia moderna, che deve tanto alle metodologie scientifiche inglesi.
Ma la filologia britannica trovò ben presto degni rivali nel grandi filologi tedeschi: Momsen, Wilamowitz, Gregorovius… Ecco quell’opera immane che sono i “Monumenta Germaniae Historica”, senza i quali, per dirne una, nemmeno leggeremmo Cassiodoro. Ecco Tubinga…

E noi, in Italia? Noi che il latino, per evidenti ragioni geografiche, lo abbiamo inventato; e il greco ereditato per legittima? Noi, a parte Ulisse, camminiamo a rimorchio dei filologi inglesi e tedeschi.
E anche degli storiografi. Per esempio, ogni intellettuale calabrese si fa un dovere di parlare benissimo dei Greci e malissimo dei Romani: palese scopiazzatura del “loss von Rom” di Lutero, e in genere della storiografia protestante. E tutti gli storici accademici parlano comunque bene della Francia per copia dei colleghi francesi; e per loro, sia francesi sia copiatori, la ghigliottina era una macchinetta del barbiere, della ditta “Libertà, Fraternità, Uguaglianza”; e Waterloo un pareggio fuori casa.

Serve un ripensamento radicale degli studi classici in Italia, anche in certe Facoltà scorciatoie; da ispezionare al volo.
Insomma, dal Liceo e dall’Università deve uscire chi senza battere ciglio, anzi ridendo, sappia tutto del congiuntivo futuro greco. Se no, a casa. Fatevi sotto, colleghi di Johnson, fuori il futuro congiuntivo! E non tentate di raccontarmi la Questione omerica imparicchiata in italiano: voglio il congiuntivo futuro di un verbo greco qualsiasi.

Johnson, con i suoi capelli stoppa e arruffati, e le sue mossette istrionesche, lo sa di sicuro, il congiuntivo futuro greco, esattamente quanto ne sa di politica, che è tantissimo; e immagino come mi guarderebbe con disprezzo, se glielo chiedessi. Poi, classicista e intelligente com’è, capirebbe al volo, e ci faremmo insieme due crasse risate, che magari chiameremmo, catullianamente, cachinni.
Rimettiamo anche noi il latino nelle scuole: ma quello vero, con dic duc fac fer, che sembrano la stessa cosa, ma fer è una cosa e gli altri tre tutt’altra. Piccoli misteri della grammatica latina, che, imparati a nove anni, restano per tutta la vita anche se uno non fa il professore.

Ulderico Nisticò