Cold case Vivaldo: sei arresti per l’omicidio mafioso del 2000


Era il 23 febbraio del 2000 quando Nicola Vivaldo, 41 anni, originario di Isca sullo Ionio, venne freddato da quattro colpi di pistola mentre stava parcheggiando la sua auto a Mazzo di Rho, alle porte di Milano.

Un’esecuzione rapida, precisa, che fin da subito presentò tutte le caratteristiche di un regolamento di conti mafioso. Vivaldo, infatti, aveva alle spalle precedenti per associazione mafiosa, lesioni, detenzione di armi e rapina.

Per oltre venticinque anni l’omicidio è rimasto senza un colpevole. Un cold case destinato – sembrava – a restare irrisolto. Oggi, però, la svolta: i carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano, coordinati dalla pm della Direzione distrettuale antimafia Alessandra Cerreti, hanno notificato sei ordinanze di custodia cautelare in carcere firmate dal gip Tommaso Perna.

Una svolta dopo 25 anni
Cinque dei sei indagati erano già detenuti per altre vicende. A ricostruire il delitto e il contesto in cui maturò sarebbe stato il contributo di Emanuele De Castro, oggi collaboratore di giustizia, che secondo gli inquirenti avrebbe partecipato direttamente all’agguato del 2000. Le sue dichiarazioni sono state considerate decisive per far luce sui mandanti e sul movente dell’omicidio.

Secondo quanto emerso, Vivaldo sarebbe stato ritenuto dagli ambienti criminali un possibile informatore dei carabinieri. Un sospetto che – nelle logiche della ’ndrangheta – può trasformarsi in una condanna a morte. La decisione di eliminarlo avrebbe quindi rappresentato un “atto dovuto” per tutelare gli equilibri interni e preservare i segreti del gruppo.

Le indagini riaperte
Gli investigatori hanno riesaminato il fascicolo grazie alle nuove informazioni fornite dal collaboratore, confrontandole con atti dell’epoca, intercettazioni e riscontri più recenti. Un lavoro minuzioso che ha permesso di ricostruire ruoli, presenze e dinamiche dell’esecuzione.

L’omicidio Vivaldo, per anni avvolto nell’ombra, riemerge così con un quadro accusatorio che la DDA ritiene solido. Con le nuove misure cautelari, la magistratura spera di chiudere uno dei casi irrisolti più longevi legati alla criminalità organizzata nel Nord Italia.