Conferimento della cittadinanza onoraria di Squillace al professore Armin Wolf

Nell’estate del 1966 io ero tornato da Hannover in Germania e seppi che un giovane studioso tedesco teneva una conferenza a Copanello. Vi andai e la presentazione fu tenuta da un colto professore di Roma, di cui non ricordo il nome, che parlò di re Italo e dei sissizi da lui istituiti in questa nostra terra, i pranzi comunitari e gratuiti, ai quali tutti partecipavano. Il ricercatore tedesco era Armin Wolf, allora trentenne, che espose un progetto di ricerca sui viaggi di Ulisse, in particolare del suo arrivo e partenza dalla Terra dei Feaci narrati nell’Odissea di Omero.

Molti anni dopo, tramite l’amico Vito Maida, conobbi una coppia di tedeschi che avevano comprato casa a Squillace: erano Armin Wolf e la diletta moglie Ingeborg, che ora riposa nel suo giardino non lontano da qui. Intanto il Prof. Wolf, docente presso università tedesche, americane, canadesi e giapponesi, aveva lavorato con determinazione per cinquanta anni compiendo ricerche in Tunisia, Malta, Sicilia e ben trenta viaggi in Calabria. Nel 2017 usciva in italiano Il suo libro: ULISSE IN ITALIA – Sicilia e Calabria negli occhi di Omero. Quel libro, che oggi appare in seconda edizione, precisa gli elementi di vento, mare, correnti, vulcani, giorni di navigazione, volo degli uccelli, seguendo Ulisse in tutti gli spostamenti fino al suo arrivo nella Terra dei Feaci.

Nella seconda edizione italiana del suo libro, come anche in quella tedesca e inglese, il Prof. Wolf ha voluto inserire la precisazione che la Terra dei Feaci di Omero e la Prima Italia dell’istmo sono lo stesso territorio, quello dove nacque l’Italia per opera di re Italo, che unì i suoi Enotri alle popolazioni autoctone dell’istmo. Questo è un dato fondamentale che cambia la visione del nostro passato, ma anche del nostro presente e del futuro del mondo. In effetti, i grandi libri come questo del Prof. Wolf, vanno oltre le intenzioni dell’autore, perché tracciano il cammino dell’umanità verso un mondo migliore, quel mondo che io cercavo in Germania e che Armin Wolf ha cercato e trovato in Calabria. Non era un vano sogno quello che lui ha inseguito, ma una terra realmente esistita, che godeva – e gode ancora – di fruttificazione tutti i mesi dell’anno, dove la gente viveva in amicizia e libertà.

Ora cercherò di guardare con i miei occhi le vicende di Ulisse prima e dopo il suo arrivo nella Terra dei Feaci, non per un tentativo anacronistico di spiegare il mondo di Omero di tremila anni fa con la sensibilità dell’uomo di oggi. Non intendo fare ciò, ma devo comunque constatare che Omero ci parla dei Feaci come di gente che viveva in pace, accogliendo gli stranieri mentre le donne andavano libere al fiume e nelle campagne. Ulisse aveva lasciato la sua Itaca per partecipare alla decennale guerra di Troia, che fu vinta con l’inganno del cavallo di legno ideato proprio dalla sua astuzia.

Quel cavallo di legno non è un mito, ma il ricordo ancestrale dell’arrivo dei popoli indoeuropei che a più riprese, a partire dal 3500 a. C. invasero la pacifica Antica Europa. La forza militare degli indoeuropei, da cui discendevano Achei, Eoli, Dori, Joni, Ausoni, Enotri, Peucezi e Coni, era basata sull’impiego del cavallo, catturato e domato nelle steppe caucasiche e siberiane da cui gli indoeuropei provenivano. La loro origine nelle steppe della Russia attuale, oggi confermata dal DNA, è testimoniata anche dai poemi omerici che descrivono come biondi diversi personaggi tra i quali Achille, Menelao ed Elena.

In chiave moderna la cecità di Omero potrebbe significare l’incapacità dei Greci di vedere l’orrore della guerra con le uccisioni, gli incendi, le distruzioni, i duelli all’ultimo sangue di cui è piena l’Iliade. Nell’Odissea poi, Omero narra le vicende di Ulisse che vuole tornare alla sua Itaca, un percorso che io definirei come: Ulisse dall’inferno di Troia al paradiso dei Feaci e ritorno all’inferno di Itaca. Difatti, il suo viaggio fu tormentato da lotte con i Ciclopi, i Lestrigoni, tempeste spaventose che alla fine lo gettarono nudo su quelle sponde del Tirreno che oggi chiamiamo Lamezia.

Quella nudità è l’immagine di un guerriero al quale il Mar Tirreno ha tolto le armi di duro metallo, come poi il Mar Jonio fece con i Bronzi di Riace, e Ulisse viene rivestito di morbidi panni da Nausicaa che lo conduce nella reggia paterna. Lì, lo straniero è onorato e riempito di doni, ma alla fine Ulisse vuole tornare alla sua Itaca, dove una nave dei Feaci lo conduce. Ma i Proci comandano a casa sua e gli insidiano la moglie. Alla fine Ulisse riesce con l’astuzia ad armarsi e stermina i Proci, i quali versano tanto sangue che il pavimento fuma. Compiuta la strage, obbliga le dodici ancelle che erano state con i Proci a pulire il sangue, poi le impicca tutte a una corda e nel soffocare le sventurate agitano mani e piedi come colombe prese al laccio: con questa cruda immagine termina il canto 22 dell’Odissea. Poi Telemaco, degno figlio di un padre così crudele, taglia alle vittime orecchie, naso, mani e piedi e li dà in pasto ai mastini. Quelle scene orrende che si svolgono dentro la sua reggia prova che la violenza era padrona indiscussa di Itaca, isola tanto decantata dai poeti, che a me invece appare come un inferno.

Le vicende di Ulisse andrebbero, pertanto, ristudiate confrontandole con la civiltà antica, pacifica e comunitaria guidata dalle donne, quel paradiso perduto che è realmente esistito in Calabria prima dell’arrivo dei coloni greci, tutti di origine indoeuropea. Due sommi poeti come Dante con Beatrice e Goethe con Margherita hanno scritto poemi immortali che ci mandano un chiaro messaggio: solo la donna, l’eterno femminino, das Ewig-Weibliche può togliere la violenza dal mondo e condurre l’umanità smarrita al paradiso.

Nel 2017 il Prof. Wolf e la moglie sono venuti a Crotone per l’inaugurazione della Nuova Scuola Pitagorica e oggi noi due siamo assieme a Squillace, dove Armin è presidente onorario e io direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche della Prima Italia. Questo centro è stato fortemente voluto dall’attuale Amministrazione Comunale di Squillace e dall’assessore Franco Caccia per condurre un’indagine sistematica di quel nostro antico mondo che testimonia oltre ogni dubbio che si può vivere bene senza la violenza delle armi.
Grazie, caro Armin, a nome di tutta la Calabria per il tuo titanico lavoro che ci invita verso quella nostra fulgida e universale civiltà. Evoè.

Salvatore Mongiardo