Coca-Cola , PepsiCo, Unilever e Nestlé sono le prime 4 aziende che producono più inquinamento da plastica al mondo

Coca-Cola, Pepsi, Unilever e Nestlé sono i più grandi inquinatori di prodotti di plastica al mondo. Lo afferma il rapporto “Branded” del movimento Break Free From Plastic e pubblicato oggi da Greenpeace. L’edizione 2021 di “Branded” si basa su 440 audit da parte del movimento di cui l’organizzazione ambientalista fa parte. L’alleanza ambientale “Break free from plastic”, di cui fanno parte le organizzazioni Greenpeace, GAIA e Zero Waste, ha nuovamente recuperato grandi quantità di spazzatura nei sei continenti.

Oltre 11’000 volontari in 45 Paesi hanno ripulito città, parchi e spiagge per identificare i maggiori responsabili dell’inquinamento da plastica, hanno raccolto 330’493 rifiuti di plastica, per lo più imballaggi monouso, su spiagge e lungo laghi e li hanno abbinati ai rispettivi marchi. Secondo “Branded”, Coca-Cola Company e PepsiCo sono i maggiori inquinatori di plastica al mondo per il quarto anno consecutivo. I volontari hanno trovato quasi 20mila rifiuti di plastica con il marchio Coca-Cola quest’anno, più dei due maggiori inquinatori messi insieme.

«Ciò suggerisce» afferma Greenpeace «che la promessa di Coca-Cola di raccogliere una bottiglia per ogni bottiglia venduta ha un impatto minimo sull’inquinamento da plastica dell’azienda». Al terzo posto lo sponsor della COP26: per la prima volta dall’inizio degli audit globali del marchio nel 2018, Unilever compare tra i primi tre inquinatori, sebbene l’azienda sia il partner principale del vertice sul clima delle Nazioni Unite COP26 a Glasgow. Amaro il giudizio contenuto nel rapporto: «Dato che il 99% della plastica è prodotta da combustibili fossili e le compagnie petrolifere stanno attivamente spostando la loro attenzione sulla plastica come fonte di reddito crescente, il ruolo di Unilever nella COP26 è particolarmente cinico».

Con oltre 6mila prodotti raccolti, Unilever ha addirittura superato il colosso alimentare svizzero Nestlé, che si piazza in quarta posizione. L’appello che viene rivolto al colosso elvetico è di «ridurre urgentemente la sua impronta di plastica e passare in modo coerente da imballaggi monouso a soluzioni riutilizzabili». In vista della COP26, il Brand Audit di quest’anno fa luce su come l’industria della plastica stia alimentando la crisi climatica, ovvero come le multinazionali dei beni di consumo stiano promuovendo l’espansione della produzione di plastica da parte dell’industria petrolifera.

Quasi 300 organizzazioni di 76 paesi hanno firmato una lettera aperta ai delegati della COP26, chiedendo un allontanamento dalla produzione di combustibili fossili e plastica e, nel contempo, investimenti in alternative prive di rifiuti. «Nonostante le loro promesse di miglioramento, gli stessi inquinatori compaiono negli audit anno dopo anno. Queste aziende fingono di combattere la crisi della plastica ma continuano a investire in soluzioni sbagliate e lavorano con le compagnie petrolifere per produrne ancora di più.

Tutte le più grandi aziende di beni di consumo, acquistano le loro confezioni da fabbricanti riforniti di resine plastiche da colossi petrolchimici quali Exxon, Total, Aramco o Shell. Per porre fine alla crisi della plastica e combattere il cambiamento climatico, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, le aziende devono porre fine alla loro dipendenza dagli imballaggi in plastica monouso e abbandonare i prodotti petroliferi.